L’esperienza nasce con una mostra, Attitude per l’appunto, a Palazzo Blu a Pisa nel 2021. Da lì il curatore Gian Guido Grassi sviluppa un percorso di curatela e rigenerazione attraverso l’arte urbana andando ad interessare molteplici territori della Toscana, attraversati da una storia (anche dell’arte) ingombrante e da un paesaggio potente.
Tra la Val di Chiana e la Garfagnana
Nel 2025, in occasione di Val di Chiana Capitale Toscana della cultura, costruisce una mappa di interventi artistici nell’Unione dei dieci comuni interessati che oggi offre un itinerario nell’arte attraverso i borghi. E ancora partecipa a Riparbella, comune nella provincia di Pisa di 1600 abitanti, oggi famoso come “Il borgo delle fiabe”, per un festival che si vi si tiene dal 2024, con interventi di muralismo (ad esempio di artisti come Ericailcane o Tellas), mentre a Barga, dirige la stagione delle mostre, cercando di collegarla alle esigenze del territorio della Valle del Serchio, tra la Versilia e la Garfagnana, invitando creativi, ma anche collaborando con i tantissimi artisti che vivono nel paese. Ci siamo fatti raccontare tutto da Gian Guido Grassi.
Intervista a Gian Guido Grassi dell’Associazione Start
Pisa, Val Di Chiana, Garfagnana, sono molti i territori in Toscana interessati dal vostro lavoro. Il modello qual è?
Credo sia l’aver, in qualche modo, unito due aspetti. Una forma di arte, come quella urbana, nata in modo libero e non autorizzato con uno sguardo più tradizionale sull’arte contemporanea. Qualche anno fa abbiamo aperto una mostra a Palazzo Blu che si intitolava Attitude. Graffiti writing, street art, neo-muralismo e uno degli artisti che era in mostra, Dado, che è un writer storico di Bologna diceva: “Questa mostra la puoi fare partendo dall’inizio, cioè dal writing, dai graffiti, dalle sperienze giovanili in avanti, o partendo dalla fine, dalle “cose antiche” e tornando indietro”.
Lei che formazione ha?
Sono da sempre un appassionato d’arte e un collezionista, anche perché sono cresciuto nell’arte contemporanea, in una famiglia di collezionisti. Sono stato quindi fin da piccolo bombardato di immagini ed esperienze.Crescendo ho voluto mettere anche le mani in pasta.
Con i suoi progetti?
Sì, portando il mio sguardo e ovviamente tematiche più vicine alla mia generazione. Questo percorso ha permesso a me e alla associazione di dialogare con tante situazioni diverse, anche critiche, portando l’arte urbana fuori dal suo contesto, ad esempio nei borghi storici, ma coinvolgendo artisti di grande rilievo. Abbiamo installato una scultura permanente a Pienza, lavorato tra la Val di Chiana e la Val d’Orcia, dove abbiamo anche inserito sculture o dipinto pareti che però dialogano con il paesaggio. Oppure anche all’interno di sedi storiche temporanee. Penso alla Chiesa dei Servi nel centro storico di Lucca, ad esempio.
Ma qual è l’identikit degli artisti che coinvolgete?
Prevalentemente mid-career, nati tra il 1975 e il 1986, che hanno un percorso importante alle spalle, che hanno un approccio al tempo stesso sperimentale, ma anche in grado di incontrare il pubblico, che, senza lasciarsi andare a immagini stereotipate, non rifiutano in toto la figurazione, che spesso nelle piccole comunità come i borghi offre anche una occasione di incontro. Perché se vedo qualcosa in cui mi riconosco e che comprendo, lo accetto. Ovviamente non rifiutiamo l’astrazione o forme più contemporanee, soprattutto in quegli spazi dove sentiamo di avere più libertà, come mostre o esperienze installative temporanee.

Appunto venendo ai territori, come vi confrontate con le diverse realtà in cui operate? Ad esempio, nei borghi della Val di Chiana l’esperienza era inizialmente legata ad un contesto di carattere istituzionale…
Abbiamo infatti partecipato fin dall’inizio alla scrittura del dossier di candidatura di Val di Chiana a Capitale Italiana della Cultura che avrebbe dovuto essere nel 2026, proponendo un progetto d’arte pubblica nell’ambito di un contesto più ampio e complesso. Il tentativo era quello di unire dieci comuni (Cetona, Chianciano Terme, Chiusi, Montepulciano, Pienza, San Casciano dei Bagni, Sarteano, Sinalunga, Torrita di Siena, Trequanda) tra Arezzo e Orvieto attraverso dieci opere d’arte realizzate da altrettanti artisti con provenienze e media differenti, includendo la scrittura. Quanto poi la Val di Chiana non ha vinto il titolo, pur arrivando alle fasi finali, si è deciso, con il coinvolgimento della Regione di salvaguardare il percorso fatto con la nomina di Capitale Toscana della Cultura, anticipando però i lavori al 2025.
