Roma, quartiere Parioli. Durante gli scavi per un parcheggio sotterraneo, in una delle zone residenziali più esclusive della Capitale, alla fine degli anni ’90 è stata rinvenuta una fontana che è molto più di un reperto archeologico. Sì, perché la Fonte di Anna Perenna ci dice molto su come la società dell’Antica Roma mutò nel corso degli anni e di come lo stesso sito, con il passare del tempo, si fosse trasformato da luogo di culto a ritrovo per riti magici. Fabrizio Santi, archeologo responsabile della Fonte di Anna Perenna per la Soprintendenza Speciale di Roma, ha guidato idealista/news alla scoperta della storia e degli aneddoti legati alla Fonte di Anna Perenna.
La scoperta
La Fonte di Anna Perenne si trova nel quartiere Parioli, in via Guidobaldo del Monte, vicinissimo all’iconica piazza Euclide. Qui, tra la fine del 1999 e il 2000 venne rinvenuto il reperto durante la realizzazione di un parcheggio multipiano interrato. Come spiega l’archeologo Fabrizio Santi, “mentre si stava scavando per la creazione di un vano ascensore, venne alla luce questa antichissima fontana. Si tratta di una fontana che prevedeva la presenza di una sorgente che era ancora attiva al momento dello scavo. Ora non più, ovviamente”.
Lo scavo, effettuato ad una profondità compresa tra circa i 6 e i 10 metri dal piano stradale, ha portato alla luce i resti di una fontana di forma rettangolare con iscrizioni murate che riportano il nome della dea: Anna Perenna. Come spiega Fabrizio Santi, si tratta di “una importantissima scoperta per l’epoca”.
Ha dato testimonianza del culto di questa antichissima divinità dei Romani e ha fornito moltissime informazioni sulla Dea e anche sui riti magici che si svolgevano in età tardo antica presso questo sito.
La sorgente si trovava sul retro, al di là del muro nella cisterna che ancora è parzialmente visibile. Inoltre, dalla cisterna passava in una vasca per poi proseguire tramite delle condutture plumbee. L’archeologo della Soprintendenza speciale di Roma sottolinea che “si tratta dell’ultima fase di vita di questa fontana, come si ricava dalla tecnica muraria in Opera pittata, una tecnica che prevede l’uso di ricorsi di mattoni e pelli, probabilmente databile attorno alla fine del III secolo dopo Cristo”.
Ma le testimonianze sono molto più antiche, come sottolinea Santi: “La fontana doveva esistere già, come hanno dimostrato i materiali rinvenuti nella cisterna, in età repubblicana intorno al III secolo avanti Cristo, ed ebbe una vita lunghissima, almeno fino al V-VI secolo dopo Cristo”.
Un reperto archeologico e “sociale”
Il rinvenimento fu eccezionale perché nel muro della vasca sono inglobate tre iscrizioni che riportano il nome di Anna Perenna e delle Ninfe. Anna Perenna ricorre, in realtà, soltanto in due delle iscrizioni – specifica Fabrizio Santi – sono iscrizioni che si datano alla metà del II secolo dopo Cristo, quindi, sono più antiche della fase visibile, ma vennero inglobate nel successivo rifacimento”.
La Fonte ci dà molte informazioni sul culto della Dea e sulla festività che si svolgeva nel suo bosco sacro. Anna Perenna era già nota dalle fonti storiche e letterarie, nonché dai calendari marmorei romani, i cosiddetti fasti e veniva celebrata il 15 marzo, durante le idi di marzo, l’originario Capodanno dei Romani dell’anno agricolo romano.
Inoltre, prosegue l’archeologo Fabrizio Santi: “Sappiamo dalle fonti che in quell’occasione i Romani festeggiavano la Dea con sacrifici in suo onore e si recavano lungo il Tevere per fare quello che noi definiremmo oggi quasi una gita fuori porta. Bevendo vino, ubriacandosi, declarando lazzi, scherzando e via dicendo”.
Ma non solo, perché “verosimilmente c’era anche una competizione, una gara di cui ci parlano le iscrizioni. Non sappiamo esattamente quale fosse il tipo di gara che si svolgesse, dal momento che Ovidio parla del fatto che in quel giorno avresti visto persone bere tante coppie di vino, quanti anni ancora avrebbero voluto vivere. Si è pensato ad una gara di bevute. Altri invece pensano probabilmente a gare poetiche improvvisate”.
Moltissime informazioni sono state ricavate proprio dai testi delle iscrizioni e testimoniano il fatto che i vincitori della competizione dedicata alla Dea durante i suoi festeggiamenti dovevano successivamente dedicare un altare o un dono nel suo bosco sacro. “In particolare – spiega Fabrizio Santi – l’iscrizione centrale è molto interessante perché ci fornisce moltissime informazioni su questa competizione. Gaio Svetonio, Germano e la moglie Licinia, infatti, dedicano ad Anna Perenna un altare dopo aver vinto la gara”.
La testimonianza di una società in mutamento
Nella cisterna sono stati rinvenuti moltissimi materiali, alcuni dei quali documentano le offerte che venivano fatte alla Dea. Tantissime monete, pigne, gusci d’uovo.
La Dea, infatti, era una divinità del nuovo anno, quindi dell’abbondanza e della prosperità. E sappiamo proprio dalle fonti che i Romani compivano sacrifici pubblici e privati per iniziare bene l’anno e trascorrerlo bene.
Ma non è tutto, perché, come sottolinea l’archeologo: “Oltre a questo materiale, però, sono stati rinvenuti anche moltissimi altri reperti che rimandano a una fase più tarda dell’uso della fontana, nella quale iniziarono ad esserci attività magiche quasi di magia nera”.
Si tratta, quindi, di una preziosissima testimonianza di come stesse mutando la società romana dell’epoca. Un luogo di culto, infatti, si stava trasformando in un centro dove venivano gettate figurine antropomorfe in materiale organico, lucerne cosiddette magiche, ossia mai utilizzate, e anche un pentolone in rame, il cosiddetto caccabus, che fa pensare quasi alla preparazione di filtri magici.
“È stato ipotizzato – spiega l’archeologo della Soprintendenza speciale di Roma – che ci fosse proprio la presenza di maghe specializzate e fattucchiere che prestavano servizio presso la fontana”. Tutte queste attività si datano, però, nell’ultima fase di vita della fonte, tra il IV e il VI secolo dopo Cristo, nel momento in cui la religione romana si mescola alla superstizione.
Per rendere l’idea, le maledizioni erano incise su lamine plumbee, arrotolate e trafitte da chiodi. Anche le maledizioni erano scritte su delle lamine plumbee ripiegate e venivano gettate nella fonte o inserite nella lucerna, augurando malattia e morte ai destinatari e menzionano figure quale il demone Abraxas, le Ninfe, oppure addirittura Gesù Cristo.
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Flavio Di Stefano,Oriana Iaciancio
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