Nel 2009 Mira Awad salì sul palco dell’Eurovision di Mosca insieme alla sua partner Noa per rappresentare Israele, cantando There Must Be Another Way: un brano che è un inno alla pace. La sua partecipazione di artista araba e palestinese, cittadina israeliana, avvenuta alcuni mesi dopo un’operazione militare a Gaza che lei si augurava fosse l’ultima, venne duramente contestata. Lei difese la propria scelta, convinta che quella presenza potesse aprire una breccia per il dialogo fra i due popoli. Diciassette anni dopo non rinnega la fiducia nel dialogo ma alla domanda di VITA se oggi tornerebbe all’Eurovision per rappresentare Israele risponde senza esitazioni: «No. Decisamente no. Con questo governo di destra, Israele incarna tutto ciò che oggi è sbagliato nel mondo». Mira Awad continua però a considerare la coesistenza e il dialogo culturale non un gesto di pacificazione formale ma una forma di resistenza. Cantante, compositrice, attrice pluripremiata oltre che attivista, è co-direttrice artistica di Re-Imagine Peace, il festival che ha portato a Firenze artisti e attivisti palestinesi e israeliani e che vi abbiamo raccontato.
Mira, ogni volta che si parla del vostro sodalizio per la co-esistenza e co-resistenza in Europa, venite catalogati come una minoranza irrilevante, il governo Israeliano vi considera traditori, gli estremisti su entrambi i fronti dei nemici. Una sfida davvero complicata.
Rappresentiamo qualcosa di coraggioso e giusto, qualcosa che in altri conflitti del mondo ha dimostrato il proprio valore: sostenere il dialogo e la co-resistenza. Non restare ciascuno nel proprio campo ma resistere insieme. Dobbiamo coinvolgere gli israeliani nell’obiettivo politico della liberazione della Palestina, esattamente come dobbiamo coinvolgere i palestinesi nell’obiettivo di garantire sicurezza anche ai bambini israeliani. Solo allora potremo davvero cominciare a costruire qualcosa di sano. Qualunque altra possibilità significa che vivremo sempre in uno stato di guerra, costantemente in conflitto. Noi palestinesi – io, in quanto palestinese – non possiamo ottenere la nostra liberazione senza cooperare, lavorare e negoziare con gli israeliani. È un’idea stupida pensare che possiamo restare in campi separati e ottenere qualcosa di sostenibile.
Lei è stata accusata di voler normalizzare il conflitto, l’occupazione, le discriminazioni?
Sì, certo. Anche Aziz Abu Sarah, che ha perso un fratello a causa dell’occupazione, oggi viene accusato di essere un normalizzatore perché coopera con un israeliano, Maoz Inon, per costruire la pace. Nessuno sta normalizzando l’oppressione. Penso che tutti, in questa vita, debbano decidere ciò che rappresentano. Alcune persone sostengono il boicottaggio di Israele. Benissimo. È una forma di resistenza. È legittima, purché sia non violenta. Ma anche la mia è una forma legittima di resistenza. Se riuscissimo in qualche modo a lavorare insieme, il movimento per il boicottaggio e il movimento per la costruzione della pace, potremmo ottenere molto di più che lavorando isolati e gli uni contro gli altri. Guardate gli altri conflitti che sono finiti e vedrete che c’è sempre stata una combinazione di boicottaggio, diplomazia, costruzione della pace e lavoro dal basso. Stiamo tutti combattendo per la stessa cosa: la liberazione, la libertà, la fine dell’occupazione. Siamo sullo stesso fronte.
Il festival Re-Imaging Peace festival è il suo modo di portare avanti questa battaglia.
Noi non siamo politici ma artisti. Quindi è questo che facciamo. E poiché siamo anche attivisti, apriamo tante piccole finestre sul palcoscenico e lasciamo che il pubblico decida se vuole guardare attraverso le finestre e vedere l’altra parte (intende artisti di entrambi i popoli) attraverso la musica, il teatro, la poesia, il cinema. Aprire queste piccole finestre per le persone in Italia è stato importante affinché tanti abbiano potuto vedere questi strani attivisti che, nonostante provengano da realtà problematiche, hanno scelto di provare a superare il dolore, la sofferenza, il desiderio di vendetta. Siamo tutti esseri umani. Perciò quando veniamo feriti vogliamo vendicarci. Ma tutte queste persone hanno scelto di guardare oltre e di provare a fare qualcos’altro. E non dovrebbero essere attaccate per questa ragione. Hanno già sofferto abbastanza.
Da dove viene la sua famiglia?
