La memoria dei CPR: perché in Calabria non accetteremo nuovi lager di Stato
di Emilia Corea
Ci sono luoghi che lo Stato cambia di nome per provare a cancellarne la memoria.
Li hanno chiamati CPT, Centri di Permanenza Temporanea. Poi sono diventati CIE. Oggi li chiamano CPR, Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Cambiano le sigle, cambiano i governi, cambiano i ministri. Ma dentro quelle mura resta la stessa sostanza: detenzione amministrativa, privazione della libertà, sospensione dei diritti, violenza istituzionale.
In Calabria lo sappiamo bene. Lo sappiamo perché abbiamo visto passare gli anni e abbiamo visto aprire e chiudere lager amministrativi costruiti lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. Lo sappiamo perché abbiamo attraversato i cancelli del CPT di Crotone, del CARA di Sant’Anna e del CPT di Pian del Duca a Lamezia Terme. Lo sappiamo perché per anni una rete antirazzista fatta di associazioni, collettivi, avvocati, operatori sociali e semplici cittadini ha denunciato quello che accadeva dietro quelle recinzioni. Non era difficile capire cosa fossero realmente quei luoghi.
Bastava ascoltare. Ascoltare chi ingoiava lamette per essere portato in ospedale e sottrarsi anche solo per qualche ora alla detenzione. Ascoltare chi si cuciva letteralmente la bocca per protestare contro una condizione disumana. Ascoltare chi raccontava di letti senza materassi, bagni intasati pieni di urina ed escrementi, stanze degradate, cure mediche insufficienti, isolamento, umiliazioni quotidiane.
Bastava guardare. Guardare i corpi. Corpi segnati dalla fuga, dalla traversata, dalla guerra, dalla tortura. Corpi che arrivavano in Calabria dopo aver attraversato deserti, prigioni libiche, campi di detenzione, violenze indicibili. Corpi che invece di trovare protezione venivano nuovamente rinchiusi.
Qualcuno di noi ha dedicato anni a lavorare accanto ai sopravvissuti alla tortura. Ha ascoltato e continua ad ascoltare racconti che continuano a togliere il sonno. Scariche elettriche. Pestaggi. Violenze sessuali. Fame. Prigionia.
Per questo rinchiudere queste persone nei CPR significa infliggere una seconda tortura.
Lo Stato chiama tutto questo gestione dei flussi migratori. Il termine corretto è disumanizzazione.
La storia dei CPR in Calabria è una storia scritta anche con il sangue.
Nel CPT di Crotone una persona si tolse la vita. Nel CPT di Pian del Duca un’altra persona si suicidò. Due morti che dovrebbero pesare come macigni sulla coscienza delle istituzioni e che invece sono state inghiottite dal silenzio.
E come dimenticare quel migrante che, pur di non tornare nell’inferno di Pian del Duca, si lanciò dalla finestra dell’ospedale di Catanzaro dove era stato trasferito. Morì scegliendo il vuoto piuttosto che il ritorno alla detenzione. Centinaia dalla loro istituzione in tutti i CPR di Italia. Chi può continuare a raccontare la favola dei CPR come strumenti di gestione ordinaria?
E poi c’è Hadmol.
Un nome che dovrebbe essere ricordato ogni volta che qualche ministro parla di sicurezza e controllo delle frontiere. Hadmol uscì da una notte di ordinaria follia paralizzato per sempre. Manganellate, violenza, brutalità. Un’esistenza spezzata all’interno di un sistema che continua a presentarsi come necessario e civile.
Queste storie non sono incidenti. Non sono errori. Non sono deviazioni.
Sono piuttosto il prodotto naturale di un sistema costruito sulla detenzione e sulla tortura.
Per anni la rete antirazzista calabrese ha organizzato presidi, manifestazioni, campagne di denuncia, monitoraggi, iniziative legali e mobilitazioni pubbliche. Abbiamo raccolto testimonianze, pubblicato dossier, accompagnato giornalisti, avvocati e parlamentari dentro quei luoghi.
Abbiamo lottato perché sapevamo che i CPR non possono essere riformati.
Possono soltanto essere chiusi. Oggi però la storia rischia di ripetersi.
Il ministro Matteo Piantedosi ha annunciato l’apertura di sei nuovi CPR sul territorio nazionale. Uno di questi dovrebbe sorgere proprio in Calabria.
La risposta delle istituzioni davanti al fallimento delle politiche migratorie non è l’accoglienza, non è l’inclusione, non è il riconoscimento dei diritti. La risposta è sempre la stessa: più detenzione.
Più recinzioni. Più polizia. Più sorveglianza. Più securitarismo.
Siamo dentro una stagione politica in cui il migrante viene rappresentato sistematicamente come problema, minaccia, emergenza permanente. Una stagione in cui si investe nella repressione molto più che nell’integrazione. In cui si costruiscono muri materiali e simbolici mentre si smantellano diritti fondamentali.
E poi c’è un’altra Calabria che racconta una verità di sfruttamento.
La Calabria dei campi agricoli, dei cantieri, delle serre, dei magazzini.
La Calabria dove i migranti vengono rinchiusi quando servono come nemici e sfruttati quando servono come forza lavoro a basso costo.
Un mese fa a Paola un ragazzo senegalese di ventitré anni è morto schiacciato dal cedimento di una colonna di cemento mentre lavorava nell’allestimento di uno stabilimento balneare. Era ospite di una struttura di accoglienza e lavorava senza una regolare assunzione.
Ogni giorno uomini e donne migranti tengono in piedi interi settori dell’economia italiana. Raccolgono frutta e verdura, lavorano nei cantieri, nelle fabbriche, nella logistica, nell’assistenza.
E troppo spesso muoiono. Muoiono invisibili. Muoiono precari. Muoiono ricattabili.
Muoiono perché il loro lavoro vale meno dei loro diritti.
La stessa logica che costruisce i CPR è quella che produce sfruttamento, caporalato e morte sul lavoro. È la logica di un sistema che pretende forza lavoro senza cittadinanza, braccia senza voce, esseri umani senza diritti.
Per questo la battaglia contro i CPR non riguarda soltanto i migranti.
Riguarda tutti.
Perché ogni volta che uno Stato costruisce luoghi nei quali i diritti possono essere sospesi, sta costruendo un precedente che riguarda l’intera società.
Noi abbiamo già visto cosa accade dietro quelle mura.
Abbiamo visto le bocche cucite.
Abbiamo visto il sangue sulle piastrelle.
Abbiamo visto i materassi mancare dai letti.
Abbiamo visto persone spezzarsi lentamente.
Per questo oggi, davanti all’annuncio di nuovi CPR, non possiamo limitarci a ricordare.
Dobbiamo opporci. Con la stessa ostinazione di allora. Con la stessa rabbia.
Perché nessun essere umano sopravvissuto alla guerra, alla tortura e alla persecuzione dovrebbe mai essere rinchiuso in un luogo che della tortura riproduce la logica.
E perché dopo tutti questi anni continuiamo a sapere una cosa semplice, elementare e radicale: i CPR non sono una soluzione. Sono il problema.
Emilia Corea
Equipe sociosanitaria-sopravvissuti a tortura
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