Compiti per le vacanze, D’Avenia e il fuoco che accende l’estate: non vuoto da riempire di noia e schermi, ma “tempo” per coltivare il proprio talento


L’ultima campanella è suonata in molte regioni. Gli studenti si salutano, le famiglie organizzano vacanze, attività sportive, momenti di riposo. Ogni anno lo stesso copione. Eppure, per milioni di alunni, la scuola non finisce davvero mai.

Compiti assegnati prima della chiusura, esercizi caricati sui registri elettronici a ferie iniziate, messaggi che arrivano via chat o posta elettronica: il tempo che dovrebbe essere dedicato al recupero psicofisico e alle esperienze extrascolastiche viene ancora occupato da schede e quaderni.

Alessandro D’Avenia, scrittore e insegnante, prova a rovesciare la prospettiva sulle pagine del Corriere della Sera. Secondo l’autore, la scuola non è un perimetro burocratico di duecento giorni effettivi. È piuttosto “una dimensione permanente dell’anima”. L’esistenza si muove tra due poli: “andare a scuola” (il Viaggio, l’incontro con il mondo) e “tornare a casa” (Itaca, la stabilità delle relazioni primarie). In queste ultime lezioni, D’Avenia racconta di dedicarsi a una ricerca essenziale: aiutare i ragazzi a trovare il proprio “fuoco”. Non la futura professione, semmai una sua possibile manifestazione. Il fuoco è “il dono che rende noi stessi un dono”, ciò che genera entusiasmo – in greco antico “avere un dio dentro”. Allinea mente, cuore e corpo, libera dalle aspettative e dalle mode.

E i compiti? Per D’Avenia, “compito” non è l’esercizio da svolgere a luglio o copiare a settembre. Deriva da “compiere” se stessi, sempre. La domanda giusta non è quanti esercizi fare, ma: come alimento i miei fuochi? Quanto tempo dedicherò ogni giorno a ciascuno? Così l’estate non diventa vacuum – vuoto, contenitore di noia e schermi – ma “pienanza” (plenum), piena di impegno e gioia. La scuola si dà ogni volta che si coltiva ciò che accende la vita: uno sport, uno strumento, una montagna da scalare, una lingua o le stelle da imparare.

Proprio mentre D’Avenia rilancia il senso profondo dello studio, un’altra scuola – fatta di registri elettronici che tintinnano anche in agosto – continua a comportarsi come se il tempo libero degli studenti fosse una semplice estensione dell’orario scolastico. Il fenomeno è talmente diffuso che il Ministero dell’Istruzione e del Merito è intervenuto. Con la Nota n. 2443 del 28 aprile 2025, il Ministro Giuseppe Valditara ha richiamato l’attenzione delle scuole sulla necessità di programmare i compiti con cura ed evitare assegnazioni improvvisate tramite registro elettronico, specialmente in orari serali, nei fine settimana e durante i periodi di sospensione delle lezioni. Una raccomandazione che evoca il diritto alla disconnessione educativa.

Il problema non è nuovo, come già segnalato dalla nostra redazione. Già la Circolare Ministeriale n. 62 del 20 febbraio 1964 invitava i docenti a evitare carichi eccessivi e a coordinarsi tra loro. Ancora più esplicita la Circolare n. 177 del 14 maggio 1969, dedicata al riposo festivo: vi si sottolineava come la crescita dei giovani richieda attività sportive, ricreative, artistiche e sociali, chiedendo ai docenti di non assegnare compiti per il giorno successivo ai festivi, salvo eccezioni. Sessant’anni dopo, molte di quelle raccomandazioni sembrano cadute nel vuoto.

Qualcuno obietta che la Nota del 2025 non è vincolante. Vero: l’autonomia scolastica prevista dal DPR 275 del 1999 lascia ampio margine. Ma tra autonomia e arbitrio corre una differenza sostanziale. La libertà di insegnamento garantita dall’articolo 33 della Costituzione non è una licenza per sovraccaricare. Trova un limite nei diritti degli studenti e nei principi di proporzionalità, adeguatezza e ragionevolezza dell’azione educativa.

Maurizio Parodi, dirigente scolastico e fondatore del movimento “Basta Compiti!”, porta avanti da anni una critica radicale. Secondo Parodi, i compiti aggravano le diseguaglianze sociali: lo stesso esercizio viene assegnato a studenti che vivono situazioni opposte – chi ha una stanza, genitori laureati e supporto costante, e chi non ha nulla di tutto ciò. I più fragili vengono lasciati soli proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno della presenza del docente. Il compito a casa rischia di diventare un moltiplicatore delle differenze, non uno strumento di apprendimento.

Le neuroscienze hanno dimostrato che l’apprendimento ha bisogno di alternanza tra attività e recupero. La memoria si consolida nelle pause. La creatività cresce nell’esplorazione libera. Il gioco non è una distrazione, ma una forma di apprendimento. Lo sport non è accessorio, ma strumento di sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale. Quando la scuola occupa ogni spazio disponibile, rischia di compromettere proprio quei processi che vorrebbe rafforzare.

A complicare il quadro arriva l’intelligenza artificiale. Più della metà degli studenti delle superiori dichiara di aver usato strumenti di IA per svolgere almeno una parte dei compiti delle vacanze. Non è solo un fatto tecnologico. È un indicatore pedagogico: quando un compito viene percepito come ripetitivo o privo di significato, aumenta la tentazione di delegarlo. L’IA non crea il problema, lo rende semplicemente visibile.

Forse la domanda decisiva non è se i compiti debbano essere aboliti o mantenuti. È un’altra: che cosa significa educare nel XXI secolo? Se educare significa accompagnare la crescita, allora la scuola deve riconoscere che esistono apprendimenti che avvengono fuori dalle aule – nelle famiglie, nello sport, nella lettura libera, nei viaggi, nell’amicizia, nel volontariato. Una scuola moderna non teme questi apprendimenti: li valorizza e li integra.

Qui il pensiero di D’Avenia incrocia le preoccupazioni dei pedagogisti. Quando lo scrittore chiede ai ragazzi di darsi da soli “i compiti” per alimentare il proprio fuoco, sta indicando una direzione opposta al riempimento passivo di schede. Il “fuoco” non si alimenta con esercizi meccanici e noiosi, ma con attività che generano entusiasmo, presenza, scoperta. “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo”, citava D’Avenia dall’enciclica Magnifica humanitas: “il nostro compito è fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo”. Piccole fedeltà tenaci. Braci che nulla può spegnere.

Oggi non è l’ultimo giorno di scuola, scriveva D’Avenia. “Magari il primo”. Sta a ciascuno scegliere: noia o entusiasmo, spento o acceso, vacanza come vuoto o come pienanza. Per gli studenti, per i docenti, per le famiglie. Il tempo delle vacanze non è un contenitore da riempire a ogni costo. È uno spazio educativo prezioso. Merita rispetto. E forse, anche un po’ di fuoco.


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 Andrea Carlino

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