La mostra Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, alla Galleria Fumagalli di Milano, si è presentata come un esperimento curatoriale ambizioso: non un semplice “dialogo inatteso”, ma un tentativo di interrogare due poli dell’arte occidentale del Novecento attraverso la categoria più sfuggente e al contempo necessaria del nostro tempo: la tragedia. La curatrice Annamaria Maggi costruisce un percorso che non cerca affinità superficiali, né indulge nella retorica dell’accostamento improbabile. Al contrario, la mostra si fonda su una tesi tanto originale quanto potente: Kounellis e Warhol, pur opposti per linguaggio, condividono una medesima urgenza, un bisogno di restituire all’immagine – o alla materia – una densità spirituale in un mondo che ha smarrito ogni trascendenza.
Se Kounellis presenta installazioni e oggetti che trasformano la materia in simbolo di memoria e sofferenza, le opere di Warhol mostrano il lato oscuro del glamour e mettono in scena una tragedia nascosta dietro la superficie, una superficie in cui la ripetizione delle immagini instaura un rituale meccanicistico, nel quale ogni spessore umano risulta rimosso. La materialità rituale di Kounellis e la superficie raggelata di Warhol si rispecchiano e si interrogano a vicenda, restituendo al visitatore una visione profonda e complessa della “tragedia” contemporanea.
La mostra “Kounellis | Warhol” alla Galleria Fumagalli di Milano
Già dall’ingresso prendiamo un assaggio di questo dialogo incentrato sul tema del tragico: le polaroid eseguite nel 1981 da Warhol scandiscono un susseguirsi di oggetti colti in un loro limbo ontologico, come un ritratto di gruppo che veda protagonisti coltelli da cucina e scarpe femminili, mentre Kounellis ci confida il suo sentimento della finitudine e della vulnerabilità in un Senza titolo del 2006: un cappotto capovolto, mutilato, compresso contro il ferro di una spessa lamiera e schiacciato da una pietra.
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7 / 7La spiritualità di Kounellis e Warhol a Milano
Entrare nella sala principale è come varcare una soglia liturgica: avanziamo cercando di assestare lo sguardo alla penombra ovattata di questa stanza che assume le sembianze di un’ariosa cripta. In fondo a sinistra ci sorprende un’inedita Marilyn Monroe (1978) di Warhol, stampigliata in una serigrafia che ne riproduce il volto in negativo, una Marilyn eccezionalmente nera che emerge nella luce oscurata col fioco bagliore di un cammeo funebre. Ai lati dell’angolo opposto, seguendo un percorso diagonale, si posizionano due tele realizzate in acrilico e inchiostro serigrafico della serie Knives (1981-1982), anche queste nella loro versione in bianco e nero, in cui le lame si stagliano come silhouettes tipografate sullo sfondo chiarissimo, e, smarrito ogni riferimento culinario e domestico, si profilano minacciose in un’impassibile successione. A queste immagini fanno riscontro su un’altra parete, in una sorta di polittico materico (Senza titolo, 2005), i coltelli e le asce di Kounellis, fuoriuscenti da ciocche di capelli femminili, ancorate a lamine di piombo a loro volta accomodate su una grande lastra di ferro: taciturna memoria del corpo, richiamo ammutolito di immedicabili ferite. Così come assenza, silenzio, e perdita evocano i cappotti schiacciati tra le consuete, spesse placche metalliche in un altro Senza titolo del 2009.

La suggestione della luce nel percorso espositivo “Kounellis | Warhol” a Milano
Ma c’è da dire che in questa sala è la luce a dettare i tempi della percezione, coinvolgendoci in un teatro di umbrae silentes, incorniciate in un’aureola fantasmatica, emergenti dalla penombra. Le condizioni di luce sono infatti pensate come un dispositivo performativo: non si tratta di visibilità neutra, ma di una messa in scena che richiama la teatralità penitenziale del Barocco, con i suoi chiaroscuri, le fenditure di luce e le ombre che diventano presenze. L’allestimento sembra quasi riecheggiare quelle prescrizioni installative caldeggiate per commemorare la morte di Cristo dagli ecclesiastici seicenteschi, come il cappuccino milanese Zaccaria Castiglione, il quale, nelle Istruzioni che corredano il sermonario da lui dato alle stampe nel 1653, prevede che l’apparato “si faccia […] col dovuto decoro, […] procurando che l’luogo riescha ben’oscuro, acciò i lumi compaiono meglio, ed esso rendi maggiore divotione”. E anche qui gli spot direzionali e la penombra calibrata ci inducono a una riflessione sulla caducità della materia e sulla vanità dei simulacri del moderno, per accompagnarci in un rituale che da contemplativo diventa empatetico.
La tragedia come etica della percezione alla galleria Fumagalli di Milano
Ecco allora che la tragicità, in ultima analisi, si presenta come un’etica della percezione, ma una percezione intesa a riconciliare una condizione di spaesamento e di scissione, a riconoscere in un’unica impressione totalizzante il peso e la perdita, la presenza e la sparizione. E mentre ci ritornano in mente le considerazioni di Jean-Luc Nancy sull’ambiguo potere delle immagini, ci troviamo qui nella condizione ideale per superare un atteggiamento solo contemplativo e assumerci una sorta di responsabilità personale, a sentire il sentimento del tragico risuonare nelle nostre stesse corde: la luce che isola, la materia che pesa, la superficie che svanisce nel suo ripetersi non sono effetti scenografici ma modi in cui l’immagine mette in scena la nostra finitudine e la tragicità diventa un’esperienza condivisa.
Alberto Mugnaini
Milano // Fino al 12 giugno 2026
KOUNELLIS | WARHOL. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol
GALLERIA FUMAGALLI, Via Bonaventura Cavalieri, 6
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