700mila ULA perse dal 2007


La lettura più utile parte da un chiarimento che cambia il peso della notizia: il numero non riguarda una sola fotografia mensile degli occupati, bensì il volume di lavoro misurato nei Conti nazionali. La parola tecnica è ULA e indica il lavoro ricondotto a posizioni annue equivalenti a tempo pieno.

Nota metodologica: nel testo usiamo “lavoro perso” come sintesi giornalistica, distinguendo sempre il dato ULA dal conteggio delle persone occupate nelle rilevazioni mensili.

Il perimetro: le ULA cambiano la lettura del dato

Unità di lavoro equivalenti a tempo pieno significa trasformare durate, orari e posizioni in un volume annuo comparabile. Una perdita di quasi 700mila ULA nell’industria in senso stretto indica la riduzione di lavoro equivalente a quel numero di occupati full time, anche quando nella realtà le variazioni passano da contratti diversi, orari ridotti, part time e riorganizzazioni produttive.

Questo dettaglio spiega perché il dato industriale possa convivere con un saldo complessivo positivo dell’economia italiana. Tra il 2007 e il 2024 le risorse umane impiegate nel sistema economico sono aumentate di circa 1,4 milioni di occupati, pari al +5,6%, mentre le ULA sono cresciute di circa 600mila, pari al +2,4%. La distanza tra le due misure segnala un mercato che crea più posizioni, con un’intensità di lavoro equivalente meno robusta.

La manifattura arretra e non tutti i comparti pesano allo stesso modo

Nel cuore industriale il ridimensionamento è netto: la manifattura perde il 16,9% della propria forza lavoro misurata in ULA. La sua quota sull’occupazione, sempre misurata in unità di lavoro, scende di 3,3 punti percentuali e nel 2024 si attesta al 14,1% del totale. La fabbrica pesa meno dentro l’economia anche quando il sistema produttivo resta capace di esportare e di generare valore in nicchie ad alta specializzazione.

Il caso più evidente è il tessile-abbigliamento, con 235mila ULA in meno e una contrazione vicina al 40% del comparto. Il calo si estende anche ad altri settori tradizionali, fra cui legno, lavorazione dei minerali non metalliferi, gomma e plastica. La matrice comune è l’esposizione alla concorrenza delle economie emergenti e alla pressione sui costi nelle produzioni più sensibili al ciclo internazionale.

Il lavoro esce dai settori maturi e rientra nei servizi

La ricomposizione ha una direzione precisa. Le attività in perdita sommano 1,35 milioni di ULA: quasi 700mila riguardano l’industria in senso stretto, circa 300mila il commercio e oltre 225mila la Pubblica amministrazione. La parte crescente dell’economia assorbe poco meno di 2 milioni di ULA, con la sanità e assistenza sociale vicina al mezzo milione.

Il secondo polo di assorbimento è formato dalle attività professionali, scientifiche e tecniche, sopra le 400mila ULA, livello raggiunto anche dai servizi di alloggio e ristorazione. Qui si vede il cambio di modello: meno lavoro concentrato nei reparti industriali e più occupazione distribuita in cura, consulenza, turismo, ristorazione e funzioni di servizio alle imprese.

La produttività spiega perché il saldo occupazionale non basta

Il nodo economico non si esaurisce nella quantità di lavoro. Dal 2007 il valore aggiunto in volume per ora lavorata in Italia è cresciuto appena dell’1,4%. Il confronto europeo rende il problema visibile: la Francia supera il 7%, la Germania va oltre l’11% e la Spagna sfiora il 18%. Il risultato italiano dipende anche dalla riallocazione del lavoro verso comparti nei quali il valore prodotto per ora cresce poco o arretra.

Pur perdendo ULA, la manifattura mantiene aumenti di produttività superiori al 10% nel periodo osservato. Una parte dei servizi che guadagna occupazione mostra invece performance più fragili. La conseguenza è una crescita degli occupati meno capace di trasformarsi in maggiore prodotto per ora, quindi in salari più forti, investimenti stabili e margini per innovare.

La produzione industriale conferma il nodo italiano

Il ridimensionamento dell’input di lavoro si inserisce in una manifattura europea debole. Tra il 2018 e il 2025 il livello della produzione manifatturiera nell’UE27 cresce solo del 2,2%. Dentro quella media si aprono distanze ampie: Polonia al +32,9% e Belgio al +21,7%, mentre Germania, Francia e Italia chiudono con variazioni negative. Per l’Italia il dato è -7,4%, con la Spagna quasi stabile al +0,5%.

