La scuola italiana che cambia, raccontata da chi la abita ogni giorno. L’indagine promossa da Be for Education Foundation e realizzata dall’Università di Milano-Bicocca con l’Istituto Iard ha intervistato quasi diecimila insegnanti in oltre quattrocento scuole sparse su tutto il territorio nazionale.
I risultati, pubblicati nel volume “In costante divenire” (Il Mulino) a cura di Gianluca Argentin, analizzati da Paolo Martini su Adnkronos, restituiscono una fotografia inedita rispetto agli stereotipi correnti: docenti sempre più consapevoli del proprio ruolo sociale, ma anche gravati da un carico di lavoro che straripa fuori dall’orario e da una percezione di prestigio in caduta libera.
Un corpo docente che si muove, dentro e fuori le mura scolastiche. Contrario all’immagine di una categoria immobilizzata dalla cattedra, solo due insegnanti su cento hanno sempre lavorato nella stessa scuola dall’inizio della carriera. La mobilità orizzontale e geografica è intensa, con flussi di rientro dal Nord verso il Sud che coinvolgono il 21% dei docenti diplomati nel Mezzogiorno. Cresce anche la quota di chi arriva all’insegnamento dopo aver svolto un altro lavoro stabile: dal 28% del 2008 si è passati al 50,3% attuale. Il fenomeno dei “Second-Career Teachers” sta ridisegnando il profilo medio della cattedra, portando in classe competenze maturate altrove.
Il sostegno come camera di passaggio. Il numero di insegnanti di sostegno ha raggiunto quasi 250 mila unità, più del doppio rispetto a dieci anni fa. Secondo la ricerca, oltre la metà di loro (53,1%) ha avuto un’altra occupazione prima di entrare a scuola, contro il 39,3% dei colleghi su cattedra. Il volume descrive questo segmento come una porta d’ingresso alimentata da provenienze eterogenee: rispetto al passato, crescono di oltre otto punti percentuali i docenti di sostegno provenienti da professioni sanitarie e sociali, e di sette punti quelli da ruoli amministrativi e commerciali. Il precariato pesa però in modo sproporzionato: 6,2% tra i docenti di sostegno contro l’1,8% delle cattedre comuni.
Lavoro sommerso e divario di genere. Le donne insegnanti dichiarano in media 44 ore di lavoro settimanali, gli uomini 42,5. Nella scuola primaria il divario tocca le cinque ore in più per le colleghe. A parità di tempo in aula, il differenziale si accumula nelle attività invisibili: correzione di compiti, preparazione delle lezioni, riunioni e colloqui con le famiglie. Dal 1990 queste ore extra sono aumentate in media di cinque ore e mezza alla settimana. Quando invece si guarda ai lavori retribuiti svolti fuori dall’orario obbligatorio, lo scenario si capovolge: nella primaria, il 40% degli uomini ne svolge almeno uno, contro il 14% delle donne. Una segmentazione interna che disegna due modi diversi di abitare la stessa professione.
Consumi culturali e impegno civile. Fuori dalla scuola, i docenti mostrano una partecipazione attiva. Nei tre mesi precedenti l’indagine, l’82,5% ha acquistato almeno un libro in libreria, il 69,8% online o in formato ebook. Il 77% ha visitato una mostra o un museo, il 66,3% è andato al cinema. L’attenzione all’informazione generale resta alta: il 63,2% legge quotidianamente quotidiani online o cartacei. Sul fronte dell’associazionismo, il 46,4% è pluri-associato e il 32,1% svolge regolarmente volontariato.
Maggiori competenze riconosciute, meno prestigio percepito. Rispetto al 2008, gli insegnanti attribuiscono un peso molto maggiore a tutte le competenze necessarie: le abilità psico-pedagogiche salgono dal 56% al 69% di chi le ritiene molto importanti, la “sensibilità d’animo” dal 52% al 72%. Eppure, parallelamente, l’84% ritiene che il prestigio sociale della professione sia diminuito nell’ultimo decennio, e la quota di chi prevede un ulteriore declino è aumentata del 15% rispetto alle rilevazioni precedenti.
