Il primissimo passo verso il ritorno al nucleare? «È una scelta legittima di ordinaria amministrazione, che rischia di essere venduta come una soluzione a problemi che non risolverà». E ancora. «Se si tratta di voler regolare un argomento» a livello teorico «può anche andare bene». Ma, rimarca, «siamo proprio fuori strada, se pensiamo che da questa scelta possa «venire qualsiasi tipo di risposta rispetto al ritardo del nostro Paese accumulato sulla transizione e sulla sicurezza energetica».
La scelta è stata l’approvazione da parte della Camera (nelle prossime settimane tocca al Senato) del disegno di legge delega del Governo sul nucleare. Legge delega vuol dire che l’esecutivo può, con determinati paletti, esercitare la funzione legislativa su di un determinato tema.
I vincoli, nel caso specifico, sono: concentrarsi sulle nuove tecnologie in fase di sviluppo ed escludere gli impianti di grandi dimensioni come quelli installati e operativi da decenni in molte parti del mondo.
Le parole sono di Gianluca Ruggieri, ingegnere ambientale, docente e ricercatore in Fisica tecnica ambientale all’Università dell’Insubria, dove si occupa di efficienza energetica, transizione ecologica e democrazia energetica, presidente di ènostra, prima cooperativa energetica in Italia e autore di Le energie del mondo. Fossile, nucleare, rinnovabile: cosa dobbiamo sapere (Laterza editori).

Nucleare, un ritorno di attenzione
Dopo due referendum (1986 e 2011) che hanno detto no all’energia elettrica prodotta dalle centrali atomiche, 4 impianti nucleari (con il mai risolto problema dei siti di stoccaggio delle scorie) e due incidenti che hanno impattato pesantemente sull’opinione pubblica (leggi Chernobyl e Fukushima). Ma anche dopo due crisi energetiche che hanno rimesso in discussione il sempre fragile equilibrio della dipendenza dai combustibili fossili. Insomma, l’Italia, o meglio, il Governo italiano, ci riprova con il nucleare.
«Che ci sia un ritorno di attenzione verso il nucleare», spiega Ruggieri, «è abbastanza evidente. Che l’Italia possa darsi degli strumenti legislativi per regolare la materia è del tutto legittimo. Ma non c’entra niente con la risoluzione della crisi climatica, né con la transizione e la sicurezza energetica».
La ragione? «Parliamo di tecnologie o che non esistono o che hanno tempi e costi» su cui non si possono fare valutazioni. Tantomeno costruirci attorno una strategia energetica. Che al momento, sottolinea con forza il docente, non esiste.
«Non c’è», precisa, «una strategia di elettrificazione dei consumi finali, niente sulle pompe di calore, né sulla mobilità elettrica. Un paese come la Francia», spiega, «che ha un programma nucleare molto sviluppato, ha definito una strategia di elettrificazione dei consumi energetici che prevede una serie di iniziative che vanno dalla realizzazione di impianti produttivi per le pompe di calore all’aumento delle colonnine di ricarica dei veicoli elettrici».
Un intervento “di bandiera”
Niente di tutto questo c’è in Italia. È solo intervenuto un «elemento di bandiera», dice a proposito delle legge delega sul nucleare. «In un contesto di crisi energetica», fa notare, «non è stato fatto nulla». Anni fa, ricorda Ruggieri, «il ministro Cingolani, in occasione della precedente crisi, propose timidamente interventi di promozione della riduzione dei consumi, che portarono anche dei risultati».
Azioni immediate
Quelle di cui c’è bisogno, ribadisce l’esperto, «sono azioni che intervengano nell’immediato, non nel medio o lungo termine. L’unico intervento è stata la riduzione delle accise che», ragiona, «è esattamente il contrario di quello che bisognerebbe fare, perché si lascia pensare ai consumatori finali che tutto va bene, non dando nessuno stimolo alla riduzione dei consumi».
Nucleare e comunità locali
Il piano del Governo sul nucleare guarda agli Smr, acronimo che sta per Small modular reactors, dispositivi di piccole dimensioni da 300 – 350 MW. Nel mondo ce ne sono 4 funzionanti (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha censito circa 80 progetti in via di sviluppo), due in Russia e due in Cina. «L’idea del “modulare”», argomenta, «è che se ne facciano tanti». Il fatto che ce ne siano solo 4 «evidentemente tanto modulari non sono. Rispetto agli 80 poi va detto che si tratta di 80 tipologie di reattore, ognuna con differenze sostanziali. Sono 80 ipotesi di realizzazione. Con questo scenario, non c’è la possibilità di fare alcuna previsione: né in tema di costi o di tempi o di integrazione nella rete».
Detto questo, resta ancora irrisolto il problema delle scorie nucleari delle 4 centrali atomiche tradizionali. E poi, anche con gli Smr, come la mettiamo con le comunità locali? «Bisognerebbe prima risolvere il problema delle scorie degli impianti già costruiti. Il Governo non ha fatto passi in avanti neanche in questa direzione. Il sospetto», dice sempre Ruggieri, «è che si tratti di provvedimenti “di bandiera”, privi di sostanza».
Fuori tempo massimo
Se la scelta del nucleare sembra prospettarsi come una “scatola vuota”, un effetto comunque lo produce: si perdono risorse e si perde tempo, soprattutto rispetto agli obiettivi della transizione energetica. «Il nostro Paese non ha neanche un piano di attuazione di quanto previsto dalla normativa sulle prestazioni energetiche degli edifici».
Ecco, sintetizza Ruggieri, «con una strategia, un approccio maturo al nucleare poteva anche starci. Eppure si va a legiferare è su un qualcosa che può incidere, se va bene, tra 15 anni, con costi che nessuno è in grado di determinare. Questo è il vero problema. Il deserto totale in cui si muove il provvedimento sul nucleare».
In apertura foto di Jose Manuel Esp per Unsplash
Vuoi fare un regalo?
Abbiamo creato apposta le gift card! Regala l’abbonamento a VITA, regala 1 anno di contenuti e informazione. Scegli il tipo di abbonamento, ottieni il codice e giralo a una persona a cui tieni.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Alessio Nisi
Source link



