Gli italiani sono considerati statisticamente meno propensi ad investire parte del loro risparmio e patrimonio in strumenti finanziari, rispetto ai cittadini degli altri Paesi europei. Insistono maggiormente sul concentrare il patrimonio personale di famiglia su componenti considerate più sicure, come ad esempio: case, aziende di famiglie, beni tangibili. Ma questo significa contenere il rischio? Questo concetto di patrimonio resta sempre una garanzia? O forse è tempo di cambiare?
Ne parliamo con Debora Marcon, Financial manager Fineco bank .
Gli italiani sono diversi? Quando, e quanto, investono, lo fanno “a modo loro” o sono in linea con gli altri europei?

“Cominciamo col dire che la distribuzione del patrimonio per fasce di età è simile: quello netto delle famiglie cresce con il tempo fino a toccare il massimo intorno ai sessant’anni, poi comincia a scendere. Succede ovunque e allo stesso modo.
Anche la propensione al rischio segue la stessa curva: la probabilità di possedere attività finanziarie rischiose sale con l’età, raggiunge il punto più alto tra i 50 e i 59 anni e poi cala. Vale per i tedeschi come per gli spagnoli, per i francesi e vale anche per gli italiani.
A essere diversa è la propensione al rischio di investire
Secondo un paper di Banca d’Italia (basato sull’Household Finance and Consumption Survey, HFCS della Bce) la probabilità che una famiglia italiana investa in azioni quotate, azioni non quotate e partecipazioni societarie è del 10% mentre è del 25% nel caso di tedeschi e francesi e del 21% per gli spagnoli. Questi numeri sembrano smentire la tesi degli italiani propensi al rischio e questo perché siamo il Paese più vecchio d’Europa e gli anziani tendono a rischiare meno. Ma non è così”.
C’è davvero questo “mito” dell’età che tende a rendere più prudenti?

“Partiamo da questo “mito”: i ricercatori di Bankitalia hanno rielaborato i dati ipotizzando che l’Italia abbia la stessa struttura per età, istruzione e composizione familiare di Germania e Francia. Ebbene, cambierebbe molto poco, di fatto l’età media elevata spiega solo l’8,2% della differenza con la Germania e solo il 4,4% di quella con la Francia. In sostanza i divari ci sono, e sono dentro ogni fascia d’età: i giovani italiani sono meno propensi al rischio di quelli europei, come gli anziani lo sono meno rispetto ai coetanei del resto d’Europa.
Non solo: le differenze riguardano anche ogni fascia di patrimonializzazione, ovvero gli italiani sono più restii a possedere azioni quotate, sia che abbiamo poca liquidità da investire, sia che siano benestanti. È un dato confermato dalle più recenti statistiche della Bce che mostrano come nel nostro Paese mediamente le azioni di società quotate siano possedute solo dal 4,4% delle famiglie contro l’11,4% della media dell’Eurozona. E il divario rimane anche se consideriamo solo il 10% maggiormente benestante della popolazione: in questo caso la quota di possessori di azioni quotate sale al 21,6%, ma nella zona euro al 35,8%”.
Allora, il rischio in Italia passa attraverso le aziende?

“Quindi, facciamo chiarezza, non siamo più prudenti perché più anziani. Anzi, non siamo nemmeno più prudenti. Ad analizzare i dati con maggiore profondità, infatti, il divario non è così ampio, basta abbandonare la definizione di “patrimonio” e considerare quella di “attività rischiose”. Ebbene: l’81,6% del patrimonio delle famiglie italiane (79,3% nell’Eurozona) è di tipo reale, consiste, cioè, in abitazioni, proprietà immobiliari, veicoli, attività d’impresa. Sì, bisogna considerare anche le imprese nel patrimonio “rischioso” perché capannoni, impianti, macchinari, terreni, marchi e brevetti di proprietà di una famiglia sono, a tutti gli effetti, capitale esposto al rischio operativo d’impresa.
Risultato: dai dati della Bce si ricava che questo tipo di patrimonio rappresenta circa l’11% del totale in Italia, contro il 7,5% in Germania e l’8,6% nell’Area euro. Da noi, infatti, il patrimonio è molto più diffuso che altrove: ne è in possesso il 15,9% delle famiglie italiane, a fronte dell’8,1% di quelle tedesche e del 10,6% di quelle dell’Eurozona. A detenere attività realmente rischiose, quindi, sono già più famiglie di quello che si pensa e il divario con gli altri Paesi europei è minore di quello potremmo immaginare. La presenza di imprese familiari che investono capitale proprio ci dice, quindi, che la propensione al rischio in Italia c’è: non siamo né pigri, né conservatori, né timorosi.”
Diversificare con le azioni non significa allora correre un rischio in più?
“Facciamo un passo ulteriore. Si potrebbe pensare che chi ha una quota rilevante in un asset “rischioso” (come quello, appunto, di un’azienda) eviti di diversificare in altri asset “rischiosi” e sia più prudente quando si tratta di investire. Beh, sbagliato: le azioni quotate non aumentano il rischio ma, al contrario, lo possono ridurre. Vediamo perché. L’indice MSCI World negli ultimi vent’anni (luglio 2006-luglio 2026) ha reso in euro il 9,3% medio annuo, con un rendimento complessivo del 488,7%: 100mila euro investiti nel 2006 ne valgono oggi 588.700 al lordo di costi e imposte. Facciamo un confronto con i titoli di Stato: secondo Banca d’Italia ben il 6,2% delle famiglie italiane ne possiede, ed è moltissimo, considerando che nell’area Euro si arriva solo al 3,5% considerando tutti i titoli, anche corporate (in Italia, invece, in questo caso si giunge al 9,8%).
Diversificazione e rischio

Ebbene, negli stessi vent’anni l’indice FTSE EMU Government Bond, che include i titoli di Stato dell’area euro, ha reso il 2,4% annuo, +60,5% complessivo, portando gli stessi 100mila euro a 160.500: 428.200 euro in meno. Risultato: un paniere di azioni non rappresenta solo un investimento con rendimento più alto, ma è soprattutto più diversificato, quindi meno rischioso, visto che il MSCI World raccoglie oltre 1.300 società di ogni settore che operano in 23 Paesi sviluppati. È una diversificazione maggiore di quella offerta da un patrimonio in cui una parte importante è costituita da asset della propria azienda, e che quindi rappresenta un portafoglio dove tutte le componenti reagiscono allo stesso modo a uno stesso shock.”
Il problema nella giusta collocazione lo pone proprio Debora Marcon di Fineco: gli italiani non devono imparare a correre qualche rischio in più, dato che sono già abituati a correrlo. La domanda semmai è se non convenga rendere il rischio più razionale e remunerativo con titoli azionari di imprese e settori differenti. Ecco uno spunto d riflessione sugli investimenti e sul concetto di patrimonio a cui il nostro Paese e da sempre radicato.
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