«È necessario sgretolare il muro dell’ideologia eretto a Bruxelles, che ha imprigionato le imprese europee, mettendo a rischio milioni di lavoratori». Adolfo Urso torna all’attacco delle rigidità che, a giudizio del ministro delle Imprese e del Made in Italy, hanno caratterizzato una parte delle politiche europee degli ultimi anni.
Nelle interviste rilasciate a La Verità e a L’Arena, il ministro mette insieme i diversi capitoli di una stessa questione: competitività industriale, costo dell’energia, transizione ambientale, automotive e difesa delle produzioni strategiche italiane.
La tesi espressa da Urso è che l’Europa non possa più permettersi interventi correttivi marginali. «Non è tempo di palliativi né di tamponi, ma di riforme radicali, organiche e strutturali», sostiene il ministro, chiedendo di superare quella che definisce la stagione del «feticcio del Green Deal».
Il confronto, del resto, non riguarda più soltanto l’Italia. La stessa Commissione europea riconosce oggi che gli elevati prezzi dell’energia e la crescente concorrenza internazionale rappresentano problemi centrali per l’industria europea. Il Clean Industrial Deal è stato costruito proprio con l’obiettivo dichiarato di conciliare decarbonizzazione e competitività, intervenendo sui costi energetici e sulle condizioni per gli investimenti industriali. Bruxelles ha inoltre inserito tra le proprie priorità la riduzione degli oneri amministrativi e la semplificazione della normativa europea.
Anche sul settore automobilistico qualcosa si è mosso. Il pacchetto presentato dalla Commissione alla fine del 2025 ha introdotto maggiore flessibilità rispetto al precedente impianto delle regole sulle emissioni, pur mantenendo l’obiettivo della decarbonizzazione. L’industria automobilistica europea resta uno dei settori cruciali dell’economia continentale: secondo la Commissione dà lavoro direttamente e indirettamente a circa 13 milioni di persone e contribuisce per circa il 7% al Pil dell’Unione.
Il nodo dell’energia
Per Urso uno dei problemi principali rimane però il costo dell’energia, che continua a condizionare soprattutto i comparti energivori.
Il ministro arriva a sostenere che, per reperire risorse dalle compagnie energetiche, l’Italia dovrebbe valutare la possibilità di procedere anche senza attendere un’autorizzazione preventiva della Commissione europea.
Il tema non è soltanto italiano. Bruxelles stessa riconosce che l’energia cara pesa sulla competitività europea e nel luglio scorso ha presentato un nuovo piano per accelerare l’elettrificazione, ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati e intervenire sul divario tra il prezzo dell’elettricità e quello delle altre fonti energetiche.
È proprio su questo terreno che si misura una delle principali differenze politiche: da una parte la Commissione continua a considerare decarbonizzazione ed elettrificazione strumenti attraverso cui ridurre nel lungo periodo la dipendenza energetica dell’Europa; dall’altra Urso insiste sulla necessità di evitare che tempi, costi e regole della transizione producano nell’immediato perdita di produzione e posti di lavoro.
Ilva, il «labirinto giuridico»
Il ministro torna quindi sul dossier più difficile della siderurgia italiana: l’ex Ilva.
«Siamo finiti in un labirinto giuridico tra sentenze di chiusura e ricorsi, con sequestri probatori infiniti, con regole che valgono in una provincia e non nell’altra; esattamente il contrario di ciò di cui necessitano le imprese: la certezza su come operare, per poter programmare e investire», afferma Urso.
Il riferimento arriva dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano di respingere la richiesta di sospendere il provvedimento che dispone la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. I giudici hanno motivato il provvedimento richiamando la prevalenza, nel caso esaminato, della tutela della salute rispetto all’esercizio dell’attività d’impresa. Il blocco è previsto entro la fine di ottobre.
Il dossier continua dunque a concentrare uno dei conflitti più complessi della politica industriale italiana: mantenere la capacità di produrre acciaio, salvaguardare l’occupazione e contemporaneamente rispettare le prescrizioni ambientali e sanitarie fissate dai tribunali.
Ducati, Urso: «È e resterà un orgoglio del Made in Italy»
Altro fronte aperto è quello di Ducati, dopo le indiscrezioni su una possibile cessione nell’ambito della ristrutturazione del gruppo Volkswagen, che controlla la casa motociclistica italiana attraverso Audi.
Urso ribadisce una posizione netta sul ruolo del governo: «Ducati è e resterà un orgoglio del Made in Italy e siamo pronti a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione».
Già nelle scorse settimane il ministro aveva avuto un confronto con l’amministratore delegato Claudio Domenicali, annunciando l’intenzione di salvaguardare l’azienda bolognese. Le preoccupazioni sono legate al piano di ristrutturazione di Volkswagen e alla possibilità che il gruppo tedesco riveda il proprio portafoglio di partecipazioni.
La questione Ducati assume così anche un significato più ampio: stabilire quali strumenti possa utilizzare lo Stato per evitare che tecnologie, marchi e centri produttivi considerati strategici vengano impoveriti o trasferiti.
Transizione 5.0, il rilancio degli investimenti
Accanto alle critiche rivolte a Bruxelles, Urso rivendica infine la nuova versione di Transizione 5.0, costruita attraverso il meccanismo dell’iperammortamento e finanziata con risorse nazionali.
Secondo i dati citati dal ministro, nei primi tre mesi sarebbero stati contabilizzati quasi 20 mila progetti per circa 6 miliardi di euro di investimenti, di cui 89,7 milioni nel Veronese e 693 milioni complessivamente in Veneto.
Il nuovo Piano è operativo dal 12 giugno 2026 attraverso la piattaforma del GSE e sostiene investimenti in beni strumentali tecnologicamente avanzati e nell’autoproduzione di energia rinnovabile. Nei primi dieci giorni di funzionamento il Mimit aveva già comunicato 3.355 prenotazioni per oltre 1,25 miliardi di investimenti.
Urso annuncia inoltre l’intenzione di prorogare la misura con la prossima legge di Bilancio, trasformandola in uno degli strumenti strutturali della politica industriale italiana.
È questo, in definitiva, il terreno sul quale il ministro intende portare lo scontro politico a Bruxelles: non mettere in discussione l’obiettivo della modernizzazione industriale, ma modificarne strumenti, tempi e priorità, facendo della competitività e della difesa della produzione europea un vincolo altrettanto rilevante quanto quello ambientale.
Una discussione che ormai attraversa l’intera Unione. La Commissione continua a sostenere che decarbonizzazione e competitività possano procedere insieme, ma contemporaneamente ha avviato misure di semplificazione, interventi contro il caro energia e nuove politiche industriali. Per Urso non basta ancora: serve una revisione più profonda affinché, nella transizione europea, industria, occupazione e autonomia produttiva tornino al centro delle scelte di Bruxelles.
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