8 giugno 2026 – ore 06:30 – Se un visitatore arrivasse oggi a Trieste e decidesse di farsi un’idea della città ascoltando soltanto il dibattito pubblico, probabilmente immaginerebbe una comunità in piena difficoltà, bloccata da problemi irrisolti e incapace di trovare una direzione. Poi guarderebbe i numeri. E inizierebbe a farsi qualche domanda. Negli ultimi anni Trieste è entrata stabilmente nelle classifiche delle destinazioni turistiche emergenti, tanto da essere indicata da Booking.com tra le mete internazionali di tendenza. Le presenze turistiche hanno superato i due milioni di pernottamenti annui, raggiungendo livelli che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati difficili da immaginare. Il porto continua a rappresentare uno degli snodi logistici più importanti del Mediterraneo e dell’Europa centro-orientale. Nel 2025 ha movimentato oltre 60 milioni di tonnellate di merci, confermando una centralità che molte città portuali italiane possono soltanto invidiare. Anche il traffico crocieristico continua a crescere. Oltre mezzo milione di passeggeri hanno transitato per Trieste nell’ultimo anno, stabilendo un nuovo record storico e rafforzando il ruolo della città nel turismo internazionale. Sul fronte della ricerca scientifica, inoltre, Trieste continua a possedere una concentrazione di istituzioni, centri di eccellenza e competenze che non ha paragoni nel panorama nazionale. Dall’Area Science Park ai centri internazionali di fisica teorica, passando per università e laboratori di ricerca, la città mantiene una vocazione scientifica che molte realtà europee di dimensioni analoghe faticano a eguagliare. Naturalmente questo non significa che tutto vada bene. Non significa che non esistano problemi. Non significa che il calo demografico, l’invecchiamento della popolazione, la fuga di una parte dei giovani o le difficoltà di alcuni comparti economici debbano essere ignorati. Significa però una cosa diversa. Se una città che supera i due milioni di presenze turistiche annue, movimenta oltre sessanta milioni di tonnellate di merci attraverso il proprio porto e continua ad attrarre investimenti nella ricerca scientifica e nell’innovazione si percepisce comunque in declino, allora il problema probabilmente non è soltanto economico.
È qualcosa di più profondo. Ed è qui che i numeri smettono di raccontare l’economia e iniziano a raccontare la psicologia collettiva di una città. Perché poche città italiane continuano a confrontare il proprio presente con un passato tanto ingombrante. Trieste non soffre di pessimismo. Soffre di nostalgia. È una differenza enorme. Il pessimista guarda al futuro e teme che le cose possano peggiorare. Il nostalgico guarda al passato e si convince che il meglio sia già accaduto. Per oltre un secolo Trieste non è stata una città qualunque. È stata il porto dell’Impero austro-ungarico, il principale sbocco sul mare dell’Europa centrale, un centro economico, finanziario e commerciale che esercitava un’influenza ben superiore alle proprie dimensioni. È qui che nasce una parte del malessere cittadino. Trieste non misura i propri successi rispetto alle altre città. Li misura rispetto all’Impero austro-ungarico. E in quella competizione è destinata a perdere ogni volta. Nessuna città contemporanea potrebbe reggere il confronto con il momento di massima centralità geopolitica della propria storia. Eppure Trieste continua spesso a giudicare il presente attraverso quella lente. Il risultato è paradossale. Mentre molte città italiane inseguono investimenti, turismo, traffici commerciali, università competitive e riconoscibilità internazionale, Trieste possiede già una parte consistente di questi elementi e continua a percepirsi come una città in ritardo. Non perché manchino i problemi. Ma perché la misura del confronto non è quasi mai il presente. È il passato. Ed è difficile vincere una partita contro la propria leggenda.
Il vero protagonista del dibattito pubblico triestino non è il porto. Non è il turismo. Non è la politica. È il mito del declino. L’idea che la città stia sempre perdendo qualcosa, anche quando cresce. L’idea che ogni risultato sia insufficiente. L’idea che ogni successo rappresenti soltanto una versione ridotta di ciò che esisteva un tempo. Questo non significa che la città debba accontentarsi. Anzi. Le comunità che crescono sono quelle che mantengono uno spirito critico e non smettono mai di interrogarsi sui propri limiti. Ma una cosa è lo spirito critico. Un’altra è l’incapacità di riconoscere i risultati. Perché una città che vede soltanto ciò che non funziona corre un rischio opposto a quello dell’autocompiacimento. Finisce per non vedere più nemmeno ciò che funziona. Forse il problema non è che Trieste non riconosce i propri successi. Il problema è che continua a considerarli insufficienti rispetto a un passato che non esiste più. Eppure le città non vivono di ricordi. Vivono di presente. Nessun porto commercia con la nostalgia. Nessun turista prenota una leggenda. Nessuna impresa investe in un ricordo. E prima o poi anche Trieste dovrà scegliere se continuare a misurarsi con ciò che era oppure cominciare finalmente a valorizzare ciò che è.
L’editoriale è di Francesco Viviani
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Francesco Viviani
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