Benessere e burnout convivono. L’88% degli insegnanti sceglierebbe di nuovo questo lavoro, sei punti in più rispetto al 2008. La gratificazione legata agli stimoli culturali e professionali resta alta. Ma il 18,3% del campione presenta livelli elevati di burnout (un ulteriore 1,5% molto alti), e quasi la metà si sente mentalmente esausta almeno qualche volta l’anno. Tra i docenti ad alto rischio, il 48,5% si dichiara comunque entusiasta del proprio lavoro. Sei su dieci chiedono l’istituzione di uno sportello psicologico di supporto.
Il rapporto con la dirigenza fa la differenza. L’84% dei docenti valuta positivamente il proprio dirigente scolastico. Ma tra chi ha titoli di studio più elevati – dottori di ricerca in testa – la soddisfazione cala, e oltre la metà di questo gruppo associa al dirigente almeno un episodio di discriminazione percepita.
Meno lezione frontale, più didattica attiva. Le pratiche in aula si stanno trasformando. La lezione frontale dichiarata come abituale è scesa dal 75,3% del 2008 al 56,1% del 2025, con un calo di diciannove punti percentuali. Nello stesso periodo, le strategie di didattica attiva sono salite dal 23,9% al 40,9%. Sul fronte dell’intelligenza artificiale, il 42% dei docenti si dice complessivamente favorevole, pur vedendo alcuni rischi. Emerge però un forte divario di genere: solo un insegnante su tre si sente preparato a integrare l’IA nel lavoro; tra le donne, due su tre dichiarano di essere poco o per nulla pronte, contro uno su due tra gli uomini.
Consiglio orientativo: il peso delle disuguaglianze sociali. Un esperimento a vignette ha mostrato che, a parità di voto, uno studente proveniente da un contesto abbiente ha circa sette punti percentuali in più di probabilità di essere indirizzato verso un liceo classico o scientifico rispetto a un coetaneo figlio di operai. Quando i genitori manifestano aspettative universitarie, la probabilità del liceo cresce di dieci punti e quella dell’istituto tecnico economico cala di oltre sette. Il dato emerge da una rilevazione in cui gli stessi insegnanti si trovavano in condizione di cecità sperimentale.
Multiculturalismo: opportunità percepita, ma fatica reale. Oltre il 90% dei docenti vede la presenza di alunni con cittadinanza non italiana (930 mila, l’11% del totale) come un’opportunità. Il 71,6%, tuttavia, segnala che gestire classi plurali aumenta il carico di lavoro, con un picco del 77,6% nella primaria. Per quanto riguarda i disturbi specifici dell’apprendimento, il livello di autoefficacia dichiarato si avvicina a 8 su 10. Ma davanti a nuove complessità – studenti rom, sinti o rifugiati – la preparazione percepita scende a poco più di 6.
Violenza: l’allarme sociale corre più dei fatti. La percentuale di insegnanti che dichiara di aver subito violenza fisica da parte di uno studente nell’ultimo anno è del 2,1%; quella da parte di un genitore dello 0,5%. Eppure la quota di docenti convinti che la violenza verso gli insegnanti sia aumentata è passata dal 20% del 1999 al 78,6% del 2025. Le discriminazioni subite nella carriera sono attribuite soprattutto a fattori strutturali: “essere da poco nella scuola” (44,4%), “non avere le giuste conoscenze” (35,6%), “essere a contratto a tempo determinato” (28,8%). Solo l’8,8% indica il genere e lo 0,9% l’origine etnica.
Valutazione dei docenti: priorità bassa per chi la subisce. Secondo i dati Ocse Talis, la quota di insegnanti della scuola media che non era mai stata valutata formalmente è scesa dal 70,1% del 2013 al 24,6% del 2024. Tuttavia, quando ai docenti è stato chiesto di ordinare trenta possibili priorità di policy, l’assenza di un sistema di valutazione si è classificata al ventinovesimo posto. Una distanza netta tra il dibattito istituzionale e ciò che gli insegnanti sentono come urgente.
La pandemia, cinque anni dopo. Per il 39,6% degli insegnanti, i cambiamenti prodotti dal Covid sono stati minimi o nulli; per il 31,8% sono stati rilevanti. La lettura complessiva è che molte delle trasformazioni inizialmente lette come epocali siano state riassorbite nelle pratiche precedenti alla crisi sanitaria.
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Andrea Carlino
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