“Donald Trump si è schierato dalla parte di Vladimir Putin. È una rottura di campo con l’Europa”. Per Stefano Stefanini, ambasciatore di lungo corso e senior advisor di Ispi le ultime mosse del presidente americano, l’accordo sul gasolio russo e l’attacco al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, segnano un vero momento di svolta.
Ambasciatore, Trump ha definitivamente scaricato Zelensky e l’Ucraina?
Con Trump non si può mai sapere. Ma ieri si è schierato in sostanza dalla parte di Putin anziché di Zelensky. È una scelta di campo diametralmente opposta a quella europea. Anche concedendo a Trump il massimo beneficio del dubbio, mette gli Stati Uniti in una posizione neutrale, ma più favorevole alla Russia che all’Ucraina. Basti pensare che condanna gli attacchi ucraini alle raffinerie russe anziché quelli russi contro i civili ucraini.
Secondo il Financial Times, gli Stati Uniti minacciano di sospendere la condivisione dell’intelligence con Kiev. Quanto sarebbe grave per l’Ucraina?
L’intelligence è lo strumento di pressione più forte che rimane agli Stati Uniti sull’Ucraina. Quanto peserebbe la sua sospensione? È una domanda vitale, ma non lo sappiamo. È stata determinante nei primi anni della guerra, ma Kiev ha sviluppato capacità autonome e possiamo immaginare che Regno Unito, Germania e Francia abbiano rafforzato la collaborazione. C’è poi la dipendenza da Starlink, che fa capo a Elon Musk. È un rapporto privato, non necessariamente legato alle decisioni di Trump, anche se Musk gli è di nuovo molto vicino. Se venisse meno anche Starlink, la vulnerabilità dell’Ucraina potrebbe aumentare molto.
Zelensky potrebbe ritrovarsi a dover accettare condizioni che oggi rifiuta?
Sì. Può essere uno strumento che costringe l’Ucraina e l’Europa ad accettare condizioni per la fine della guerra più pesanti di quelle che accetterebbero altrimenti.
In Europa si susseguono allarmi degli 007 sulla guerra ibrida russa, ora anche su piani per assassinare dirigenti dell’industria europea della difesa.
Putin persegue l’obiettivo strategico russo, e prima ancora sovietico, di spaccare l’Atlantico, l’alleanza fra Europa e Stati Uniti. Adesso Putin vede a portata di mano lo stesso obiettivo partendo dall’estremo opposto: allontanare gli Stati Uniti dall’Europa.
Come deve reagire l’Europa in questa fase?
Sulle dinamiche americane può fare poco o nulla. Saranno gli americani a decidere da che parte stare. Non deve essere l’Europa a rompere il rapporto con gli Usa, le relazioni transatlantiche sono più profonde di questa frattura. L’Europa deve invece rinsaldare al massimo la coesione dentro e fuori l’Ue, a cominciare da Regno Unito, Norvegia e Turchia. E deve mantenere in vita la Nato. Le divisioni che esistono tra noi, e che hanno portato ad esempio alla Brexit, diventano secondarie in un’emergenza come questa. Se la nave sta affondando, la cosa più importante è tappare la falla, non decidere se cambiare rotta di dieci o venti gradi.
Siamo alla vigilia di una riunione dei ministri degli Esteri europei. Zelensky cerca una sponda solida. Che cosa dovrebbero fare gli europei?
Innanzitutto mantenere la rotta sulle sanzioni. Se ritirasse una misura già annunciata o prevista, darebbe un enorme segno di debolezza e di acquiescenza a Trump. Sarebbe politicamente disastroso, indipendentemente dall’impatto delle sanzioni. L’Europa deve continuare a sostenere l’Ucraina finanziariamente e militarmente, se non vuole essere relegata a un ruolo marginale nelle decisioni sul suo futuro. Ed è ora di rivendicare ad alta voce un posto al tavolo dei negoziati con la Russia. Non si può decidere la fine di una guerra in Europa senza gli europei.
Si sta complicando molto anche la situazione in Medio Oriente, fra Houthi e Arabia Saudita. Trump non ha escluso di intervenire militarmente.
