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L’informazione drogata dalla propaganda. La nostra reazione

EDITORIALE
Senza Bavaglio
12 ottobre 2026

L’informazione italiana non è malata: è drogata. Drogata da un flusso ininterrotto di comunicati travestiti da notizie, di conferenze stampa che si trasformano in monologhi senza contraddittorio, di titoli costruiti a tavolino nelle segreterie politiche e recapitati quasi integri nelle redazioni.

Non si tratta più, da tempo, di un problema di qualità del giornalismo ma è un problema di sopravvivenza della democrazia stessa, perché una cittadinanza informata male, o informata a comando, è una cittadinanza che non può scegliere liberamente.

Il lettore e lo spettatore italiano medio vivono immersi in un ecosistema mediatico che raccontano, ogni giorno, una versione del mondo già filtrata, già addomesticata, già utile a qualcuno. Lo chiamano pluralismo, ma è spesso solo la stessa narrazione ripetuta con sfumature diverse da testate diverse, tutte dipendenti dagli stessi editori, dagli stessi inserzionisti pubblicitari, dagli stessi favori politici.

La propaganda italiana di oggi raramente si presenta con il volto della menzogna esplicita. Lavora per sottrazione, non per falsificazione: ciò che conta non è tanto cosa viene detto, quello che viene taciuto, ridimensionato, relegato in fondo al notiziario.

Tre meccanismi, in particolare, tengono in piedi questo sistema:

  • La concentrazione editoriale. Pochi grandi gruppi controllano la maggior parte delle testate, cartacee e televisive. Chi possiede i giornali possiede spesso anche interessi in altri settori regolati dalla politica (banche, appalti, telecomunicazioni), e questo rende l’indipendenza editoriale un lusso raro, quasi sempre subordinato alla convenienza dell’editore.
  • La lottizzazione della televisione pubblica. La Rai resta, decennio dopo decennio, terreno di spartizione tra i partiti di governo, con nomine ai vertici e alle direzioni dei telegiornali decise non per merito professionale ma per equilibri di potere. Il risultato è un’informazione pubblica che dà voce all’agenda di chi comanda invece di controllarla.
  • L’autocensura dei giornalisti. I meccanismi più insidiosi sono silenziosi: giornalisti precari, sottopagati, privi di contratto stabile, è un decennio che si attende il rinnovo del contratto nazionale. Il risultato? Giornalisti che imparano a non disturbare chi può togliere loro il lavoro. Non serve la minaccia esplicita: basta la paura, interiorizzata, di perdere una collaborazione, un contratto, una fonte. Così nasce il giornalismo servile, quello che intervista il potente con reverenza e il dissidente con sospetto.

Non è un problema solo italiano, e la risposta non può essere la rassegnazione. Lo scorso maggio, a New York, l’editore del New York Times, A.G. Sulzberger, ha rivolto ai colleghi un invito che vale anche per noi: non cedere. Ha raccontato che altri editori, di fronte alle pressioni del potere politico, gli avevano confidato di temere ritorsioni se si fossero esposti, e ha risposto che difendere la libertà di stampa e perdere, resta meglio che lasciare che le regole vengano riscritte senza reagire, perché i diritti, ha detto, «sono solo inchiostro su carta se non vengono esercitati».

Se l’editore di una delle testate più potenti del mondo sente il bisogno di dirlo ai suoi pari, vuol dire che la paura è un nemico dell’informazione libera ovunque. In Italia ha un nome più concreto: precarietà.

Le conseguenze di questo sistema non sono astratte. Sono la crescente sfiducia verso la stampa, un pubblico che si rifugia nei social network proprio perché non si fida più di giornali e telegiornali, finendo spesso in un vuoto ancora peggiore, fatto di disinformazione senza alcun filtro professionale.

Sono le notizie scomode che non trovano spazio, le inchieste che restano nel cassetto perché nessun editore vuole inimicarsi chi detiene il potere politico o economico. È il giornalismo che rinuncia al suo compito costituzionale di controllo, e si trasforma in cassa di risonanza.

Ormai i giornalisti sono una categoria sempre più precarizzata, sottopagata, ricattabile, costretta troppo spesso a scegliere tra la dignità professionale e la sopravvivenza economica. Un giornalismo imbavagliato non nasce solo dalla censura dall’alto, ma anche dalle condizioni materiali in cui si trova.

C’è un fatto che dice più di mille analisi sullo stato della professione: il contratto nazionale di lavoro giornalistico, quello firmato da Fnsi e Fieg, è scaduto il 31 marzo 2016. Sono passati dieci anni e mezzo, e non è stato rinnovato. Secondo la Fnsi, i giornalisti dipendenti sono l’unica categoria di lavoratori in Italia a trovarsi in questa condizione.

La trattativa è aperta da circa due anni e non ha prodotto un accordo. Nel 2026 la categoria è scesa in piazza: un pacchetto di cinque giornate di sciopero, con le prime il 27 marzo e il 16 aprile, e una manifestazione nazionale a Torino il primo aprile, esattamente dieci anni dopo la scadenza.

La distanza tra le parti resta ampia: l’ultima proposta economica degli editori, 150 euro lordi mensili in tre tranche, è stata giudicata del tutto insufficiente dal sindacato. La Fieg, dal canto suo, sostiene che il contratto sia ancorato a modelli di business non più esistenti e chiede maggiore flessibilità e un contratto che segni discontinuità con il passato.

Per i giornalisti significa rinunciare a garanzie conquistate in decenni, a fronte di aumenti salariali ridotti al minimo. E per i giornali perdere il senso intrinseco della loro funzione.

