Era chiaro anche alle poltrone del Consiglio Comunale che il vero problema per il sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli non era Massimiliano Tagliaferri. Ma il dopo. Ovvero come individuare il successore del Presidente d’Aula dimissionario senza trasformare Palazzo Munari nell’ennesima Saigon politica, con una maggioranza già ampiamente logorata da tensioni, diffidenze e regolamenti di conti interni.
Se l’obiettivo di Tagliaferri era quello di creare ulteriori difficoltà al sindaco, difficilmente avrebbe potuto scegliere una mossa più efficace delle sue dimissioni. Nemmeno i Greci per espugnare Troia, con il celebre stratagemma del cavallo, avrebbero saputo fare meglio. Perché la poltrona lasciata vacante non è soltanto prestigiosa: è anche particolarmente ambita. I più di 3.000 euro mensili di indennità rappresentano un argomento che, inevitabilmente, alimenta appetiti e candidature. La corsa alla successione rischia di provocare una nuova e profonda frattura nel centrodestra cittadino.
Con l’estrema litigiosità che si respira nella maggioranza consiliare — una maggioranza esclusivamente numerica e certamente non politica, e si vede — praticamente su tutto, pure sul colore delle cartelline delle delibere di Giunta, è davvero complicato trovare soluzioni condivise. Non solo per Mastrangeli: per chiunque. Le aspirazioni sono tante, troppe, e la poltrona soltanto una.
I candidati, i veti incrociati e la provocazione
Una soluzione provocatoria potrebbe essere quella di destinare integralmente l’indennità del futuro presidente del Consiglio al progetto «Solidiamo». Probabilmente, nel giro di pochi minuti, le candidature si ridurrebbero drasticamente: con la stessa velocità con cui crollarono i titoli di Wall Street nell’ottobre del 1929.
Al di là delle facili provocazioni, al momento le candidature più accreditate sono quattro. Marco Ferrara (Identità Frusinate), attuale facente funzioni, blindato dalla sua lista con tanto di messaggio WhatsApp inviato al sindaco, ma stoppato dai veti di Fratelli d’Italia: Partito nel quale Ferrara militava fino a qualche tempo fa.
Francesca Chiappini (lista Per Frosinone), la più votata del Consiglio, su cui però pesa un veto politico: la lista esprime già il vicesindaco e un assessore.
Gianpiero Fabrizi (Lista Ottaviani), la lista occupava la casella a inizio consiliatura e il nome è sponsorizzato anche dalla Lega e dal sindaco Mastrangeli: l’operazione serve anche a capire se l’onorevole Nicola Ottaviani ha ancora la forza politica di imporre i suoi uomini.
Non mancano gli outsider, come i consiglieri Andrea Turriziani e Angelo Pizzutelli, quest’ultimo da sempre uno dei più votati a Frosinone. È tramontata, per Statuto, l’ipotesi Marzi, che era candidato sindaco e per questo non può assumere la presidenza del Consiglio.
Diverse candidature, tanti veti incrociati, una pluralità di letture degli equilibri politici e nessuna disponibilità a fare un passo indietro. In questo puzzle ad alto rischio di implosione servirebbe un nome di garanzia per mettere tutti d’accordo. Ma in questo momento l’unica garanzia che esiste a Frosinone è quella delle fibrillazioni.
Il rebus della delibera di via Puccini
In questo clima di litigiosità esasperata – praticamente su tutto – sorprende come invece nessuno abbia avuto nulla da ridire sulla delibera dell’acquisto da parte del Comune dell’immobile di via Puccini. Deve essere destinato a nuovo Centro per l’Impiego ma ad un costo totalmente fuori mercato cresciuto sette volte in meno di un anno, . Nessuno si è indignato: né consiglieri, né gruppi consiliari di maggioranza, né assessori. I misteri della politica.
La riunione di maggioranza svoltasi ieri sera – ufficialmente sul rendiconto che approderà in Aula l’8 giugno, ma inevitabilmente anche sul tema della presidenza – non ha fatto altro che confermare il clima che si respira in una coalizione sempre più sfilacciata. I consiglieri di Identità Frusinate non si sono presentati, impegnati in una riunione concomitante della lista. Nessuno ha pensato di spostare una delle due. Segnale evidente che ognuno va per conto proprio.
La strategia dell’attendismo
La domanda delle cento pistole è: come si muoverà Mastrangeli? La strategia più probabile è quella più usata in politica quando la situazione sembra non avere soluzione: l’attendismo. Prima si approva il Rendiconto la prossima settimana: con questi chiari di luna difficilissimo farlo in prima convocazione, quando servono 17 voti, molto più realistico in seconda, quando ne bastano 12. Poi si tira a campare fino all’autunno sfruttando le vacanze estive, lasciando a decantare aspirazioni, appetiti, veti e controveti.
L’importante, in senso assolutamente trasversale, è avere sempre 12 consiglieri che in seconda convocazione alzino la mano. Parafrasando il presidente della Juventus Giampiero Boniperti: «L’unica cosa che conta».
Carfagna fissa i paletti
In questo quadro merita di essere registrata la presa di posizione del capogruppo di Fratelli d’Italia Franco Carfagna, che ha fissato due paletti difficilmente ignorabili. Il primo: mettere fine allo spettacolo poco edificante che da troppo tempo il Consiglio Comunale offre alla città, uno stillicidio continuo di polemiche, distinguo, assenze strategiche, litigi e veti che sta logorando la credibilità dell’azione amministrativa. Quella politica è andata da un pezzo.
Il secondo, ancora più rilevante: ricostruire il perimetro originario del centrodestra, riunendo partiti e liste civiche attorno a un patto di fine consiliatura che consenta di arrivare al 2027 con un minimo di coesione politica.
Tutto giusto, tutto assolutamente condivisibile. Ma nihil sub sole novum. È esattamente quello che FdI chiede a Mastrangeli da oltre un anno. È quello che ha chiesto Forza Italia. È quello che ha chiesto Lista Futura. Ed è, sostanzialmente, quello che aveva chiesto lo stesso Tagliaferri prima di arrivare alle dimissioni. Appelli brillantemente inascoltati, caduti puntualmente nel vuoto.
La situazione nella maggioranza consiliare è quella di ritrovarsi esattamente al punto di partenza. Come in un surreale gioco dell’oca dove, dopo ogni fibrillazione, ogni penultimatum, ogni vertice e ogni mediazione puntualmente fallita, si torna sempre alla casella iniziale. Come diceva Winston Churchill: «Come se un uomo si mettesse in piedi dentro un secchio e cercasse di sollevarsi per il manico». Governare con la calcolatrice in mano, puntando esclusivamente al numero minimo di dodici voti in seconda convocazione per salvare la poltrona, non è fare politica né amministrazione: è sopravvivenza biologica.
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