«Si recupera tutto, anche la carta straccia, immagina se non recuperiamo un bambino»: lo dicevano (e soprattutto lo praticavano) Silvio Barbieri e sua moglie Albertina Negri, che fra il 1961 e il 1986 a Olginate, in provincia di Lecco, hanno accolto nella loro casa 121 minori. Un’esperienza profetica, in anni in cui il destino “naturale” per orfani, figli illegittimi e ragazzini con disturbi del comportamento era l’orfanotrofio: nel 1960, solo un anno prima dell’apertura di Casa Alber, i minori ricoverati in brefotrofi e orfanotrofi, in Italia, erano ben 310mila.
Nei 25 anni di vita di Casa Alber, Silvio e Albertina ci hanno insegnato la “speranza educativa”. Una postura educativa non scontata, soprattutto in un momento storico in cui all’accoglienza dei minori si guarda quasi con sospetto e in cui la società sembra spingere più nella direzione securitaria che in quella educativa.
Dare corpo a questa “speranza educativa”, attualizzando il messaggio che Casa Alber ha lasciato al territorio, non è quindi cosa da poco. Ecco le otto parole con cui ha provato a farlo il convegno Tra dono e speranza. Dall’esperienza di Casa Alber all’evoluzione dell’accoglienza dei minori, che si è svolto venerdì 2 ottobre al Centro di Spiritualità S. Girolamo Emiliani di Somasca di Vercurago, in provincia di Lecco. A promuovere l’evento, l’Ordine dei Padri Somaschi (a cui Silvio e Albertina erano spiritualmente aggregati), l’impresa sociale Girasole e l’Ambito territoriale di Lecco, in una proposta che a partire dal passato ha rilanciato verso il futuro.

Osare. Il coraggio educativo
Padre Walter Persico, preposito provinciale della Provincia Somasca d’Italia, ha richiamato l’eredità educativa di san Girolamo Emiliani, capace cinquecento anni fa di dedicare la propria vita agli orfani e ai ragazzi abbandonati. Accogliere oggi i bisogni di minori e famiglie fragili è quindi una profezia che si rinnova. «Restare fedeli alla profezia non significa ripetere gesti identici a quelli di ieri, ma restare capaci di leggere, con la stessa onestà con cui abbiamo sempre provato a fare, i bisogni di oggi», ha detto nel suo intervento. Oggi oltre alle difficoltà economiche i bisogni hanno a che fare con i conflitti familiari, la povertà educativa, la solitudine, l’assenza di figure adulte stabili. Anche i genitori, spesso più sopraffatti che negligenti – vorrebbero fare meglio ma non hanno gli strumenti, a volte nemmeno le parole per chiedere aiuto – hanno bisogno di sostegno e accompagnamento, ha sottolineato Persico, evidenziando l’importanza di costruire una rete tra comunità, famiglie, scuole e servizi sociali.


«Se il bisogno cambia forma, anche l’accoglienza deve saper cambiare forma, pur restando fedele alla sua sostanza. Questa è la lezione che ogni giorno si presenta agli occhi dell’educatore: i metodi vanno rivisti in continuazione, ma che c’è un nucleo, l’accoglienza, che non si tocca mai». Il cuore dell’accoglienza, quindi, qual è? «Accogliere oggi un minore in difficoltà non significa soltanto offrirgli un letto e un pasto. Significa costruire attorno a lui una relazione stabile e affidabile, spesso la prima che sperimenta in modo continuativo. Significa avere adulti – educatori, operatori, volontari – capaci di esserci non per un turno di lavoro, ma per una presenza vera, che il ragazzo possa imparare a riconoscere e, col tempo, a fidarsi. In tutti questi anni ho visto che il momento in cui qualcosa comincia davvero a cambiare, in un ragazzo, non è mai legato a un progetto scritto bene: è legato a un adulto che, giorno dopo giorno, non se n’è andato, è rimasto accanto».
Il segno di un’accoglienza riuscita non è che il ragazzo resti sempre con noi, è piuttosto che un giorno, non abbia più bisogno di noi
Padre Walter Persico, preposito provinciale della Provincia Somasca d’Italia
E poi altri tre passaggi cruciali. Accogliere significa lavorare non solo sul minore isolato, ma sul sistema di relazioni che lo circonda: la famiglia d’origine, la scuola, i servizi sociali, il territorio, perché «nessuna comunità può bastare da sola: la vera accoglienza oggi è una accoglienza in rete». Accogliere significa anche accompagnare le famiglie fragili non con un atteggiamento di giudizio, ma di alleanza: «Il nostro compito, quando possibile, non è sostituirsi ai genitori, ma sostenerli, rimetterli nelle condizioni di poter essere, per quanto possibile, i genitori che desiderano essere». E infine, accogliere oggi significa «avere il coraggio di guardare oltre l’emergenza. È giusto rispondere al bisogno immediato, ma la vera sfida è costruire percorsi che durino, che diano ai ragazzi strumenti per il futuro, per stare nel mondo senza più bisogno della comunità che li ha accolti. Ho imparato a gioire delle “perdite” più che a temerle: il segno di un’accoglienza riuscita non è che il ragazzo resti sempre con noi, è piuttosto che un giorno, non abbia più bisogno di noi».
Desiderio. Dalla prestazione alla relazione
Mario Mozzanica, pedagogista, già docente all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano e di Brescia e ex giudice minorile a Milano. «Chiamate un uomo di 85 anni a parlare di come rispondere ai bisogni dei bambini e degli adolescenti di oggi?», si è schermito all’inizio. E poi è partito in una lectio meravigliosa.


