L’uomo alla finestra e il trattato del sublime

Chi di noi non ha mai fatto il gesto semplice e naturale di affacciarsi ad una finestra, anche distrattamente a volte in cerca di nulla ma finendo per merito del destino o della volontà per vedere qualcosa di bello, di meraviglioso che rapisse il nostro sguardo e ci donasse un sorriso.

Affacciati alla finestra, osserviamo il mondo. Volgiamo il nostro sguardo al di là del vetro in cerca di immagini, proiettandovi pensieri, sogni e desideri. Un gesto semplice, usuale, comune, che reca con sé la storia di un’intera cultura.
Il topos filosofico e letterario dell’uomo alla finestra rappresenta la soglia tra l’interiorità dell’Io, il mondo privato della coscienza e l’esteriorità del mondo, la realtà oggettiva, incarnando concetti chiave come la contemplazione, il limite, la prospettiva e lo sguardo riflessivo.

Una grande metafora

È un gesto pieno di significati filosofici ed espressioni culturali. Primo tra tutti quello della prospettiva e del limite: la finestra delimita uno spazio sicuro la stanza, il soggetto e apre su un fuori ignoto il mondo, l’oggetto.

Italo-Calvino nel 1961 (Foto: Johan Brun)

È una metafora della conoscenza: come rievocano celebri aneddoti e racconti sulla didattica della filosofia, comprendere il meccanismo di una finestra è spesso il primo passo propedeutico per affacciarsi a interrogativi complessi sulla realtà e sulla percezione.

È la metafora visiva del punto di vista e della finitudine umana. Come il concetto dell’io e il davanzale nella letteratura filosofica, si pensi a Italo Calvino con il suo Palomar, l’individuo si identifica spesso con chi sta affacciato ai propri occhi come a un davanzale, cercando di mettere ordine nel caos del mondo esterno senza esserne totalmente inghiottito.

Gli occhi come finestre

Lo “sguardo dalla finestra”, intrecciandosi a concetti quali l’immagine, la soggettività, il punto di vista, ha tracciato e continua a tracciare la storia della nostra civiltà occidentale come civiltà dell’immagine. Palomar, per l’appunto, giunge immediatamente al cuore di questo intreccio, identificando l’Io con il concetto di finestra: «Di solito si pensa che l’io sia uno che sta affacciato ai propri occhi come al davanzale di una finestra e guarda il mondo che si distende in tutta la sua vastità lì davanti a lui, forse l’io non è altro che la finestra attraverso la quale il mondo guarda il mondo».

Albrecht Dürer, Autoritratto con fiore d’eringio (1493)

Secondo Palomar, i nostri occhi non sono altro che finestre che intrecciano mondi differenti ed eterogenei, così come il nostro sguardo è luogo in cui la vita acquisisce senso come immagine, permeandosi nelle sue forme visibili e invisibili.
A livello iconografico, tali riflessioni sono richiamate dalla celebre xilografia di Albrecht Dürer intitolata “Disegnatore della donna coricata”, scelta infatti da Calvino come immagine di copertina del libro.

Dove un pittore-osservatore ritrae la sua bellissima modella in un nudo femminile ma attraverso una finestra con delle griglie che gli permettessero di seguire i canoni della prospettiva lineare. La aveva di fronte e vicino tanta bellezza ma la guardava attraverso la griglia geometrica di una finestra ideale.

L’inizio della saggezza è riconoscere il limite

Con la nascita del metodo prospettico nel Rinascimento, infatti, l’immagine della finestra si afferma come forma simbolica del mondo occidentale moderno. La stessa etimologia della parola “prospettiva” ne è testimone: essa deriva dal latino perspicio o prospicio che significa “guardare attraverso”. Il quadro, così come recita la celeberrima formulazione di Leon Battista Alberti, diviene «una finestra aperta sul mondo dalla quale si abbia a veder l’istoria».

