C’è un numero contenuto in una valutazione della Commissione Europea che secondo me merita più attenzione di quanta ne abbia ricevuta.
Alla fine del 2022, i programmi FESR dedicati alla competitività delle PMI registravano 1.799.365 imprese sostenute in Europa.
In Italia il dato arriva a 732.302 PMI, pari al 20,01% del numero medio di piccole e medie imprese presenti nel Paese durante il periodo considerato. In altre parole, un valore equivalente a circa una PMI italiana su cinque. In termini relativi, solo la Grecia registra una quota superiore, con il 27,74%.
La stessa Commissione precisa infatti che non stiamo necessariamente parlando di 1,8 milioni di imprese diverse: una stessa azienda può essere conteggiata più volte se ha partecipato a più operazioni. Inoltre il dato comprende sia forme di sostegno diretto sia beneficiari raggiunti attraverso intermediari e servizi.
Quindi “una PMI su cinque” è un modo efficace per capire la dimensione del fenomeno, ma non significa che il 20% esatto delle PMI italiane abbia ricevuto direttamente un contributo. Il punto interessante viene dopo. La Commissione ha cercato di capire cosa è successo alle imprese una volta ricevuto il sostegno. Ed è qui che emerge una lezione che, secondo me, riguarda direttamente il modo in cui una PMI dovrebbe affrontare oggi la finanza agevolata.
La valutazione analizza programmi diversi, Paesi diversi e strumenti molto differenti tra loro. Eppure emerge una tendenza abbastanza chiara. I progetti più ambiziosi, costruiti su più attività e inseriti in una prospettiva di sviluppo di medio-lungo periodo hanno avuto una probabilità maggiore di produrre risultati positivi e duraturi. In diversi casi sono stati associati a una crescita superiore di fatturato e occupazione.
Digitalizzazione e nuove tecnologie ricorrono spesso tra questi investimenti, ma secondo me il punto centrale è un altro: dietro c’era una strategia strutturata. È una distinzione importante.
Due imprese possono accedere entrambe a un’agevolazione da 200.000 euro. La prima la utilizza per acquistare un macchinario che aveva già deciso di comprare. La seconda inserisce quel macchinario dentro un piano più ampio: aumento della capacità produttiva, digitalizzazione del processo, riduzione dei costi, ingresso su nuovi mercati e struttura finanziaria dell’intero investimento. Hanno ricevuto entrambe un aiuto pubblico, ma non stanno facendo la stessa cosa.
📌 La differenza non è necessariamente la dimensione dell’impresa
Qui il report contiene un passaggio particolarmente interessante. Le imprese capaci di progettare investimenti più strutturati e orientati al lungo periodo tendono ad avere già competenze manageriali sufficienti per utilizzare meglio gli strumenti disponibili.
Ma la Commissione precisa che questa capacità non dipende necessariamente dalla dimensione aziendale. Rileva progetti ambiziosi sia tra microimprese sia tra imprese di dimensioni maggiori. Il vero discrimine è la capacità di costruire, gestire e finanziare un progetto complesso. Ed è esattamente quello che vedo lavorando con le PMI.
Spesso sono già nella testa dell’imprenditore. Ma non sono ancora diventati un piano unico, con priorità, tempi, fabbisogni finanziari e strumenti associati. Ed è lì che si perdono molte opportunità.
Ed è qui che, secondo me, molte imprese commettono ancora l’errore principale.
Immaginiamo una PMI che sa di dover investire nei prossimi due anni: un nuovo macchinario, un software gestionale, un intervento di efficientamento energetico e magari l’apertura di un nuovo mercato estero.
Può aspettare che esca un bando, leggerne i requisiti e chiedersi in quel momento se ha qualcosa da finanziare.
Oppure può fare il contrario: partire dagli investimenti che servono davvero all’azienda, stabilire priorità e tempistiche, quantificare il fabbisogno finanziario e verificare in anticipo quali strumenti possono accompagnare ogni fase.
Il percorso dovrebbe essere l’opposto: strategia → investimenti → fabbisogno finanziario → strumenti utilizzabili.
Sembra una differenza di ordine, ma cambia completamente il risultato. Nel primo caso è il bando a guidare le decisioni dell’impresa. Nel secondo è la strategia dell’impresa a decidere quando e come utilizzare il bando. È qui che la finanza agevolata smette di essere un’occasione da cogliere quando capita e diventa uno strumento di pianificazione finanziaria.