«Non è cambiata, in sé, la condizione minorile, adolescenziale e giovanile. È radicalmente mutato lo scenario socioculturale, che genera vissuti nuovi e condizioni altre per il crescere del minore. Analizzando gli indicatori del postmoderno, del transumano e del postumano, si possono individuare i percorsi attraverso i quali si sta sdoganando il riduzionismo della persona (ridotta a individuo) della famiglia contatto (ridotta a contratto) della comunità (munus e moenia) ridotta a società (si danno società invivibili a fronte di comunità ormai invisibili)», ha detto Mozzanica.
Ha parlato di un tempo segnato da pluralità di appartenenze e di appartenenze con riserva. Di una bulimia del presente e di una anoressia del futuro. Dell’enfasi della soggettività, solitaria e individualistica (con la sfida a uscire dalla “cruna dell’ego” per dirla con Pierangelo Sequeri). Di una enfasi del come, una disfasia del dove, e una afasia del perché.
Il momento in cui qualcosa comincia davvero a cambiare, in un ragazzo, non è mai legato a un progetto scritto bene: è legato a un adulto che, giorno dopo giorno, non se n’è andato, è rimasto accanto
Mario Mozzanica, pedagogista
Di come nell’educazione e nei servizi siamo abituati a cercare i bisogni dei bambini e a fare del nostro meglio per rispondervi, dimenticando però il desiderio, che invece è la qualità antropologica dei bisogni e il cuore stesso della pedagogia.
Ecco allora la transizione che ha tracciato: dal bisogno come pretesa al desiderio come attesa e sorpresa; dal bisogno come richiesta esigente di prestazione al desiderio come offerta incondizionata di relazione; dal bisogno come sguardo dal passato al desiderio come volto del futuro; dal bisogno dell’interpretazione per un futuro anteriore al desiderio del discernimento per un futuro interiore.
«La relazione è la dimensione istitutiva dell’umano. Per il bambino è l’essere dentro l’altro; per l’adulto è far vivere l’altro dentro di sé», ha ribadito. «Potremmo ricordare quello che ha scritto Kierkegaard. La condizione infantile è stare, esistere, vivere, solo con l’aiuto di qualcuno. La condizione adulta è stare, esistere, vivere solo, con l’aiuto di qualcuno. La differenza la fa una virgola».
Disponibilità. Insistere nel sogno che il mondo può cambiare in meglio
La parola chiave scelta da Mario Zevola, già presidente del Tribunale per i minorenni di Milano e oggi presidente del CAM – Centro Ausiliario per i minori, è disponibilità: quella delle famiglie che scelgono di accogliere un minore e quella di una comunità chiamata a sostenerle concretamente.
Gli istituti, ha ricordato, spesso garantivano soltanto l’assistenza materiale: «Queste strutture offrivano sostanzialmente solo vitto e alloggio, non soddisfacevano le esigenze affettive e di crescita individuale». Casa Alber propose un modello diverso, fondato sulle relazioni familiari, sull’attenzione alla persona e sulla collaborazione con i servizi sociali e il Tribunale. Un’esperienza capace di anticipare importanti cambiamenti legislativi, mettendo al centro il diritto di ogni bambino a crescere in un ambiente familiare.
Oggi, però, la disponibilità all’affido è sempre più difficile da trovare e chi sceglie di accogliere deve spesso affrontare ostacoli organizzativi e carenze nei servizi: «Ciò di cui oggi si avverte la mancanza, rispetto al passato, è il senso di solidarietà», ha sottolineato Zevola, richiamando la diffusa diffidenza verso gli interventi di tutela dei minori. «Rilevo poi che le famiglie o anche le singole persone disponibili all’affido sono sempre meno e quando se ne trovano la loro disponibilità è frequente che si scontri con difficoltà operative». Il suo appello è innanzitutto a ricostruire una responsabilità collettiva, capace di accompagnare le famiglie affidatarie e sostenere quelle d’origine. «Debbo concludere osservando come sembra vada affievolendosi, ma vorrei essere smentito, quella volontà, tempo addietro sostenuta invece da Silvio Barbieri, “di sorreggere la famiglia di origine, rianimando genitori e figli in difficoltà relazionali e psicologiche ed affettive anche per mezzo del temporaneo utilizzo dell’affido familiare”».
Avere una madre e un padre, oppure valide figure sostitutive, è un diritto che non può essere vissuto come una favola o affidato alla buona sorte
Mario Zevola, presidente CAM
Per Zevola occorre ritrovare lo spirito solidale e il coraggio di investire nell’accoglienza, senza arrendersi alle difficoltà: «Come scriveva lo stesso Barbieri, “Avere una madre e un padre, oppure valide figure sostitutive, è un diritto che non può essere vissuto come una favola o affidato alla buona sorte”. Dobbiamo invece insistere nel sogno che il mondo può cambiare in meglio, se ci diamo da fare».
Creatività. L’accoglienza come responsabilità dell’intera comunità
Le parole chiave dell’intervento di Fabio Muscionico, direttore del Dipartimento Pipss di Ats Brianza, sono due in realtà: rete e creatività. O forse una, se intendiamo creatività come la capacità di costruire risposte nuove e integrate ai bisogni dei minori e delle famiglie fragili, superando la frammentazione degli interventi.
«Oggi non possiamo più ragionare sull’accoglienza considerandola un intervento a sé stante», ha sottolineato Muscionico. La tutela dei minori, infatti, deve inserirsi in un percorso più ampio, che parte dall’intercettazione precoce delle difficoltà e dal sostegno alla genitorialità, fino agli interventi di protezione quando necessari.
L’affido non è infatti una responsabilità della sola famiglia affidataria, ma dell’intera comunità territoriale
Fabio Muscionico, direttore del Dipartimento Pipss di Ats Brianza
In questa direzione si muovono i Centri per la Famiglia, il Piano Disagio Minori e progetti territoriali come lo sportello “#dieciquattordici”, sviluppato nel lecchese in collaborazione con il Consultorio Giovani. Esperienze che puntano a intercettare tempestivamente il disagio e a mettere in rete servizi sociali, scuole, consultori, servizi sanitari e Terzo Settore. Fondamentale anche il programma Pippi, che promuove il sostegno alle capacità genitoriali e alle risorse familiari. «Il compito dei servizi non è semplicemente valutare il rischio, ma sostenere concretamente le capacità genitoriali e le risorse delle famiglie», ha spiegato Muscionico, ricordando che «l’allontanamento del minore non può mai essere considerato la prima risposta».


