i numeri, gli obiettivi e come trasformarla in un sistema


La rete si vede, c’è. E non importa il ritardo di qualcuno, l’equivoco ancora abbastanza diffuso del “chi deve fare cosa e come”, l’incertezza sul fatto che i fondi stanziati possano diventare strutturali e che la rivoluzione auspicata (non solo dal governo, ma anche dal mondo delle associazioni) abbia tempo per concretizzarsi. Sono 654 i Centri per la famiglia censiti in tutta Italia: nel 2025 hanno raggiunto, secondo la prima indagine conoscitiva nazionale realizzata dal Dipartimento per le politiche della famiglia e presentata ieri in occasione del secondo appuntamento della Conferenza nazionale sulla famiglia a Milano, 262.843 utenti, con una media di circa 563 persone per centro. Un rapporto da leggere con cautela, per la qualità non uniforme delle informazioni raccolte, ma tant’è: la dimensione del fenomeno resta comunque evidente. Migliaia di famiglie in carne ed ossa, nell’ultimo anno, hanno cercato qualcuno che le aiutasse a orientarsi, a capire come affrontare una difficoltà con un figlio, a trovare un qualche servizio oppure semplicemente un posto dove trascorrere un pomeriggio di pioggia coi bambini piccoli, e l’hanno effettivamente trovato.

Occorre riavvolgere il nastro per capire di cosa stiamo parlando: i Centri per la famiglia sono nati nei lontani anni Novanta nel nostro Paese e per molto tempo sono rimasti avvolti dal mistero di quel welfare all’italiana fatto di esperienze nate nei territori, cresciute grazie all’iniziativa di singoli enti o amministrazioni e molto difficili da ricondurre a un disegno unitario. Erano già più di 600, distribuiti però in modo molto diverso tra le Regioni, con servizi, professionalità e forme organizzative non sempre comparabili (e compatibili). È proprio quella realtà frammentata che il ministero della Famiglia e delle Pari opportunità ha provato a ricondurre a sistema: Elena Macchioni, presidente del Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, lo ha ricordato bene spiegando alla platea della Conferenza in Triennale come i Centri siano apparsi subito uno degli assi portanti del nuovo Piano nazionale per la famiglia, «una rete riconoscibile e progressivamente integrata, chiamata a costruire connessioni tra istituzioni, Terzo settore, scuola, servizi sanitari, comunità locali e famiglie ».

L’indagine di cui dicevamo all’inizio permette, per la prima volta, di guardarli insieme attraverso una base comune di dati: il numero più alto di strutture si trova in Veneto (90), Lombardia (88), Puglia (72), Campania (71), Marche (55), Piemonte (51) ed Emilia-Romagna (42), per un totale di 1,11 Centri ogni 100mila abitanti, vale a dire uno ogni circa 90mila residenti. E dentro questi luoghi passa una parte importante della vita quotidiana delle famiglie: il servizio più diffuso è il supporto alla genitorialità, presente nel 98% delle strutture. Seguono l’orientamento ai servizi (89,1%), la formazione e gli incontri per genitori (84,1%) e il sostegno psicologico (81,8%). In 429 Centri si svolgono attività rivolte a bambini e ragazzi; 419 offrono counseling familiare e 399 mediazione familiare. Anche le professionalità presenti mostrano la complessità del lavoro in corso: gli psicologi sono presenti in 546 strutture, il 90,2%; gli educatori professionali in 475 (78,5%) e gli assistenti sociali in 471 (77,9%). E poi mediatori familiari, pedagogisti e consulenti legali per un totale di 6,8 dipendenti a struttura e 5,4 collaboratori esterni. Poi c’è tutto ciò che accade intorno al Centro: il 96,7% delle strutture collabora con i servizi sociali comunali, l’88,4% con le scuole, l’82,6% con le associazioni locali e l’82,1% con le strutture sanitarie. Il 57% lavora con altri Centri per la famiglia, mentre il 53,9% ha rapporti con tribunali o servizi di giustizia minorile. È questa funzione di raccordo che può fare dei Centri un pezzo importante del welfare di prossimità: un luogo vicino, riconoscibile, nel quale trovare una prima risposta e soprattutto un orientamento.

Se la mappatura fotografa l’esistente, il lavoro avviato sulle future Linee di indirizzo prova invece a delineare un’identità comune. Ad annunciarne la presentazione è stata la capo di gabinetto del ministro per la Famiglia, Assuntina Morresi: l’appuntamento è fissato per febbraio, quando tutti i Centri per la famiglia saranno convocati per discutere il documento che dovrà orientarne lo sviluppo. Le anticipazioni illustrate da Francesco Belletti, direttore del Cisf, indicano però già la direzione: «La questione di fondo è semplice solo in apparenza: che cosa debba essere un Centro per la famiglia nell’Italia di oggi. Non uno sportello dedicato a una singola prestazione, ma un presidio territoriale capace di accogliere, accompagnare, mettere in rete risorse e costruire relazioni».

La sfida, è evidente, passa anche attraverso l’organizzazione: perché questa rete possa consolidarsi occorrono professionalità stabili, modelli condivisi, sistemi di valutazione e risorse adeguate. Il governo ha destinato al capitolo 150 milioni di euro nel biennio 2025-2026: l’obiettivo è accompagnare il passaggio da una fase largamente sperimentale a una stagione di consolidamento (non è un caso, tanto per dare il polso della situazione, se meno della metà dei Centri dispone oggi di un sito internet e poco più della metà dichiara accordi formalizzati con altri soggetti del territorio).