Mio padre viene da un villaggio palestinese nel nord di Israele: Rameh fu occupato nel 1948 durante la Nakba. Venne cacciato dal villaggio insieme a tutta la sua famiglia. Aveva dodici anni. Diventarono profughi ma furono “fortunati” perché poterono tornare e il loro villaggio era ancora lì, a differenza di oltre cinquecento villaggi che invece furono completamente distrutti. Quindi erano tra i “fortunati” perché tornarono nelle loro terre, fra i loro ulivi, anche se questo è un termine ingannevole perché vissero sotto un regime militare, subendo la discriminazione del governo israeliano.
Il tema degli arabi e palestinesi che vivono in Israele è sottovalutato?
È un tema cruciale perché i circa due milioni di arabi che vivono in Israele sono realmente discriminati. È una realtà che spesso ignoriamo perché pensiamo soltanto a Gaza. Penso che molte persone non sappiano nemmeno che ci sono due milioni di palestinesi che vivono all’interno di Israele come cittadini israeliani. In teoria – e lo dico sottolineando “in teoria” – abbiamo gli stessi diritti. Ma nelle clausole scritte in piccolo troverete molta discriminazione. E oggi, con il governo di estrema destra, non è più soltanto scritta in piccolo. È scritta a caratteri grandi. Questo ultimo governo sta approvando leggi completamente antidemocratiche e discriminatorie, come per esempio la pena di morte. La pena di morte per quelli che chiamano terroristi. Chi decide chi è un terrorista? Soltanto i palestinesi possono ricevere la pena di morte. Nessun ebreo può riceverla. Questa è una discriminazione di primo grado.
Ora deve decidere la Corte Suprema
«Sì, speriamo nella Corte Suprema. Questo governo sta indebolendo così tanto la Corte Suprema che personalmente non so quanto possiamo contarci in questo momento. Questo governo sta lavorando molto duramente per indebolirla. Un tempo riponevamo le nostre speranze nella Corte Suprema. Oggi la stanno indebolendo così tanto che potremmo vedere una realtà nella quale la Corte Suprema non avrà il potere di annullare queste norme antidemocratiche. Israele si sta dirigendo verso qualcosa di molto brutto. Perciò è assurdo che gli attivisti per la pace come noi vengano chiamati nemici e quasi terroristi interni. Sa cosa penso? Che è gente come noi che ha davvero a cuore le sorti di Israele oltre che della Palestina.
Mi spieghi meglio questo concetto.
Penso che noi abbiamo a cuore quel luogo. Penso che ci importi più che a chiunque altro. Ed è per questo che cerchiamo di impedire al Governo di farlo diventare un inferno. Cerchiamo di impedirgli di perdere gli ultimi resti della propria umanità. E questo nasce dall’amore per il luogo dal quale veniamo. Vogliamo vivere lì. Nella terra che c’è fra il fiume e il mare dove vogliamo sentirci al sicuro. Non vogliamo essere costretti a scappare e a vivere da qualche altra parte per essere liberi di dire ciò che vogliamo. E naturalmente vogliamo anche lo Stato palestinese.
Oggi andrebbe all’Eurovision per rappresentare Israele?
No, decisamente no. Nel 2009 credevo ancora che avremmo potuto cambiare qualcosa di fondamentale nell’opinione pubblica. Speravo che dopo di me molti palestinesi sarebbero arrivati a rappresentare Israele in molti luoghi. Oggi non lo rappresenterei perché con questo governo, Israele incarna tutto ciò che oggi è sbagliato nel mondo. Se un giorno avremo la pace, Israele e Palestina, due Stati uno accanto all’altro potrei farlo di nuovo ma soltanto se ci sarà pace e uguaglianza per tutti. Non più lo status quo di oppressore e oppresso.
Venne criticata ferocemente da entrambe le parti
Portai la mia croce con orgoglio e dissi: credo nella coesistenza. Credo nel dialogo. E ci credo ancora. È l’unica strada.
Quanti anni aveva quando ha cominciato a cantare?
Ho sempre cantato. Sempre. Mia madre giura che canto da quando sono nata. Io non me lo ricordo ma a quanto pare cantavo sempre. Quindi non è qualcosa che ho scelto di fare. È qualcosa che ha scelto me.
Qual è la tua canzone preferita tra quelle che hai scritto?
Uno dei progetti dei quali sono più orgogliosa è una canzone che si chiama Yaba, “Padre”. È una canzone che ho composto e nella quale parlo di mio padre. Poi ho girato un videoclip nel quale lui ha recitato. Parla della sua e nostra tragedia. Ogni volta che lo guardo piango.
In apertura Mira Awad e Noa
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Anna Spena
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