Che avete fatto dunque?
Con una certa rapidità abbiamo cercato di concludere i sopralluoghi, anche perché spesso abbiamo operato in luoghi che avevano magari dei vincoli paesaggistici o della Soprintendenza, visto che lavoravamo in un territorio molto bello a metà fra la Val di Chiana e la Val d’Orcia. Cerchiamo sempre di partire dalla comprensione del territorio. E abbiamo preparato una sorta di dossier dopo aver incontrato e parlato con le persone, accompagnati dalle amministrazioni, dalle associazioni del territorio, dalle comunità. Devo poi anche dire che in Toscana c’è una tradizione nella partecipazione territoriale, c’è spesso un rapporto di prossimità con i sindaci dei piccoli comuni ed è molto bello e importante. I sindaci sono davvero immedesimati nel loro territorio. Successivamente abbiamo preparato circa 100 proposte, 10 per ogni comune.
Sono tante.
Forse anche qualcosa di più. Le abbiamo messe insieme la curatrice Caroline Angerbauer, la mia collega, ed io. A quel punto ogni comune ha selezionato la sua opera. È stato soprattutto un fatto formale, più che di contenuto. Dopodichè abbiamo coinvolto gli artisti nella realizzazione di un’opera site-specific. Posso dire che tra i risultati più importanti c’è stata la realizzazione dell’opera di Andreco a Pienza, che ha messo in contatto l’idea di città ideale e di architettura con le teorie di Fibonacci e la matematica che sottende alla natura. Abbiamo poi dipinto un’intera chiesa a San Casciano dei Bagni, compreso il Campanile, con Daniele Muñoz, con l’artista che ha trascorso più di un mese e mezzo qui per realizzarla, Namsal Siedlecki ha realizzato una scultura a Chiusi e così via…

E con la comunità come avete interagito?
A Torrita di Siena l’artista pittrice Milu Correch ha lavorato con i bambini della primaria, realizzando un lavoro con le scuole. I bimbi hanno scelto il bozzetto che affonda le radici nella tradizione del mattone e letteraria (hanno anche un importante festival di libri da circa dieci anni) del borgo. Quindi con i più piccoli abbiamo costruito un parallelismo tra il mattone che costruisce le città e i libri che costruiscono invece la comunità attraverso la cultura. Questo credo che sia un buon esempio…
Le opere restano e cambiano un po’ la fisionomia dei borghi…
Certo, sono delle opere permanenti che sono appunto entrate a far parte del territorio della Val di Chiana ponendo in risalto alcuni elementi, attraverso l’arte della loro storia e tradizione. Abbiamo cercato di fare una disseminazione e infatti il titolo originario del progetto era proprio Disseminazioni Contemporanee, ovvero di inserire dei piccoli semi in un territorio che non sempre è stato attento al contemporaneo, anche perché ha un passato così e una natura così forte che non è scontato. In questo momento stiamo lavorando alla comunicazione integrata del progetto, creando un itinerario di visita, un documentario e delle targhe con QR code che rimandano a degli approfondimenti, in una sorta di visita guidata.
E cambia il vostro approccio quando lavorate, per esempio, un territorio come la Val di Chiana a un territorio invece come la Garfagnana?
Non credo che cambi la modalità. L’approccio è sempre lo stesso, sia che si lavori a Pisa o a Firenze, o in una periferia o in un borgo storico. Per noi il focus è sempre stato abbastanza chiaro. Quando si fa arte pubblica e si cerca di realizzare qualcosa di site-specific, integrandosi formalmente con il contesto e la comunità, si cerca però anche di fare anche un’operazione che abbia il distacco necessario, per non finire nell’album di famiglia. Il rischio è un po’ quello di lavorare su qualcosa che per usare la stessa metafora poi finisce per interessare solo alle tre persone che vivono nel condominio. Invece l’arte deve partire da un fatto particolare, da un’esperienza particolare e da un incontro. Ed è qualcosa di universale, è la vera capacità dell’arte, ci unisce tutti nella comprensione, a livello trasversale.
Santa Nastro
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