SAF fa gola. Molto gola. E qualcuno vuole strangolarla

C’è un numero nel bilancio SAF dell’ultimo esercizio che è passato sotto traccia con una discrezione inversamente proporzionale alla sua importanza. Quel numero è zero. Come le tonnellate di rifiuti che la SAF Spa – la società partecipata dai 91 comuni della provincia di Frosinone – ha conferito in discarica nell’ultimo anno.

Zero tonnellate in discarica. In un Paese in cui la gestione dei rifiuti è da decenni sinonimo di emergenza, di discariche abusive, di rifiuti spediti all’estero o bruciati di notte, una società pubblica di provincia ha raggiunto il risultato che tutti dicono di volere e quasi nessuno ottiene: ha reso la discarica inutile.

Ha trasformato i rifiuti in risorsa: in CSS, Combustibile Solido Secondario, che alimenta il termovalorizzatore di San Vittore del Lazio, l’unico impianto di questo tipo in tutta la Regione Lazio. Questo è il contesto in cui va letta la storia che stiamo per raccontare. Perché una società che vale, che funziona, che produce, che risolve il problema che tutti gli altri trascinano senza soluzione, fa gola. E chi ha voglia di mangiarsi tutta la torta lasciando a bocca asciutta i 91 Comuni della Ciociaria ha già cominciato a lavorare.

Cosa è la SAF e perché conta

Il piazzale della Saf di Colfelice

Prima di tutto, i fatti essenziali per chi non conosce il settore.

La SAF SpA – Società Ambiente Frosinone – è l’unico impianto pubblico di trattamento meccanico biologico del Lazio meridionale. È partecipata dai 91 comuni della provincia di Frosinone: ogni comune ciociaro, dalla città capoluogo al più piccolo paese di montagna, è socio di questa azienda ed in parti uguali a prescindere dagli abitanti e dall’immondizia prodotta. I rifiuti urbani raccolti nella provincia arrivano alla SAF, vengono trattati, separati, ridotti in CSS (il combustibile che alimenta il termovalorizzatore di San Vittore del Lazio) e ciò che non può diventare combustibile viene avviato al recupero o, residualmente, allo smaltimento.

Negli anni, la SAF ha costruito un sistema di trattamento che ha progressivamente ridotto fino ad azzerare il ricorso alla discarica. Questo non è un dettaglio tecnico: è la misura del valore industriale e ambientale dell’azienda. Un impianto che non manda più niente in discarica in una regione che ha litigato per anni su dove aprirne una nuova è un asset di prima grandezza.

E chi gestisce un asset di prima grandezza con risultati dimostrabili ha ragione di aspettarsi che il sistema lo premi, o almeno non lo penalizzi. Invece sta accadendo esattamente il contrario.

Lo strano caso delle quote date agli altri

Il tentativo di assediare e strangolare Saf e quindi i 91 Comuni che sono suoi soci si scopre leggendo il ricorso al TAR del Lazio presentato dalla SAF in queste ore. Mette in evidenza una serie di paradossi difficilmente comprensibili.

Il termovalorizzatore di San Vittore del Lazio è l’unico impianto di questo tipo in tutta la Regione Lazio, autorizzato a trattare fino a 400.000 tonnellate di CSS all’anno. San Vittore del Lazio si trova nella provincia di Frosinone. Non a Roma, non a Latina, non a Viterbo. Qui. In Ciociaria. Con tutto quello che significa in termini di impatto ambientale, traffico di mezzi pesanti, pressione sul territorio circostante.

La Regione Lazio, con la Deliberazione della Giunta Regionale n. 591 del 10 luglio 2025 e con le successive determinazioni della Direzione Regionale Ambiente, ha deciso di cambiare le regole del gioco. E di ridistribuire le quote di accesso all’impianto tra i diversi territori regionali. Cioè, quanto può portare a San Vittore ogni provincia del Lazio. Qui c’è la prima grossa stranezza dell’intera storia. Il risultato della DGR 591/25 assegna alla SAF — che è l’ente pubblico del territorio che ospita il termovalorizzatore — appena 36.000 tonnellate annue di CSS. Al tempo stesso ne assegna alla Provincia di Latina oltre 100.000 tonnellate. Quasi il triplo. Cosa c’è di strano?

