Quando devono intervenire i servizi? Perché hanno allontanato i bambini del bosco e non la piccola Beatrice di Bordighera? Le domande che in questi giorni infiammano il dibattito non tengono conto del dato di realtà: le istituzioni che funzionano sono quelle che arrivano prima che ci siano danni irreversibili. Questo significa due cose. La prima, è sbagliato pensare che si debba intervenire soltanto quando è presente un maltrattamento fisico evidente. La seconda, è fondamentale che situazioni che si consumano all’interno delle famiglie vengano portate fuori dall’invisibilità, soprattutto prima dell’ingresso nella scuola, grazie alle segnalazioni di operatori e società civile. La presa in carico precoce, infatti, è l’elemento cruciale per spezzare la trasmissione intergenerazionale della violenza.
Bambini maltrattati diventeranno adulti maltrattanti? È una domanda che circola da decenni. Secondo Diletta Mauri, assistente sociale e ricercatrice in Servizio sociale della Libera università di Bolzano, dal 12 giugno in libreria con Maltrattamento infantile e servizi sociali. La violenza come eredità familiare (Carrocci), bisogna stare attenti ad adottare approcci deterministici. La maggior parte di chi ha subito maltrattamenti da piccolo, infatti, non li ripeterà da adulto.
Ma qual è l’elemento che spezza la catena? Determinante è una buona presa in carico da parte dei servizi, che sia, soprattutto, precoce: quando iniziano le violenze fisiche, spesso, è troppo tardi. Proprio per questo non ha senso chiedersi se non era meglio togliere i figli alla famiglia di Bordighera, per evitare la morte della piccola Beatrice, piuttosto che a quella del bosco: un paragone che non ha senso. Quel che serve sono istituzioni che funzionano, cioè che arrivano prima che si siano realizzati danni irreversibili.
Il maltrattamento infantile non riguarda solo il qui e ora. Il timore è che violenza e abusi si possano trasmettere all’interno delle famiglie. È così davvero?
Il tema della trasmissione intergenerazionale della violenza ha iniziato a essere studiato fin dagli anni Sessanta, quando sono state avviate le prime ricerche sul maltrattamento infantile. Approfondendo la questione, anche attraverso i miei studi, è emersa però la necessità di adottare un approccio prudente: non bisogna avere uno sguardo deterministico. Non è detto che chi subisce violenza o abusi durante l’infanzia finisca inevitabilmente per replicare questi comportamenti.
Non è detto che chi subisce violenza o abusi durante l’infanzia finisca inevitabilmente per replicare questi comportamenti. Tuttavia, chi ha vissuto esperienze di abuso o maltrattamento durante l’infanzia presenta una probabilità più che doppia di avere figli che subiscono a loro volta maltrattamenti
Quindi non esiste un rapporto diretto di causa ed effetto?
In realtà, la discontinuità è più frequente della continuità. I casi di maltrattamento hanno maggiori probabilità di non ripetersi da una generazione all’altra. Tuttavia, è vero che chi ha vissuto esperienze di abuso o maltrattamento durante l’infanzia presenta una probabilità più che doppia di avere figli che subiscono a loro volta maltrattamenti. È sicuramente un fattore di rischio.
Credo sia fondamentale, anche per i sistemi di intervento e di tutela dell’infanzia, comprendere cosa accade nei casi in cui la violenza non si ripete. È proprio questo l’aspetto che ho cercato di approfondire con il mio studio. Un altro elemento da considerare è che le ricerche si sono concentrate storicamente soprattutto sul piano psicologico. Oggi sappiamo invece che esistono anche fattori sociali ed economici rilevanti: per esempio, uno studio condotto nel Nord Europa ha evidenziato come un buon livello di istruzione rappresenta un fattore protettivo rispetto alla trasmissione intergenerazionale dei maltrattamenti.
Nel caso di Bordighera, i servizi sociali non sono riusciti a intercettare il disagio in tempo e a salvare la piccola Beatrice. Cosa si può fare per migliorare questo aspetto e riuscire a prendere in carico le situazioni che avrebbero bisogno di supporto?
In tutto il mondo, soprattutto dopo l’approvazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, il tema della protezione dei minori dalla violenza ha assunto un ruolo centrale. In ogni Paese si sono sviluppati sistemi di tutela che intervengono in queste situazioni, con modalità diverse a seconda dell’organizzazione del welfare. A livello internazionale, uno dei principali fattori protettivi è la capacità di questi sistemi di attivarsi grazie alle segnalazioni, che provengono sia dai professionisti della rete formale sia dalla società civile. È fondamentale che situazioni che si consumano all’interno delle famiglie vengano portate fuori dall’invisibilità.