Sul fondo resta la questione che attraversa ormai tutte le politiche familiari occidentali: la crisi della natalità e la crescente difficoltà delle giovani generazioni a immaginare il proprio futuro. Collegata da Roma al termine del delicatissimo voto sulla legge elettorale, la ministra Eugenia Roccella ha richiamato il valore della stabilità politica e istituzionale come condizione necessaria perché le persone possano tornare a progettare la propria vita: «La denatalità non riguarda soltanto l’Italia ma investe ormai gran parte dell’Europa e del mondo sviluppato – ha osservato –. In questa prospettiva, le persone non possono essere ridotte a statistiche: la scelta di formare una famiglia e avere figli nasce là dove esistono fiducia, prospettive e reti di sostegno». Da qui anche la critica a un approccio che affronta la crisi demografica soltanto attraverso i numeri. «La demografia è il risultato; la famiglia è il luogo in cui quel risultato prende forma», ha affermato la ministra, sostenendo che non esistono politiche demografiche efficaci che non siano anzitutto politiche familiari. L’obiettivo, ha spiegato, è creare condizioni che consentano alle famiglie di vivere con maggiore sicurezza e autonomia le diverse fasi della vita. È in questa prospettiva che i Centri per la famiglia assumono un ruolo centrale diventando luoghi di «empowerment familiare», capaci di sostenere le relazioni, attivare reti territoriali e valorizzare le risorse delle stesse famiglie. Un’impostazione condivisa dal mondo associativo, rappresentato dal presidente del Forum delle associazioni familiari Adriano Bordignon, da Luisa Santolini e da Vincenzo Bassi della Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa.

Un applauso scrosciante della platea quando ricorda che negli ultimi vent’anni le politiche familiari sono state fatte con i «resti di magazzino». L’appello a un dibattito sulle urgenze della famiglia che prescinda dalle bandiere: la famiglia non è di destra o di sinistra, non è il terreno di scontro tra posizioni ideologiche e vecchie lagne sui diritti di qualcuno a scapito di qualcun altro. L’auspicio che i Centri per la famiglia («ma sarebbe meglio chiamarli Centri della famiglia, per darci un senso di appartenenza e smettere di farci sentire solo destinatari») non siano gli ennesimi «servizi», ma possano diventare «spazi promozionali comunitari di incontro, dove ci si sente a casa e non in fila all’ennesimo sportello». Adriano Bordignon, presidente del Forum delle associazioni familiari, arriva alla Conferenza nazionale sulla famiglia dopo un altro confronto, tutt’altro che teorico: appena tre giorni fa il Forum era al tavolo di Palazzo Chigi sulla prossima legge di Bilancio. Tra le richieste messe sul tavolo, un fisco finalmente a misura di figli, con una riduzione dell’Irpef per i carichi familiari, e il rafforzamento dell’Assegno unico, perché il sostegno alla famiglia non sia affidato a misure episodiche.

Perché dice che per troppo tempo le politiche familiari sono state costruite con i “resti di magazzino”?
Perché abbiamo continuato a considerare la famiglia un settore, anziché una dimensione che attraversa tutta la vita delle persone e tutte le grandi politiche del Paese. La famiglia entra nella scuola, nel lavoro, nella salute, nella previdenza, nella casa, nell’educazione, nella cura degli anziani, nella demografia. Eppure continuiamo a trattarla come una voce a parte, con un assessorato, una delega, un capitolo di bilancio. Così viene “spacchettata” e le politiche familiari finiscono per essere costruite con ciò che resta.

I Centri per la famiglia nascono con l’intento opposto.
Sì, e riconosciamo al governo il merito di questa visione. Si tratta per altro di una richiesta avanzata in primis proprio dal Forum al Dipartimento: siamo stati ascoltati. Le famiglie fanno: si organizzano, producono valore, educano, curano, si prendono carico delle fragilità, generano comunità. I Centri le eleggono a protagoniste e da questo punto di vista possono diventare una vera infrastruttura del welfare familiare e comunitario. A patto di non ridurli a un altro servizio. Un servizio risponde a un bisogno: si entra quando c’è un problema e si esce quando è stato risolto. Un Centro dovrebbe essere qualcosa di più: uno spazio che le famiglie sentono proprio, dove si va per incontrare altre famiglie, imparare, mettere a disposizione quello che si sa fare.

Lei ha usato l’immagine della “piazza coperta”.
Rende bene l’idea. Una piazza è un luogo di prossimità, riconoscibile, accessibile. Il Centro dovrebbe non solo mettere in rete le famiglie, ma anche collegarle con la scuola, le imprese, i servizi sociosanitari, le associazioni, le realtà del territorio. Una famiglia oggi spesso deve parlare con dieci amministrazioni diverse, mentre è una realtà unica.

Il Forum ha viaggiato sul territorio. Che cosa avete trovato?
Una grande varietà di esperienze. Abbiamo fatto 18 incontri in tutte le regioni italiane, mettendo intorno allo stesso tavolo amministrazioni, associazioni, servizi, Terzo settore e famiglie. Abbiamo visto Centri molto strutturati e altre esperienze ancora fragili. La convinzione che ne abbiamo ricavato è che questa difformità non vada semplicemente cancellata: va messa in dialogo. Servono funzioni essenziali garantite in tutto il Paese, insieme alla possibilità di adattare i Centri alle caratteristiche dei territori. Per farlo occorrono fondi strutturali e che gli stessi Centri siamo riconosciuti. Siamo all’inizio di un percorso che può diventare un rivoluzione per tutti. Basta renderla possibile.


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