In questo decennio il potere d’acquisto degli stipendi è stato eroso dall’inflazione di quasi il 20% secondo i dati Istat, mentre le redazioni hanno visto ridursi gli organici, tra stati di crisi, prepensionamenti e licenziamenti, e gli editori hanno continuato a ricevere sostegni pubblici.

Intanto la trattativa è ferma: all’inizio di settembre la segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante, ha richiamato la categoria a restare unita, e il sottosegretario all’editoria ha espresso ottimismo su una conclusione. Ma finora non è stato firmato alcun rinnovo.

Qui il discorso sull’informazione si salda con quello sul lavoro. Un giornalista senza contratto aggiornato, con uno stipendio che perde valore ogni anno e con la minaccia di condizioni ancora peggiori, è un giornalista più ricattabile. E un giornalista ricattabile è la materia prima dell’autocensura: la libertà di stampa si difende anche al tavolo contrattuale, non solo nei tribunali e nelle piazze.

Esiste però una via d’uscita, e riguarda anche i conti degli editori. L’informazione di qualità, quella dei giornali e dei telegiornali autorevoli, delle inchieste, dei reportage, delle testate di prestigio, è quella che i cittadini sono disposti a comprare, abbonarsi e seguire. In un mondo in cui comunicati e commenti sono gratuiti e infiniti, ciò che ha valore, e quindi mercato, è ciò che non si trova altrove: la notizia verificata, il fatto scoperto, la storia raccontata da chi c’era.

Ma la qualità non si produce con le redazioni svuotate. Un’inchiesta richiede settimane di lavoro, documenti da incrociare, fonti da coltivare, avvocati e inviati. Un reportage richiede qualcuno che parta, viva sul posto e torni con qualcosa da raccontare. Un telegiornale autorevole richiede cronisti, corrispondenti ed editor in numero sufficiente per controllare le notizie prima di darle. Tutto questo ha un nome: posti di lavoro di giornalisti stabili e dignitosamente retribuiti.

Per anni la risposta degli editori alla crisi è stata “tagliare”: meno redazioni, meno inviati, più collaboratori a pochi euro a pezzo. Ma ridurre i giornalisti significa ridurre proprio ciò che distingue un giornale da un aggregatore di comunicati, e quindi ciò per cui il pubblico è disposto a pagare.

È un circolo vizioso: meno qualità, meno lettori, meno ricavi, altri tagli. Invertirlo vuol dire investire: più giornalisti assunti, con contratti veri, per produrre informazione autorevole che può riconquistare la fiducia dei lettori e con essa, un mercato.

Aumentare l’occupazione giornalistica non è dunque soltanto una rivendicazione sindacale o una questione di giustizia verso i precari. È la condizione industriale per avere un’informazione che vende perché merita di essere letta, e che, proprio perché indipendente, non si presta a fare da cassa di risonanza al potere.

In questo scenario si colloca Senza Bavaglio: non come l’ennesima voce del coro, ma come uno spazio che prova a raccontare al pubblico ciò che il sistema editoriale attuale preferisce non raccontare, a cominciare dalle condizioni reali in cui versa la professione giornalistica in Italia.

Senza Bavaglio nasce proprio per spiegare e affrontare questa situazione drammatica: non per autoreferenzialità corporativa, ma perché il pubblico ha diritto di sapere chi scrive le notizie che legge, in quali condizioni lo fa, sotto quali pressioni, con quali margini reali di libertà.

Un cittadino che ignora la precarietà, i ricatti economici e i condizionamenti editoriali che pesano sui giornalisti è un cittadino che non può valutare correttamente l’attendibilità di ciò che legge.

Il compito che Senza Bavaglio si assume è triplice: da un lato fare luce sui meccanismi di controllo e di autocensura che attraversano le redazioni italiane, nominandoli con chiarezza invece di darli per scontati; dall’altro difendere concretamente chi il giornalismo lo fa sul campo, spesso in condizioni di estrema fragilità contrattuale e contro ogni tentativo di rinnovare il contratto nazionale al ribasso; infine sostenere, davanti agli editori e all’opinione pubblica, che l’informazione di qualità vende e che per produrla servono più giornalisti, non meno, affinché l’informazione libera non resti un principio costituzionale astratto, ma torni a essere una pratica quotidiana possibile.

Come ha ricordato Sulzberger, «una stampa libera dipende da una nazione libera, e viceversa»: difendere l’una significa difendere l’altra. Non è un compito semplice, ma va portato avanti perché un’informazione drogata non si disintossica da sola e perché raccontare la verità su come si fabbricano le notizie oggi è il primo atto di resistenza possibile.

Senza Bavaglio
reportersenzabavaglio@gmail.com
www.senzabavaglio.info
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Le iconografie pubblicate sul sito di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni

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 Testo Pec 1: XXX Congresso FNSI

Io sottoscritto/a
(Inserisci il tuo nome e cognome)
Giornalista Professionale – Collaboratore
Presento la lista denominata
SENZA BAVAGLIO
Alle votazioni per l’elezione dei delegati al XXX congresso della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Elezioni 2026.
In fede
(Nome e Cognome)

 

Testo Pec 2: Rinnovo cariche ALG

Io sottoscritto/a
Inserisci il tuo nome e cognome
Giornalista Professionale – Collaboratore
Presento la lista denominata
SENZA BAVAGLIO
Alle elezioni per il rinnovo delle Cariche Sociali dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti per il triennio 2026-2029
In fede
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