Uno dei principali fattori protettivi è la capacità dei sistemi di welfare di attivarsi grazie alle segnalazioni, che provengono sia dai professionisti della rete formale sia dalla società civile. È fondamentale che situazioni che si consumano all’interno delle famiglie vengano portate fuori dall’invisibilità
Questo è particolarmente vero per i bambini nella fascia tra zero e 3 anni che non frequentano servizi educativi. In questi casi è molto difficile intercettare eventuali segnali di sofferenza. I dati dell’indagine sul maltrattamento realizzata dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, dal Cismai e da Terre des Hommes mostrano che i bambini fino ai 5 anni sono meno frequentemente presi in carico dai servizi: è più complicato vederli e far emergere le loro condizioni. Per questo motivo il ruolo del vicinato, della famiglia allargata e di tutte le persone che gravitano attorno al bambino è fondamentale. Possono contribuire a segnalare situazioni di rischio e consentire interventi tempestivi.
E per i bambini più grandi?
In questi casi entrano in gioco altre figure professionali, come gli operatori dei servizi educativi e scolastici, che hanno la possibilità di osservare i bambini nella quotidianità e di cogliere eventuali segnali di disagio. Anche i pediatri e i pronto soccorso pediatrici possono svolgere un ruolo importante, ma non è detto che tutti i minori che necessitano di protezione arrivino a questi servizi.
Al di là del dovere di segnalare, il sistema della tutela minori in sé non presenta vulnerabilità e limiti?
Il sistema stesso può presentare elementi di vulnerabilità. Gli operatori si trovano spesso a gestire un numero molto elevato di situazioni rispetto alle risorse disponibili. Il Consiglio nazionale dell’Ordine degli assistenti sociali sta lavorando da tempo per aumentare il numero dei professionisti impiegati, soprattutto nei territori più in difficoltà. Dove esiste un forte sovraccarico di lavoro, aumenta il rischio di non riuscire a intervenire in modo adeguato. Maggiori investimenti permetterebbero di rafforzare la prevenzione e di intercettare precocemente le situazioni problematiche, evitando che i danni per i bambini diventino gravi.
Il sistema stesso può presentare elementi di vulnerabilità. Gli operatori si trovano spesso a gestire un numero molto elevato di situazioni rispetto alle risorse disponibili. Dove c’è un forte sovraccarico di lavoro, aumenta il rischio di non riuscire a intervenire in modo adeguato.
Rispetto al caso di Bordighera, molti commentano sui social: «Hanno tolto i figli alla famiglia nel bosco e non a loro». I servizi sociali vengono spesso accusati di intervenire troppo tardi. Ma quando agiscono in modo preventivo, prima che accada una tragedia, vengono percepiti come coloro che «rubano i bambini». Come si esce da questa empasse?
Esiste ancora l’idea che si debba intervenire soltanto quando è presente un maltrattamento fisico evidente e questo rappresenta un problema. Insieme a Teresa Bertotti (assistente sociale e professoressa associata di Servizio sociale all’Università di Trento, ndr) ho condotto una ricerca coinvolgendo giovani adulti con esperienza diretta di maltrattamento. Abbiamo chiesto loro di riflettere sul proprio passato e di esprimersi sul ruolo dello Stato nell’intervenire nella vita privata delle famiglie in queste situazioni. Dalle loro testimonianze è emerso che il maltrattamento non riguarda soltanto la violenza fisica. Molto spesso entrano in gioco umiliazioni, svalutazioni e violenza psicologica, che possono provocare una sofferenza profonda e spesso invisibile. Questi giovani hanno sottolineato che le istituzioni dovrebbero intervenire il prima possibile, senza attendere che il danno diventi così grave da rischiare di essere irreversibile. Il lavoro di protezione non inizia solo quando la situazione è conclamata: l’assenza di violenza fisica non significa necessariamente assenza di pericolo.
L’idea che si debba intervenire soltanto quando è presente un maltrattamento fisico evidente, rappresenta un problema. Giovani adulti con esperienza diretta di maltrattamento hanno sottolineato che le istituzioni dovrebbero intervenire il prima possibile, senza attendere che il danno diventi così grave da rischiare di essere irreversibile.
E poi c’è tutto il tema della strumentalizzazione politica.
Una strumentalizzazione enorme, che ciclicamente si ripresenta. Questo produce danni significativi al sistema di protezione dell’infanzia, rischiando di indebolirlo e di sottrargli le risorse e gli investimenti necessari per operare in modo efficace a sostegno delle situazioni di maggiore vulnerabilità. Non voglio dire che non possano verificarsi errori o che il sistema non presenti fragilità. Tuttavia, è fondamentale prendersene cura, rafforzarlo e sostenere i professionisti che ci lavorano, anziché indebolirlo o lasciarli soli di fronte a compiti così complessi.
Foto in apertura di Cheryl Holt da Pixabay
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Veronica Rossi
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