Leon Battista Alberti

Dunque la finestra è connessa indissolubilmente al concetto così mostruosamente attuale e contemporaneo del limite. Per i greci che erano molto più ottimisti di noi e meno depressi il limite (περας) non è una prigione, ma ciò che dà forma, misura e compimento alla realtà, distinguendo l’uomo dagli dei. Riconoscere il proprio limite è l’inizio della saggezza.

È per questo che in una conversazione con un austero professore di qualche giorno fa è riemerso il concetto del sublime. Che mi ha riportato rapido all’opera ispirata alla filosofia aristotelica chiamata “trattato del Sublime”. Sebbene accostato ad Aristotele fu scritto da un autore greco ignoto chiamato Pseudo Longino. Scritto nel I secolo d.C. il testo è noto come Perì hýpsous (Sul Sublime) e da allora è un caposaldo dell’estetica classica.

Ne dà una bellissima definizione: “Il sublime è l’eco di un animo grande, una forza dello stile che non persuade l’ascoltatore, ma lo porta in estasi e lo riempie di meraviglia”. (Torna il concetto di Thauma). Ma è proprio nella sua etimologia che è emerso nella mia mente il collegamento alla finestra.

Dal latino sublimis, composto da sub-, “sotto”, e limen, “soglia, confine”, quindi propriamente: “ciò che è al limite” oppure “che giunge fin sotto la soglia più alta”. O forse aggiungerei io con mio gusto assolutamente personale tutto ciò in grado anche di superare quella soglia, quel limite.

La finestra è diventata l’emblema dell’ipocrisia

Ecco io penso che oggi, così distanti da questo concetto, noi viviamo una vita alla finestra. Che è certamente nella cultura un concetto affascinante e positivo ma può diventare anche negativo quando quel limite diventa una prigione seppur solo ideale e quando dietro a quella finestra si celano cose meno positive.

Il tragico arresto di Fakhir

Di esempi ne abbiamo molti nella cultura contemporanea. Basti pensare alla inquietante finestra sul cortile di Hitchcock o al romanzo thriller oscuro e scioccante di Sharon Doering “L’uomo alla finestra”. O al film “La ragazza sul treno”: la protagonista ogni giorno, mentre va a lavoro a New York, il suo treno si ferma sui binari e lei osserva dal finestrino del treno, attraverso la finestra della loro casa, una coppia apparentemente perfetta che vive vicino alla ferrovia fino a quando un giorno vede qualcosa di macabro ma non può intervenire.

La finestra diventa oggi non più apertura al sublime ma sempre più limite. Lo pensavo l’altro giorno guardando i video girati dalle finestre dell’arresto finito tragicamente a Bologna. Lasciamo stare che poi sia sfociato in una manifestazione con duri scontri con la polizia mentre nelle stesse ore moriva dopo due mesi di sofferenze atroci Monica Esposito, la donna falciata dall’attentato con l’automobile in pieno giorno a Modena e che per questa non si sia spesa una pubblica parola di commiato.

Ma per me questo era l’esempio classico di come oggi si viva trincerati dietro una finestra incapaci di reagire a nulla. È pieno di video di violenze, aggressioni, stupri filmati dalle finestre dove il registrare quelle immagini si pensa sia una forma di coinvolgimento mentre è l’emblema della immobilità ed ipocrisia attuale. I telefonini stessi sono diventati la nostra finestra sul mondo.

Ma quando succede qualcosa la gente si limita a filmare senza mai intervenire neanche se stanno accadendo le cose più turpi. Mentre la gente si picchia si pensa a filmarlo non ad intervenire. Cadi sui binari del treno ti filmano nessuno tende una mano. Orde di spettatori passivi ed indifferenti modello zombie la cui attività è ormai solo registrare e non più vivere il momento.

Il trionfo del surrogato

Abbiamo perso pure il gusto del viaggio, dell’esperienza. Oggi esiste un sito di grande successo che si chiama Window Swap che offre panorami a caso, grazie a un video registrato da una finestra da qualche parte del mondo. Abbiamo abdicato alla conoscenza, ci accontentiamo del suo surrogato, per di più realizzato da altri. Ci basta guardare il video di un altro per sentirci partecipi di qualcosa che non stiamo vivendo, surroghiamo anche alle emozioni.