Quando l’accoglienza diventa necessaria, affido familiare e comunità educative devono essere parte di un unico sistema di protezione. «Non basta infatti trovare famiglie disponibili. Occorre costruire comunità affidatarie, reti capaci di sostenere le famiglie che accolgono, accompagnarle e valorizzarne il ruolo. L’affido non è infatti una responsabilità della sola famiglia affidataria, ma dell’intera comunità territoriale».
La sfida, dunque, è creare un’infrastruttura sociale ed educativa in cui istituzioni, servizi e cittadini condividano responsabilità e obiettivi. Perché, come ha concluso Muscionico, «la tutela dei minori non è il compito di un singolo soggetto, ma il risultato della capacità di un territorio di costruire alleanze stabili a favore dei bambini e delle loro famiglie. Ed è proprio nella capacità di un territorio di costruire relazioni, alleanze e comunità accoglienti che si misura la qualità del suo sistema di protezione dell’infanzia».
Da alleanza a generatività, le parole chiave del territorio
Il confronto è proseguito dando voce agli attori del territorio. Michela Maggi, coordinatrice dell’Ufficio di Piano dell’Ambito di Lecco, ha scelto la parola “accompagnare”; Chiara Isacchi, del Servizio Tutela dei Minori e Legami Familiari dello stesso Ambito, ha richiamato il valore di un “incontro che cura”. Angela Palleschi, coordinatrice del Servizio Affido provinciale, ha sottolineato che la relazione di aiuto non si esaurisce nell’intervento professionale e tecnico, ma si costruisce soprattutto nella dimensione relazionale: per dare concretezza alla speranza educativa, la sua parola chiave è stata “alleanza”. Infine, Carmen Baldi, responsabile del Coordinamento Attività Consultoriale di Asst Lecco, ha richiamato il lavoro culturale che si sta facendo su tutto il territorio provinciale e ha proposto il termine “generatività”.


Il sindaco di Lecco, Filippo Boscagli (a sua volta padre affidatario) ha portato il proprio saluto, mentre a tracciare le prospettive di lavoro futuro è stata Sabina Panzeri, sindaca di Costa Masnaga e presidente dell’Ambito Territoriale di Lecco. Un percorso che rilancia l’importanza di fare rete e condividere responsabilità, affinché la speranza educativa possa tradursi in relazioni, sostegno concreto e nuove opportunità per i minori e le famiglie.
Foto di mehrab zahedbeigi su Unsplash
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