C’è un altro dato del report che trovo molto significativo. Nell’analisi dei beneficiari disponibile fino alla fine del 2020, almeno il 15% delle PMI analizzate aveva beneficiato di due o più progetti. Alcune avevano utilizzato più volte lo stesso tipo di strumento. Altre avevano combinato strumenti differenti. La Commissione evidenzia anche un effetto di apprendimento.
Chi ha già affrontato una domanda e la giestione di un progetto acquisisce familiarità con procedure e processi, rendendo più semplice affrontare candidature successive. Questo secondo me è uno dei passaggi più importanti dell’intero documento. Perché la finanza agevolata non dovrebbe essere trattata come un evento straordinario, ma dovrebbe diventare una competenza dell’impresa.
Fare “finanza agevolata” non significa presentare domande a qualsiasi bando, ma significa sapere in anticipo:
· quali investimenti saranno necessari;
· quale liquidità l’azienda può destinare;
· quali agevolazioni potrebbero intervenire;
· quali documenti e requisiti devono essere preparati;
Quando questo processo esiste, ogni nuovo incentivo non viene affrontato da zero, ma confrontato con un piano già esistente.
Entrambe vogliono acquistare nuovi macchinari, digitalizzare una parte della produzione e ridurre i consumi energetici. La prima procede investimento per investimento: a gennaio compra un macchinario, a marzo scopre un’agevolazione che avrebbe potuto utilizzare e a giugno decide di installare il fotovoltaico. Quindi, a settembre, scopre un’altra misura, ma alcune spese sono già state sostenute. E ogni volta ricomincia da capo.
La seconda azienda, invece, fa prima un lavoro diverso. Anzitutto mette sul tavolo gli investimenti previsti nei prossimi due o tre anni, ordinandoli per priorità. Quindi stima fabbisogni e flussi di cassa, per poi verificare quali costi possono essere agevolati. Controlla plafond, requisiti e cumulabilità. Solo a questo punto decide quali investimenti finanziare con capitale proprio, quali con credito, quali con strumenti agevolati e in quale ordine farli partire.
Gli incentivi disponibili possono essere gli stessi. Quello che cambia è l’organizzazione con cui l’impresa ci arriva.
📌 Il vero patrimonio non è conoscere un bando
Un bando apre e chiude, un’aliquota cambia e una misura può essere rifinanziata, modificata oppure sostituita. Tra qualche anno molti degli strumenti che utilizziamo oggi probabilmente non esisteranno più nella stessa forma. Per questo penso che il vero patrimonio da costruire all’interno di un’impresa non sia l’elenco delle agevolazioni disponibili, ma un metodo per intercettarle e utilizzarle.
Cosa intendo? Intendo un piano degli investimenti, una fotografia finanziaria aggiornata, una verifica periodica delle opportunità, una documentazione ordinata e responsabilità chiare. Insomma, un processo che colleghi strategia aziendale, finanza e incentivi.
Il report della Commissione arriva molto vicino a questa conclusione: i progetti ben strutturati e orientati al futuro hanno una probabilità maggiore di produrre risultati, e le capacità già presenti nell’impresa influenzano la possibilità di sfruttare efficacemente il sostegno pubblico.
È qui che la finanza agevolata smette di essere una raccolta di bandi e diventa parte della gestione finanziaria dell’azienda.
📌 Una PMI su cinque è il numero che fa notizia. Ma non è quello più importante
Sapere che il monitoraggio europeo registra in Italia un numero di PMI sostenute equivalente a circa una impresa su cinque è interessante. Ma per un imprenditore la domanda davvero utile è un’altra: la mia azienda è organizzata per utilizzare le agevolazioni quando servono alla sua strategia?
Perché avere accesso alle risorse non basta. Bisogna sapere cosa finanziare, quando farlo e come inserire ogni strumento dentro un progetto finanziariamente sostenibile. Ed è un lavoro che deve iniziare molto prima dell’apertura del prossimo bando.
Se vuoi capire qual è il potenziale agevolativo della tua impresa e costruire un piano sugli investimenti che hai in programma, scrivimi direttamente su LinkedIn.
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