Un panorama a caso offerto da Window Swap

Apriamo Windows Swap oggi e vediamo una finestra su Abu Simbel il complesso di templi nubiani, dove, Ramses fece scavare nella roccia il Tempio di Hathor dedicato all’amata regina Nefertari, La finestra di Rami, a Stoccolma, è un balcone tranquillo in un tripudio di verde con un cielo blu di sfondo e qualche fiore vivace.

Quella di Beate, a Luneberg, in Germania, è altrettanto verde, immersa in un’atmosfera da sobborgo idilliaco, con tanto di tosaerba e chiacchiericcio di bimbi in sottofondo; dalla finestra di Sana, nella città più grande del Kazakistan, Almaty, si scorgono nuvole rosate al tramonto sulle montagne in lontananza e un bagliore di luce dalla finestra di un vicino, con dubstep in sottofondo come optional.

Per me questa è la morte intellettuale e del sublime. Cosa ne facciamo del bello se non possiamo viverlo goderlo realmente e non attraverso un surrogato. Come recitava un adagio moderno: capisci che è ora di farti delle domande sulla tua vita sociale quando fuori piove e lo vieni a sapere dai social anziché dalla finestra. Questa è un’epoca in cui tutto viene messo in vista sulla finestra per occultare però il vuoto della stanza.

L’elogio della passività

E questa idiosincrasia oramai patologica alla reazione si realizza nella frase “stare alla finestra” che non diventa più l’occasione di gettare uno sguardo sul mondo ma come un bastione difensivo. L’elogio della passività. Ricordate il chat control dell’Unione Europea citato in un mio articolo qualche settimana fa. I voti contrari sono stati 314 e i favorevoli 276 con una maggioranza dei presenti contraria, ma inferiore alla soglia di 361 voti necessaria per la maggioranza assoluta dell’intero emiciclo.

Voi direte la norma più liberticida del secolo è stata bocciata! No, grazie ad uno stratagemma regolamentare è passata comunque e senza avere la maggioranza e noi cosa abbiamo fatto: stiamo alla finestra. La benzina è tornata a livelli stratosferici per il ritorno delle accise, siamo strangolati dai prestiti e dai mutui, ci manca il lavoro e cosa facciamo: stiamo alla finestra. Siamo preoccupati per le guerre in corso per le spese militari che sottraggono risorse vitali, i cristiani sono massacrati in Africa, Gaza è un carnaio e cosa facciamo: stiamo alla finestra.

Non l’ho mai amato ma mi è piombata in questa serie di pensieri la “Fenomenologia dello sguardo” in Jean-Paul Sartre, descritta nell’opera L’essere e il nulla. Sosteneva che lo sguardo è l’esperienza fondamentale attraverso cui l’Altro irrompe nel nostro mondo, trasformando la nostra soggettività libera in un oggetto e generando sentimenti come la vergogna. Direi mai così attuale.

Le macerie di Gaza

Questo moderno è l’uomo rieducato e passivizzato del mondo contemporaneo che oramai delega anche le proprie emozioni e non sa guardare la bellezza del mondo da una finestra con la capacità di godere del sublime che ne deriva, che appare all’improvviso illuminando. Mi riecheggiano le fantastiche parole di Joseph Conrad quando scriveva: “Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”.

Io ad esempio ho la fortuna di guardare ogni volta cose bellissime dalla finestra. Come se vivessi in paradiso. Quelle inaspettate sono le più belle. Ho mantenuto però la capacità di interpretarle secondo il trattato del sublime e di certo mi donano di più delle finestre di altri su Windows Swap. Apritela quella finestra vi regalerà immagini magnifiche e sensazioni da vivere. È una questione non solo di estetica ma di libertà. Perché come ha scritto la scrittrice belga Amélie Nothomb: “Finché esisteranno finestre, anche l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà.”


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse. Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link  Franco Fiorito
Source link

Di