Politiche europee fallimentari, serve un cambio di rotta


Oltre al danno la beffa. Sono passati cinque anni dall’avvio della crisi energetica causata dall’invasione della Russia in Ucraina. Era l’agosto del 2021 quando i prezzi del gas cominciarono a salire verso i 50 euro/MWh, perché Mosca ammassava truppe al confine. Poi è arrivata la guerra Iran Stati Uniti, lo scorso 28 febbraio 2026, con il blocco di Hormuz, e i prezzi internazionali sono tornati ai massimi da 3 anni. Nonostante lo shock energetico, le politiche ambientali, la beffa, mantengono la loro traiettoria, quella che appesantisce il costo dell’energia. Magra consolazione che questo stia accadendo un po’ in tutta Europa e a due anni dal rapporto Draghi, e il problema energia, uno degli ostacoli che più spiega la perdita di competitività dell’Ue, è andato peggiorando. I prezzi dell’elettricità per i consumatori industriali in Italia, Germania e Regno Unito, questa fuori Ue, salgono verso i 250 euro per megawattora (MWh), contro valori intorno a 80 € negli Stati Uniti e in Cina. Francia e Spagna hanno prezzi più bassi, la prima per il nucleare, la seconda per rinnovabili. In ogni caso la media UE27 viaggia oggi intorno a 220 euro/MWh per la media industria, mentre i grandi consumatori hanno riduzioni a livelli che rimangono sempre di parecchio superiori all’America e alla Cina.

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Il prezzo del gas all’ingrosso in Europa, uguale per tutti, oggi viaggia sopra i 70 euro/MWh che al consumo per l’industria vale circa 90 euro per MWh, valori che sono scandalosi rispetto ai 10 euro/MWh del prezzo all’ingrosso negli Usa che vuol dire 15 euro/MWh al consumo industriale. Ce n’è abbastanza per affermare che la politica energetica europea è fallimentare, poi di giustificazioni ex post ne troviamo parecchie, le principali riconducibili alle due crisi in corso. Tutta nostra è la responsabilità politica di voler perseguire ostinatamente obiettivi ambientali diventati una sorta di mantra. Nel prezzo dell’energia elettrica di 250 euro/MWh, un 40 euro/MWh, uguale per tutti, è dovuto al prezzo della CO2 che scaturisce dalle quotazioni del famoso mercato dei permessi, l’Emission Trading System (Ets), che a metà settembre 2026 esprime quotazioni stabilmente sopra gli 80 euro per permesso. Il prezzo dell’elettricità è tendenzialmente fissato dagli impianti a ciclo combinato a gas, che emettono circa mezza tonnellata di CO2 per MWh prodotto. Poiché ogni permesso copre una tonnellata di CO2, la componente di CO2 nel prezzo elettrico equivale a circa metà del prezzo del permesso: 80 diviso 2, pari a 40 euro. I prezzi dell’Ets a 80 euro si confrontano con i 12 euro della Cina e i 30 di alcuni stati Usa, sistemi peraltro enormemente più blandi nella loro applicazione rispetto a quello europeo.

Il distacco di prezzo dà un’idea della fuga in avanti dell’Europa sulle politiche di decarbonizzazione, perché la CO2, che non è un veleno, non riguarda un inquinante locale, ma è un gas climalterante che ha effetti a livello planetario, non di fianco all’impianto che l’ha emessa. Il 6% di emissioni dell’Ue sul totale mondiale di 53 miliardi di tonnellate è troppo piccolo per giustificare interamente le ambizioni europee. Le emissioni dell’UE, nonostante i proclami, non si riducono poi ai ritmi sperati, anzi aumentano, perché nel 2025 sono cresciute dell’1% a 3,3 miliardi di tonnellate e i dati preliminari dei primi mesi del 2026 confermano il trend in salita. Certo, il successo è stato clamoroso in passato, perché il taglio dal 1990 al 2025 è stato del 38%, ma con spazi di miglioramento nei primi anni che oggi sono esauriti, legati in buona parte alla decrepita industria dell’est europeo. Guardando ai dati settoriali, emerge che è la generazione elettrica che più ha ridotto negli ultimi anni le emissioni, con un quasi dimezzamento fra il 2015 e il 2025 a mezzo miliardo di tonnellate, grazie soprattutto alla penetrazione sostenuta delle rinnovabili e alla caduta carbone.

Quel che conta è che il 55% di obiettivo al 2030, da cui lo slogan Fit for 55, rimane ancora molto lontano a soli 3 anni dal traguardo e il raggiungerlo è di fatto impossibile. Paradossalmente, lo scorso 12 febbraio 2026, pochi giorni prima dell’esplosione della seconda crisi, il Parlamento Europeo ha approvato la proposta della Commissione di portare al 90% la riduzione delle emissioni della CO2, con qualche marginale aggiustamento spacciato per importanti misure di attenuazione. Così, la politica europea, eletta nel giugno 2024 dalla più prestigiosa democrazia al mondo, non solo ha sorvolato sul grave distacco di competitività dei prezzi energetici, ma ha addirittura rafforzato gli ambiziosi obiettivi ambientali che richiedono quotazioni dell’Ets non a 80 euro, ma a valori almeno doppi, sia per il 2030 ma soprattutto per il 2040.

Che vi sia uno scollamento fra realtà dei mercati e la politica è evidente, ma sta raggiungendo livelli allarmanti su cui è urgente intervenire proprio a beneficio della tenuta della democrazia. I contentini sono arrivati, a partire dal Carbon Border Adjustment Mechanism, Cbam, un complicato sistema per far gravare sui beni che entrano in Europa il prezzo della CO2 che non pagano nei loro paesi di origine. Come non chiamarlo dazio? Come tutti i dazi, va contro le regole del libero commercio sbandierate dall’Europa e, non meno importante, finisce per aumentare i prezzi. Altro aiutino deriva dalla possibilità di aumentare il debito, come la recente concessione all’Italia di 14 miliardi di scostamento di bilancio da usare nel 2027 e 2028. Si tratta di spese che deviano però dalla questione centrale della competitività, perché devono essere impiegate solo per ridurre i consumi di fossili, non certo per aiutare la produzione nazionale di gas o per tenere aperte centrali a carbone. Ciò è in linea con le indicazioni sia del RepowerEU del maggio 2022 che del Piano di Ripresa e Resilienza del 2020, che indicava come almeno il 37% delle spese dovesse essere impiegato per obiettivi climatici. Il risultato è evidente, la nostra dipendenza energetica è salita negli ultimi 10 anni dal 55 al 57% e ci lascia esposti alle crisi internazionali. La politica europea, che guida quella dei singoli paesi, si concentra su rinnovabili, elettrificazione e decarbonizzazione, una fuga dalla realtà che peggiora i problemi.


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