Per anni è stato uno dei grandi non detti del recruiting. Si parlava di competenze, esperienze, motivazioni, prospettive di crescita. Lo stipendio, invece, arrivava spesso alla fine: dopo colloqui, test e settimane di valutazioni. Da oggi quel copione è destinato a cambiare. Con l’entrata in vigore della Direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza retributiva, il tema salariale smette di essere una questione da affrontare all’ultimo momento e diventa obbligatoriamente parte esplicita dell’annuncio di lavoro.
Una novità che non riguarda soltanto gli aspetti normativi, ma che tocca direttamente uno dei nodi più complessi del mercato del lavoro: il disallineamento tra ciò che cercano le aziende e ciò che si aspettano i candidati. In un contesto in cui quasi una assunzione programmata su due incontra difficoltà di finalizzazione, continuare a rimandare la conversazione sulla retribuzione rischia infatti di trasformarsi in una perdita di tempo per tutti gli attori coinvolti.
Addio agli annunci vaghi: la retribuzione diventa elemento fondante della trasparenza salariale
Per lungo tempo gli annunci di lavoro hanno fatto ricorso a formule ormai familiari: “RAL commisurata all’esperienza”, “retribuzione competitiva”, “pacchetto in linea con il mercato”. Espressioni che, pur lasciando aperto ogni scenario, spesso hanno prodotto l’effetto opposto rispetto a quello desiderato: aumentare l’incertezza.
Il risultato è noto a chiunque abbia partecipato a un processo di selezione. Il candidato procede senza sapere se la proposta economica sarà realmente compatibile con le proprie aspettative. Di contro l’azienda investe tempo nella valutazione di profili che potrebbero rifiutare l’offerta una volta scoperta la retribuzione. E in mezzo ci sono i recruiter, che si trovano a gestire percorsi che rischiano di interrompersi proprio sul traguardo.
La trasparenza salariale interviene esattamente su questo punto. Rendere più chiaro il quadro economico sin dalle prime fasi significa trasformare la retribuzione in uno strumento di selezione reciproca, riducendo il numero di colloqui costruiti su aspettative che non si incontreranno mai.
Secondo i dati richiamati da InMatch, il 46,1% degli ingressi previsti dalle imprese incontra difficoltà di reperimento, con tempi medi che possono arrivare a quattro mesi e mezzo per le figure professionali più difficili da trovare. In questo scenario, eliminare una parte delle ambiguità può contribuire a rendere più efficiente il processo di incontro tra domanda e offerta.
Più chiarezza, ma non basta mostrare una cifra
Sia chiaro: non basta inserire un numero in un annuncio perché il sistema diventi automaticamente più trasparente. Per i candidati, il cambiamento più concreto consiste nella possibilità di conoscere in anticipo la retribuzione prevista o la fascia economica associata al ruolo. Per le aziende, invece, significa impostare la selezione su basi più realistiche e ridurre il rischio di arrivare alla proposta finale per scoprire che le aspettative economiche sono troppo distanti.
C’è però un altro aspetto che emerge con forza. Una fascia salariale eccessivamente ampia o poco credibile rischia di trasformarsi in una nuova forma di opacità. Formalmente l’informazione esiste, ma non aiuta davvero a capire se posizione e candidato siano compatibili.
Il punto, quindi, non è soltanto rendere visibile lo stipendio. È fornire informazioni che abbiano un valore reale per chi deve prendere una decisione. In questo senso, la trasparenza salariale sembra inserirsi in un cambiamento culturale già in atto. Secondo l’esperienza osservata da InMatch, quattro candidati su dieci indicano già spontaneamente la retribuzione desiderata durante la candidatura, anche in assenza di obblighi specifici.
Un segnale che racconta un mercato del lavoro diverso rispetto al passato: meno disposto ad accettare zone grigie e più orientato a mettere sul tavolo, fin dall’inizio, uno degli elementi che incidono maggiormente sulla scelta reciproca. Perché il vero spartiacque non è la presenza di una cifra in più negli annunci, ma la fine dell’idea che parlare di stipendio debba restare un tabù fino all’ultimo colloquio.
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Marco Brunasso
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