di Angelo Lazzari, founder di GruppoFIND
Tra le righe dell’enciclica emerge un approccio del pontefice verso l’intelligenza artificiale sorprendentemente vicino alla sensibilità americana: positivo, aperto all’innovazione, non ostativo allo sviluppo tecnologico. Un’impostazione diversa da quella tipicamente europea, spesso più regolatoria e moralizzatrice, concentrata soprattutto sui rischi. Partendo da questa prospettiva più fiduciosa, il testo affronta poi con lucidità tutti i rischi connessi alla dignità dell’uomo, delineando ciò che potremmo definire un approccio praticoumanistico: riconoscere il valore dell’innovazione, ma senza cedere alla tentazione di delegare all’IA ciò che appartiene alla responsabilità umana.
Le frasi qui sotto riportare sono, di fatto, un estratto quasi integrale dall’enciclica stessa.
È opportuno premettere due considerazioni: la prima è che qualsiasi affermazione sull’IA rischia di diventare obsoleta in breve tempo, data l’impressionante velocità di sviluppo di questi sistemi. La seconda è che tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco del loro effettivo funzionamento.
L’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, e le colloca “con i piedi per terra” dentro una vocazione più alta. L’intelligenza creativa dell’essere umano è un dono che può alleviare sofferenze e aprire possibilità nuove, ma essa deve restare ordinata al bene comune, alla giustizia, alla cura dei fragili e del creato.
La vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire: un progresso che serve la persona e i popoli, oppure un progresso che li piega a logiche di potere.
Le scoperte scientifiche sono un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare (cfr Mt 25,14-30). La tecnologia può curare, connettere, educare; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie.
La domanda delle domande: l’IA rende la vita umana più umana? Più degna dell’uomo? Lo sviluppo tecnologico permette davvero di passare da condizioni di vita meno umane a condizioni più umane?
Se la risposta è “sì”, allora possiamo riconoscere queste innovazioni come una possibilità buona, da abitare con responsabilità, dentro un cammino di ricostruzione paziente e condivisa. Se invece la potenza cresce mentre il cuore si inaridisce e i legami si spezzano, allora ci troviamo davanti a una costruzione grandiosa, ma disumana: un progresso solo apparente, che aumenta i mezzi senza elevare l’uomo.
L’ IA non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra “sì” o un “no” alla tecnologia, Il nostro compito è di non demonizzare né idolatrare gli strumenti, ma governarli a partire da un punto fermo: la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità.
Per un algoritmo, l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo. Il futuro di una persona non è calcolabile, ma è affidato alla sua libertà.
Non possiamo limitarci a invocare la moralizzazione della macchina, il cosiddetto “allineamento” dell’IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa.
L’innovazione tecnologica può essere, in un certo qual modo, una forma umana di partecipazione all’atto divino della creazione. Le innovazioni non sono neutrali: possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione. Gli sviluppatori portano dunque un particolare peso etico e spirituale, poiché ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità.
Per questo la domanda che ci dobbiamo continuamente porre tutti è: contribuisce davvero a far crescere persone e popoli in umanità nel rispetto della casa comune e delle generazioni future?
Oggi, tra i beni che sono universalmente destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche dati. Questi beni non possono restare concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, altrimenti si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni. A essi è legato il destino di tutti: davvero “nessuno si salva da solo”.
Le nostre vite sono sempre più interconnesse e le reti digitali collegano in tempo reale persone e comunità di ogni parte del mondo. Questa trama di relazioni, però, non è ancora solidarietà in senso pieno se non diventa una scelta consapevole e se non impariamo a trasformare questi legami pensando e agendo in termini di comunità. La solidarietà chiede che le scelte in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale tengano conto non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno.
Ritengo che oggi, per custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dobbiamo tornare a riflettere sul bene comune, sulla destinazione universale dei beni, sulla sussidiarietà, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale.
È un’illusione pensare che basti cercare il proprio progresso per contribuire al bene di tutti, senza doversi realmente preoccupare degli altri. Per un cristiano, infatti, uscire dal piccolo mondo dei propri interessi e impegnarsi, nei limiti delle proprie possibilità, per il bene comune è un valore non negoziabile, come lo è la promozione della vita.
Rivolgo un accorato appello: non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo. Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo con corresponsabilità coraggiosa.
Mentre lo sviluppo tecnologico cambia rapidamente linguaggi, relazioni, istituzioni e forme di potere, noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è data in dono. Non si tratta di una scelta sul nostro futuro, ma sul nostro presente, perché l’intelligenza artificiale e le altre tecnologie emergenti sono già parte del nostro quotidiano.
Nessuno è senza responsabilità
In questo punto, però, si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo. Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà: c’è chi governa, chi decide investimenti, chi guida istituzioni, chi fa ricerca, chi educa, chi informa, chi produce; e c’è chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana.
Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica del bene comune (con verità, sobrietà, prossimità, cura).
Più potente non significa migliore.
Se lo sviluppo tecnologico procede senza un’adeguata maturazione etica e sociale, può accadere che aumentino i mezzi senza che cresca in pari misura l’umanità: si “ha di più” ma non si “è di più”, e la persona rischia di essere valutata soprattutto in base alle prestazioni che garantisce.
E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale e non possiamo considerare l’IA moralmente neutra.
Vorrei, infine, usare una parola che mi sta a cuore: “disarmare”. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare Non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano.
Nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene. Anche nel tempo della trasformazione digitale, con corresponsabilità coraggiosa, nessuno è senza responsabilità: non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – che non temono di sporcarsi le mani.
Tutti noi siamo chiamati a unire ascolto coraggio e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere.
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