Dal gennaio 2022 al dicembre 2025 l’Italia registra 36 mesi di contrazione tendenziale della produzione manifatturiera. La sequenza aiuta a leggere la perdita di lavoro industriale come effetto di lungo periodo, accelerato dallo shock energetico e dalla debolezza dei comparti più ciclici. I settori ad alta tecnologia sostengono parte della produzione senza ribaltare il quadro complessivo.

Il paradosso export: meno lavoro nella moda, avanzo ancora robusto

La contrazione del lavoro nel tessile-abbigliamento non coincide con la scomparsa del valore estero della filiera. Nel 2025 il saldo commerciale italiano supera i 50 miliardi di euro e fra i contributi positivi restano i prodotti tessili, dell’abbigliamento e delle pelli, con un avanzo di 22,4 miliardi. La lettura corretta è una convivenza difficile: presidio del valore e restringimento della base di lavoro equivalente.

La deduzione più prudente è che il sistema abbia selezionato le parti più competitive, lasciando indietro lavorazioni più esposte ai costi e alla concorrenza. L’occupazione cala dove la pressione sui prezzi è più dura, mentre sopravvivono marchi, specializzazioni, canali commerciali e segmenti produttivi capaci di tenere quote sui mercati esteri.

La demografia delle imprese conferma lo spostamento

Il movimento riguarda anche il numero e la composizione delle imprese. Tra il 2007 e il 2023 le imprese attive aumentano di 235mila unità, pari al +4,7%, fino a 4,7 milioni. Il saldo aggregato nasconde una perdita di circa 420mila imprese fra industria e commercio, compensata da oltre 650mila unità nelle altre attività dei servizi.

Le attività professionali, scientifiche e tecniche aggiungono quasi 230mila imprese. La sanità e assistenza sociale ne guadagna oltre 140mila, con una crescita del 63%. Industria, commercio e trasporti scendono da oltre il 55% a meno del 45% del totale: è il segno più concreto di un Paese che diventa più terziario nella struttura imprenditoriale, oltre che nella distribuzione del lavoro.

Meno ULA industriali, più capitale umano qualificato

La trasformazione è anche qualitativa. Nell’industria in senso stretto, tra il 2007 e il 2025, gli occupati laureati risultano più che raddoppiati anche con occupazione complessiva in diminuzione. La manifattura perde lavoro equivalente, però trattiene e richiede profili più istruiti. Questo indica un cambio nel tipo di mansione: meno impiego ripetitivo e più competenze su progettazione, controllo di processo, qualità, dati, automazione e internazionalizzazione.

Per le imprese il problema operativo diventa la sostituzione delle competenze mancanti. Una fabbrica più piccola in ULA può restare competitiva solo se alza la densità tecnologica del lavoro rimasto. Senza formazione tecnica, trasferimento digitale e capacità di investimento, il calo industriale diventa perdita permanente di capacità produttiva.

Perché il dato industriale convive con gli ultimi record occupazionali

Il quadro recente del mercato del lavoro resta positivo nelle rilevazioni mensili. Ad aprile 2026 gli occupati aumentano di 123mila unità su marzo e il tasso di occupazione sale al 63,1%. Questo non smentisce la perdita industriale perché i due indicatori misurano fenomeni diversi: la rilevazione mensile conta persone occupate in un momento specifico, mentre le ULA ricostruiscono il volume annuo di lavoro nei settori.

La coerenza fra le due letture è nel cambiamento della composizione. L’Italia occupa più persone e usa meno lavoro industriale equivalente a tempo pieno. Parte del miglioramento recente dipende anche dalla riduzione degli inattivi e dalla contrazione della popolazione in età lavorativa; sono elementi che incidono sui tassi e rendono insufficiente leggere il solo numero complessivo degli occupati.

Cosa cambia per imprese, lavoratori e politica industriale

Per le imprese la priorità è difendere le filiere nelle quali il lavoro industriale genera valore aggiunto alto, non inseguire una ricostruzione meccanica dei volumi occupazionali del 2007. La nostra deduzione operativa è che gli incentivi più utili siano quelli capaci di aumentare produttività attraverso energia efficiente, ricerca applicata e competenze tecniche dentro le PMI manifatturiere.

Per i lavoratori il segnale è altrettanto chiaro: la domanda si sposta verso servizi e funzioni qualificate, mentre nei comparti tradizionali cresce il premio per chi sa lavorare con macchinari digitali, dati di produzione e standard internazionali. Per le istituzioni il dato impone una scelta di qualità: sostenere occupazione senza produttività significa rinviare il problema, sostenerla dentro filiere ad alto valore può ridurre la perdita strutturale.


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 Junior Cristarella

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