Il termovalorizzatore di San Vittore del Lazio

Per capirlo è sufficiente leggere i dati degli ultimi dieci anni: la SAF ha conferito a San Vittore una media annua superiore alle 50.000 tonnellate, con punte che hanno superato le 80.000. Con il nuovo assetto, la quota disponibile viene ridotta di oltre il 40% rispetto alla media storica. Cioè, per effetto di quel Decreto la Saf (e quindi i 91 Comuni della Provincia di Frosinone) si ritrova all’improvviso sul groppone circa 45mila tonnellate di CSS che deve sistemare da qualche parte.

L’impianto è in casa tua. Ma non puoi usarlo quanto ti serve. Mentre altri, che l’impianto non lo ospitano, possono usarlo tre volte di più. Ma c’è anche un altro paradosso. Per la provincia di Latina le 100mila tonnellate assegnate dalla DGR sono molte più del necessario.

Il meccanismo che fa gola ai privati

Il documento su cui si basa il ricorso al TAR contiene un passaggio che merita di essere letto con attenzione. Mentre le quote della SAF vengono ridotte, quelle assegnate a impianti privati che operano nello stesso settore restano o aumentano.

La Determinazione regionale n. G05617 del 28 aprile 2026 è il caso più emblematico: le 24.826 tonnellate precedentemente assegnate alla società E.Giovi per l’accesso a San Vittore sono state ridistribuite tra gli impianti del Lazio, ma senza assegnarne nemmeno una alla SAF.

Foto: Stefano Capra © Imagoeconomica

La meccanica è questa: si riduce la quota dell’unico operatore pubblico del settore nel Lazio meridionale, si distribuiscono le quote liberate ai privati, e il pubblico si trova a dover trovare sbocchi alternativi per il proprio CSS. Sbocchi che potrebbero essere fuori provincia o fuori regione: ma sicuramente con costi aggiuntivi che ricadrebbero sui 91 comuni soci. E attraverso di loro, sulle tariffe pagate dai cittadini.

Il quadro che emerge, secondo i vertici aziendali, è quello di «un sistema nel quale il soggetto pubblico viene progressivamente marginalizzato a vantaggio degli operatori privati». Non è un’accusa generica: è la descrizione di una tendenza documentata nei provvedimenti regionali.

Il rischio discarica. E il paradosso finale

C’è un elemento temporale che trasforma questa vicenda da complessa ad esplosiva. La decisione sulla riduzione delle quote CSS arriva alla vigilia della riapertura della discarica di Roccasecca: quella stessa discarica che il sistema dei rifiuti ciociaro aveva faticosamente smesso di usare, grazie al lavoro della SAF che aveva portato a zero il conferimento.

Foto © Carlo Carino / Imagoeconomica

Ad acquistare la discarica privata Mad di Roccasecca è Acea Energia: o direttamente o attraverso società collegate. Ed una quota delle lavorazioni – stando alle indiscrezioni – andrà a società riconducibili all’imprenditore Rosettano Navarra che aveva trattato a lungo con Mad ed aveva raggiunto anche un’ipotesi di intesa. Poi c’è stato il ritorno di fiamma di Acea. Ma per farci cosa dal momento che in provincia di Frosinone la Saf porta in discarica zero rifiuti?

Se la SAF non riesce a smaltire il proprio CSS nel termovalorizzatore di San Vittore (perché le quote assegnate sono insufficienti rispetto ai volumi prodotti) dove va a finire? La risposta che emerge dal ricorso al TAR è quella che nessuno vuole sentire: in discarica. A Roccasecca. Quella che si stava per riaprire.