L’attacco dimostra la difficoltà dell’Arabia Saudita a vincere questa guerra. Mentre sauditi e forze governative yemenite cercano di riprendere le posizioni degli Houthi a Bab el-Mandeb, questi ultimi dimostrano di poter colpire il cuore dell’Arabia Saudita. Trump ha già rifiutato di intervenire quando Mohammed bin Salman glielo ha chiesto e sembra intenzionato a non impegnare ulteriormente gli Stati Uniti, anche se mantiene aperta l’opzione di una nuova offensiva contro l’Iran prima delle elezioni di metà mandato. È quindi improbabile che entri in un’altra guerra. Gli Houthi, dal canto loro, evitano di attaccare navi occidentali e Israele, quasi in un patto di non aggressione non scritto con Washington. L’escalation ha però un effetto regionale, mette alla prova la nuova alleanza tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Se Riad non ottiene l’aiuto americano, è naturale che lo chieda ai nuovi alleati.
Crede che la Turchia interverrà?
La Turchia ha mezzi militari abbondanti per intervenire, sia aerei sia terrestri, ma deve decidere fino a che punto spingersi. Sarebbe una scelta strategica, con conseguenze che potrebbero portarla a un impegno regionale senza precedenti.
Quali conseguenze ha per l’Europa questa ennesima escalation mediorientale?
Aggrava e prolunga la difficile situazione energetica cominciata con la chiusura dello Stretto di Hormuz. Nell’immediato l’Europa dovrebbe rafforzare la presenza nel Mar Rosso per proteggere la navigazione verso Suez. Più in generale deve chiedersi se possa continuare a rimanere assente dal Medio Oriente, accontentandosi di un ruolo subordinato agli americani. Delegare a Washington presupponeva che gli Stati Uniti tenessero presenti anche gli interessi europei. Oggi non possiamo più fare affidamento su questo. Il Medio Oriente non è vitale quanto l’Ucraina, che è al centro dell’Europa, ma è parte del nostro vicinato mediterraneo, geograficamente vicino e fondamentale per l’energia.
Altro fronte di tensione fra Europa e Stati Uniti, sulla Corte penale internazionale. Dopo l’assegnazione del Nobel per la Pace a Navi Pillay, Trump ha deciso di sanzionare il Tribunale, l’Ue si è schierata a difesa della sua indipendenza. È questa la strada che l’Europa deve seguire?
Guardiamo alla Corte penale internazionale come all’indipendenza della magistratura in una democrazia: va tutelata anche quando non si condividono le sue decisioni. Gli europei devono continuare a sostenere la Corte, indipendentemente dal merito di alcune sentenze, perché significa difendere l’ordine multilaterale. Vale anche per le Nazioni Unite, l’Unrwa, l’Unesco. Non perché questi organismi abbiano sempre ragione: possono sbagliare. Ma l’essenza dell’ordine multilaterale è che continuino a funzionare.
Ambasciatore, l’Europa è sotto pressione su tre fronti: geopolitico, economico-energetico e valoriale. Trump, Putin e Netanyahu, pur con obiettivi diversi, sembrano condurre una guerra contro gli interessi strategici europei e i principi su cui si fonda l’Unione. È così?
Sul piano dei valori non c’è il minimo dubbio: nessuno dei tre condivide quelli in cui ci riconosciamo noi europei, hanno posizioni opposte a quelle dell’Europa sull’ordine multilaterale. Ma non li metterei sullo stesso piano. Putin sta facendo sicuramente una guerra all’Europa, non così Netanyahu e Trump. Netanyahu ha preso una direzione, penso a Gaza e alla Cisgiordania, che lo porta in collisione con l’Europa, ma non è contro gli interessi europei. Trump non ha mai nascosto di preferire un’Europa divisa a una coesa, basti pensare al sostegno alla Brexit. Per lui non esistono alleati, soltanto concorrenti.
Con gli Stati Uniti sempre più distanti, l’Europa dovrebbe rafforzare i rapporti con altri Paesi, a cominciare dalla Cina?
L’Europa deve cercare la collaborazione di altri Paesi interessati a difendere l’ordine multilaterale. La Cina resta un grande punto interrogativo, nel senso che sostiene il multilateralismo purché sia a proprio vantaggio. Il recente accordo commerciale, con cui Pechino si è impegnata a contenere le esportazioni di auto ibride verso l’Europa, è comunque un segnale positivo: le due parti hanno scelto di continuare a negoziare anziché farsi una guerra commerciale. Ma non aspettiamoci miracoli. La Cina è il principale sostegno industriale della Russia e l’amicizia “senza limiti” tra Xi Jinping e Putin, pur non essendo davvero tale, regge. Il dialogo con la Cina comunque resta importante, così come quello con India e Canada.
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