Fabrizio Arcuri arriva all’Estate Teatrale Veronese, aperta fino al 18 settembre 2026, da strade diverse. Fondatore di Short Theatre, già al Teatro della Tosse e al CSS del Friuli Venezia Giulia, è il nuovo direttore artistico del festival più longevo d’Italia: 78 edizioni, una tradizione shakespeariana consolidata. E lui che cerca, da subito, di farlo uscire dai luoghi deputati.
Intervista al direttore dell’Estate Teatrale Veronese 2026 Fabrizio Arcuri
Lei entra in un festival molto radicato. Qual è il primo rischio che ha scelto di assumersi?
Renderlo più contemporaneo, e quindi farlo parlare a più pubblici. L’obiettivo era inserirlo tra i festival con un panorama davvero internazionale, partendo dall’identità e dalla storia del festival ma traghettandolo verso una dimensione più globale. Questo è stato il primo rischio condiviso con l’amministrazione. E immagino che sia stato anche il motivo per cui hanno scelto me.
Come lega Arcuri di Short Theatre con Arcuri direttore di un festival storico?
Sono esperienze diverse. Nel corso degli anni mi è capitato di dirigere il Teatro della Tosse a Genova, il CSS. Sono dimensioni che costringono a un confronto con la realtà e il territorio. La mia tendenza è sempre lavorare sul contemporaneo e sulle dimensioni più interessanti che la nuova scena propone. Ma per evitare di sembrare un’astronave atterrata in un posto sbagliato, bisogna capire dove ci si trova. Short Theatre l’ho inventato io, a Roma, in un territorio dove ci si poteva permettere di guardare in una direzione lacunosa. Arrivando altrove, bisogna vedere cosa è successo lì, e capire come connettere lentamente quel territorio alla nuova scena europea. In Italia questo non è normale, semplicemente perché le persone che finiscono in un luogo ci rimangono a vita e lo fanno diventare a loro immagine e somiglianza. Per fortuna la vita mi ha offerto la possibilità di essere nomade, com’è giusto che sia per chi fa questo lavoro.

Shakespeare al centro dell’Estate Teatrale Veronese
Shakespeare resta il centro del festival. Che cosa deve fare una direzione artistica per sottrarlo alla musealizzazione? E anche a utilizzi bislacchi…
Cercare gli spettacoli che trattano Shakespeare come una materia viva e che lo connettono con quello che sta accadendo. Shakespeare ha scritto talmente tanto, e su tutto, che non è difficile rintracciare testi che si prestino a raccontare l’attualità. La questione è capire come fare in modo che questi classici riescano davvero a parlarci. È stato un lavoro di ricerca di figure disposte a pensare Shakespeare in questi termini. Massini, per esempio, ha deciso di riscrivere Romeo e Giulietta in chiave israelo-palestinese partendo dalla radice del testo: Romeo e Giulietta non sono mai esistiti, e di fatto la storia racconta contese di quartiere, simbolizzata da due figure adolescenziali senza colpa che subiscono le circostanze. Massini entra nelle maglie di un conflitto secolare che adesso è ai minimi termini. Ecco cosa vuol dire fare di Shakespeare una materia viva, non un oggetto da perpetuare.
Estate Teatrale Veronese è un festival multidisciplinare. Qual è il rischio: aprirsi davvero o portare semplicemente l’etichetta del contemporaneo perdendo identità?
L’aggiunta che ho fatto è stata tentare di farlo uscire dai luoghi deputati. Questo mi sembra uno dei tratti che distingue un festival che vuole essere davvero contemporaneo: non essere solo centripeto, ma anche centrifugo. Verona è una città invasa ogni giorno da diecimila, quindicimila turisti che rischiano di non accorgersi che esiste un festival. Ho cercato di fare in modo che ci fosse un pezzo di festival per le strade: un inciampo, per il turista sbadato che si trova coinvolto in una performance.
A proposito di scelte non convenzionali: Rex Destruens porta Massimo Cacciari come interprete di Shakespeare. Perché un filosofo e non un attore?
Da qualche anno Cacciari ha avviato un rapporto con il teatro: affronta dei temi utilizzando Shakespeare in un formato ibrido: un po’ conferenza, un po’ spettacolo. Lo ha fatto con Macbeth, ora con Re Lear. Lui non recita: tiene la conferenza. Ho trovato che completasse bene la piega che sono riuscito a dare a questa edizione. Lella Costa fa Otello centrato su immigrazione e femminicidio, Massini con Romeo e Giulietta. Cacciari dava un’ulteriore possibilità di dimostrare come Shakespeare possa ancora parlarci direttamente.

Valorizzare i giovani all’Estate Teatrale Veronese 2026
Donnellan, Massini, Cacciari, Timi, Vacis, Latini. Ma anche giovani artisti, Premi Scenario, Nuove Orbite. Come si evita che i giovani diventino la sezione laterale del festival, mentre il centro resta occupato dai nomi forti?
Non si evita facilmente. Non si evita perché il Teatro Romano è uno spazio da 1700 posti e un festival può prendersi una parte di responsabilità. Il resto lo dovrebbero fare le politiche culturali di una nazione. L’importante è mettere in cartellone giovani e personalità affermate allo stesso piano, poi agire su spazi e promozioni diverse per non mettere in difficoltà nessuno. Ma il problema dei giovani artisti in Italia non lo può risolvere un festival. È un problema strutturale, tutto italiano. E questa cosa, a me, è sempre stata abbastanza antipatica. L’età non dovrebbe essere mai un problema, né per il giovane né per l’anziano. Perché mai Romeo Castellucci dovrebbe valere più o meno di Babilonia Teatri? Un festival deve permettersi di mettere in comunicazione artisti diversi e pubblici diversi, che a quel punto vengono a conoscenza di percorsi artistici che non conoscevano. Questo era già un pallino di Short Theatre.
Cosa ha portato della sua storia dentro Verona e cosa Verona le ha imposto di disimparare?
Ho portato un’esperienza coltivata sul campo e un pallino che rimane: costruire contenitori trans-generazionali che propongano contenuti di accesso immediato, che non richiedano un’alfabetizzazione per essere fruiti. Credo che il teatro abbia perso la capacità di essere popolare nel momento in cui, tra l’avvento del teatro di regia e certe forme estreme di ricerca, ha preteso dallo spettatore una conoscenza come chiave di accesso. Questo fa perdere al teatro popolarità. Si può andare a vedere uno spettacolo esattamente come si va a vedere un film: non serve conoscere la storia del cinema. È ovvio che chi la conosce legge più livelli, ma la fruizione immediata ha comunque la possibilità di parlare. Spesso si parla di inclusività per essere poi estremamente esclusivi; senza rendersi conto che, proprio al grido di inclusività, si lasciano fuori fette intere di pubblici. Quanto a Verona: non è che mi abbia chiesto di disimparare qualcosa. Mi ha messo dei paletti: la tradizione shakespeariana è imprescindibile e intorno a quei paletti ho costruito qualcosa che va comunque nella direzione che rispetta la mia idea di festival. È normale. Il problema è che in Italia non è considerato normale.
Alessia De Antoniis
Estate Teatrale Veronese — 78ª edizione
Dal 25 giugno al 18 settembre 2026
(H)Earth of GlassVerona, Teatro Romano e spazi urbani
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Alessia de Antoniis
Source link