In pratica: si azzera il conferimento in discarica con anni di lavoro e di investimenti, si costruisce un sistema virtuoso che trasforma i rifiuti in energia, e poi si tagliano le quote di accesso al termovalorizzatore in modo tale da costringere a tornare alla discarica. Il cerchio si chiude nel modo peggiore ed i costi del cerchio li pagano i 91 comuni e i loro cittadini.

Perché la SAF fa gola

Il presidente Saf Fabio De Angelis (Foto © Massimo Scaccia)

Un’azienda pubblica che non manda rifiuti in discarica, che produce CSS di qualità, che gestisce l’unico TMB pubblico del Lazio meridionale, che ha un bilancio in attivo: questa è una preda appetibile. Non per i suoi debiti, ma per i suoi asset.

Il termovalorizzatore di San Vittore tratta 400.000 tonnellate all’anno. Le tariffe che i comuni pagano per il trattamento dei rifiuti transitano attraverso la SAF. Il sistema che è stato costruito in anni di lavoro — dalla raccolta differenziata alla produzione di CSS fino all’alimentazione dell’impianto di recupero energetico — vale centinaia di milioni di euro in termini di flussi economici. Chi lo controlla, controlla uno snodo fondamentale del ciclo dei rifiuti di tutto il Lazio meridionale.

Questo è il contesto in cui va letta la riduzione delle quote. Non necessariamente come una scelta deliberata contro la SAF (la Regione dovrà rispondere di fronte al TAR delle proprie scelte) ma come l’esito di un sistema. Il ricorso al Tar lascia aperto un interrogativo: ci sono state pressioni in cui gli interessi privati che gravitano intorno al ciclo dei rifiuti laziale trovano sponde istituzionali?

Il ricorso al TAR e le domande senza risposta

Foto Sara Minelli © Imagoeconomica

La SAF ha impugnato davanti al TAR del Lazio la Determinazione n. G02236 del 23 febbraio 2026, la Determinazione n. G17725 del 23 dicembre 2025 e la Deliberazione della Giunta Regionale n. 591 del 10 luglio 2025. Il ricorso pone domande precise alle quali la Regione Lazio dovrà rispondere davanti ai giudici amministrativi.

Perché la provincia che ospita il termovalorizzatore riceve meno di un terzo delle quote assegnate ad altri territori? Perché le quote liberate da E.Giovi sono state redistribuire senza assegnarne una sola alla SAF? Su quali criteri è stata costruita la graduatoria che assegna a Latina tre volte la quota di Frosinone?

Sono domande tecniche ma hanno risposte politiche. E quelle risposte diranno molto su come la Regione Lazio intende gestire il rapporto tra pubblico e privato nel settore dei rifiuti nei prossimi anni.

I 91 comuni e le tariffe

(Foto © Massimo Scaccia)

In fondo alla catena ci sono i cittadini. I 91 comuni della provincia di Frosinone che sono soci della SAF pagano una tariffa per il trattamento dei rifiuti. Quella tariffa dipende dai costi che la SAF sostiene per smaltire il CSS prodotto. Se la SAF non può conferire a San Vittore nella misura necessaria, deve trovare sbocchi alternativi e più costosi. Quei costi aggiuntivi si trasformano in aumento delle tariffe.

La vicenda non è dunque una disputa tecnica tra enti regionali e una società partecipata. È una questione che riguarda direttamente le bollette dei cittadini ciociari: quelli che già ospitano sul loro territorio il termovalorizzatore regionale, sopportandone l’impatto ambientale e logistico. E che adesso rischiano di vedersi ridurre l’accesso all’impianto e aumentare le tariffe di smaltimento.

La discarica zero tonnellate è un risultato straordinario. Ma può essere vanificato da una determinazione regionale. E il paradosso è che chi ha lavorato meglio rischia di pagare di più.

Il TAR deciderà. Nel frattempo, la SAF continua a non mandare rifiuti in discarica. E qualcuno continua a fare in modo che questo non duri.


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