La storia di un’assistente sociale del SerD di Bari riporta al centro la crisi dei professionisti del welfare pubblico: circa 1.800 euro netti al mese, organici insufficienti e un lavoro quotidiano a contatto con dipendenze e marginalità. Nei servizi pubblici per le dipendenze lavorano 5.766 operatori, mentre secondo dati richiamati dalla Fondazione Gimbe ne servirebbero quasi 1.900 in più.
C’è una contraddizione sempre più evidente nel welfare italiano: chiediamo ad alcune delle professioni più esposte al disagio sociale di sostenere gli altri, mentre diventa progressivamente più difficile garantire condizioni economiche adeguate a chi svolge quei lavori.
La vicenda di Marcella Kapturkiewicz, assistente sociale del SerD di Bari, ne è un esempio.
Laureata, impegnata da sette anni nel servizio pubblico per le dipendenze, porta a casa circa 1.800 euro al mese. Uno stipendio che deve confrontarsi con un costo della vita profondamente diverso rispetto a quello di vent’anni fa.
Il problema non è soltanto arrivare alla fine del mese. È quello che accade quando la normalità viene interrotta da una spesa imprevista.
Un’automobile da sostituire, una riparazione, una necessità familiare possono significare ricorrere a un finanziamento. E una nuova rata riduce ulteriormente il reddito realmente disponibile nei mesi successivi.
Milleottocento euro non valgono più come prima
È questo uno dei grandi problemi salariali italiani.
Il valore nominale dello stipendio dice sempre meno se non viene confrontato con ciò che quello stipendio permette effettivamente di acquistare.
Casa, energia, alimentari, carburanti, assicurazioni e servizi hanno progressivamente aumentato il peso sui bilanci familiari. Il risultato è che anche lavoratori qualificati e con un impiego stabile possono percepire una crescente insicurezza economica.
Non si tratta necessariamente di povertà in senso statistico.
È piuttosto una progressiva perdita di libertà economica.
Si riducono le vacanze, si rinviano gli acquisti, si eliminano spese considerate non indispensabili e si accumula meno risparmio.
Poi arriva l’imprevisto e il credito al consumo diventa la soluzione.
Il paradosso di chi combatte il disagio
Per gli assistenti sociali esiste inoltre un problema ulteriore.
Il loro lavoro consiste spesso nell’affrontare quotidianamente le conseguenze delle fragilità degli altri: dipendenze, povertà, marginalità, famiglie in difficoltà e percorsi personali complessi.
Nei SerD questa pressione assume caratteristiche particolari.
Il professionista non svolge soltanto una funzione amministrativa. Deve costruire relazioni, seguire percorsi individuali e confrontarsi con situazioni nelle quali la componente sanitaria si intreccia continuamente con quella psicologica, familiare ed economica.
È un’attività che richiede preparazione e soprattutto tempo.
Ma proprio il tempo diventa una risorsa scarsa quando mancano gli operatori.
Nei servizi per le dipendenze mancano quasi 1.900 persone
I numeri aiutano a comprendere le dimensioni del problema.
Nei circa 570 servizi pubblici per le dipendenze risultano impiegati 5.766 operatori. Secondo le stime della Fondazione Gimbe richiamate nel dibattito, per rafforzare adeguatamente gli organici sarebbero necessarie quasi 1.900 assunzioni aggiuntive.
La carenza di personale produce una conseguenza quasi matematica: aumenta il numero di casi che ogni professionista deve seguire.
E quando cresce continuamente il carico di lavoro mentre diminuiscono tempo e risorse disponibili, aumenta anche il rischio di burnout.
Quando si ammala chi dovrebbe aiutare
Il burnout nelle professioni sociali e sanitarie non può essere considerato esclusivamente un problema individuale.
Se diventa diffuso, è anche un segnale organizzativo.
Significa che esiste una distanza crescente tra ciò che viene richiesto al lavoratore e le risorse che gli vengono messe a disposizione per farlo.
E questo produce un secondo effetto.
Il lavoratore esausto non è soltanto una persona che sta peggio: è anche un servizio pubblico che rischia di funzionare peggio.
Liste d’attesa, minore continuità nell’assistenza, turnover e difficoltà nel reclutare nuovi professionisti possono diventare parti dello stesso problema.
La crisi dei salari è anche crisi dei servizi pubblici
La vicenda degli assistenti sociali si inserisce così in una questione nazionale molto più grande.
Infermieri, insegnanti, forze dell’ordine, autisti del trasporto pubblico, vigili del fuoco e operatori sociali svolgono funzioni essenziali, ma una parte di queste professioni sta sperimentando una crescente distanza tra responsabilità richieste e riconoscimento economico.
Non è soltanto una rivendicazione salariale.
È una questione di capacità dello Stato di attrarre e trattenere personale qualificato.
Se un giovane investe anni nella formazione e successivamente scopre che la professione scelta comporta responsabilità elevate, turni difficili e una retribuzione poco competitiva, prima o poi il sistema pubblico avrà un problema di reclutamento.
Il costo nascosto dei piccoli salari
C’è infine un aspetto economico che riguarda l’intero Paese.
Un lavoratore con minore reddito disponibile consuma meno, risparmia meno e ha maggiori probabilità di ricorrere al credito quando arriva una spesa straordinaria.
La stagnazione salariale, quindi, non impoverisce soltanto il singolo dipendente.
Può indebolire consumi, domanda interna e capacità delle famiglie di costruire una riserva finanziaria.
Nel caso delle professioni pubbliche essenziali esiste però un costo aggiuntivo: si indebolisce contemporaneamente il servizio offerto ai cittadini.
Ed è qui che la storia di un’assistente sociale che guadagna 1.800 euro al mese smette di essere soltanto la storia di una busta paga.
Diventa una domanda rivolta al Paese: quanto siamo disposti a riconoscere, economicamente e professionalmente, il lavoro delle persone alle quali affidiamo ogni giorno una parte delle nostre fragilità?
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