L’obiettivo resta fissato al 2027 e, almeno sul piano politico, non sembra esserci alcuna intenzione di fare marcia indietro. I leader dell’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, hanno confermato durante l’ultimo vertice tenutosi in Sierra Leone la volontà di lanciare Eco, la futura moneta unica destinata a trasformare uno dei più grandi mercati emergenti del continente africano. Il progetto rappresenta uno dei pilastri dell’integrazione economica regionale, ma il cammino verso la nuova valuta appare ancora irto di ostacoli, tra rigidi requisiti macroeconomici e la difficile convivenza con il Franco Cfa, la moneta utilizzata da una parte consistente dell’area.
La conferma del calendario rappresenta comunque un segnale importante. Dopo anni di rinvii, annunci e revisioni del progetto, l’Ecowas torna infatti a indicare una data precisa per il debutto della nuova valuta. L’organizzazione conta oggi 12 Stati membri effettivi, ai quali potrebbero aggiungersi in futuro Burkina Faso, Mali e Niger, i tre Paesi guidati da governi militari che hanno lasciato il blocco regionale nel corso del 2025. Se il progetto dovesse concretizzarsi nella sua forma più ampia, la nuova area monetaria arriverebbe a coinvolgere un mercato di circa 450 milioni di abitanti, uno dei più popolosi del continente.
L’idea dell’Eco non nasce oggi. Da oltre due decenni rappresenta uno degli strumenti con cui l’Africa occidentale punta a rafforzare il commercio interno, facilitare gli investimenti e ridurre i costi delle transazioni tra economie ancora caratterizzate da numerose valute nazionali. L’obiettivo è costruire un’unione monetaria capace di accompagnare una maggiore integrazione economica e finanziaria, sul modello di altre aree valutarie, favorendo la crescita degli scambi regionali e rendendo il blocco più competitivo a livello internazionale.
La nuova valuta è stata ufficialmente ribattezzata Eco nel 2019, ma da allora il progetto ha conosciuto continui rallentamenti. All’inizio del 2026 l’Ecowas aveva ipotizzato un percorso di adesione “a più velocità”, immaginando un primo gruppo di Paesi pronto a inaugurare la nuova moneta. In quella fase erano stati indicati Nigeria, Ghana, Liberia, Sierra Leone, Guinea e Gambia come possibili membri fondatori. Nel comunicato finale diffuso dopo il vertice in Sierra Leone, però, ogni riferimento a questo gruppo pilota è scomparso, lasciando intendere che la strategia potrebbe essere stata rivista o che le trattative siano ancora aperte.
Il nodo principale riguarda il rispetto dei criteri economici necessari per entrare nell’unione monetaria. L’Ecowas ha infatti stabilito un sistema di convergenza che prevede quattro criteri primari e sei secondari, pensati per garantire la stabilità della futura valuta. Tra le condizioni richieste figurano un’inflazione contenuta, conti pubblici sotto controllo e adeguate riserve in valuta estera.
Proprio questi requisiti rappresentano oggi il principale ostacolo. Uno dei parametri fondamentali impone che l’inflazione non superi il 5%, un obiettivo che numerosi Paesi della regione faticano ancora a raggiungere. Secondo Carlos de Sousa, analista della società di asset management Vontobel, allo stato attuale soltanto Benin, Capo Verde e Liberia rispettano i criteri richiesti per l’adesione alla nuova unione monetaria. Una situazione che rende estremamente difficile immaginare una partenza estesa già nel 2027.
Ma c’è un secondo elemento che pesa quanto, se non più, dei parametri economici: il futuro del Franco Cfa, la valuta storicamente legata all’eredità coloniale francese e ancorata all’euro. Oggi il Franco Cfa viene utilizzato dagli otto Paesi dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa), ossia Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. La stessa moneta è inoltre impiegata, con una diversa banca centrale, anche nei sei Stati della Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale, vale a dire Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana e Repubblica del Congo.
Proprio il possibile abbandono del Franco Cfa rappresenta uno dei punti più delicati dell’intero progetto. Per molti governi, la valuta garantisce infatti una stabilità monetaria che difficilmente verrebbe sacrificata senza solide garanzie. Secondo De Sousa appare improbabile che i Paesi della Uemoa decidano di rinunciare rapidamente a un sistema che, pur discusso sul piano politico, ha assicurato per decenni una relativa stabilità finanziaria grazie all’aggancio con l’euro.
Anche sul piano tecnico le perplessità non mancano. Diego Barnuevo, analista di Ebury, osserva che una valuta comune potrebbe effettivamente contribuire a ridurre la volatilità dei cambi, mettendo in comune le riserve internazionali dei diversi Paesi e ampliando la base economica dell’intera area. Una moneta condivisa potrebbe inoltre favorire una maggiore integrazione commerciale e rendere più semplici gli investimenti transfrontalieri.
Tuttavia, la nascita dell’Eco non risolverebbe automaticamente le fragilità strutturali delle economie dell’Africa occidentale. Le forti oscillazioni delle valute locali sono spesso il riflesso di problemi più profondi, come la forte dipendenza dall’export di materie prime, la vulnerabilità agli shock internazionali, l’instabilità politica e le persistenti tensioni sul fronte della sicurezza. Tutti fattori che continuerebbero a influenzare la stabilità economica anche all’interno di una futura unione monetaria.
Per questo motivo molti osservatori considerano il 2027 più come un obiettivo politico che come una scadenza realmente certa. La volontà di procedere verso una maggiore integrazione regionale appare oggi più solida rispetto al passato, ma la costruzione di una moneta unica richiede livelli di convergenza economica che la regione non ha ancora pienamente raggiunto.
L’Ecowas, però, sembra intenzionata a non abbandonare il progetto. Se il calendario verrà rispettato, l’Eco potrebbe diventare una delle più importanti novità monetarie degli ultimi decenni, dando vita a un’unione valutaria destinata a coinvolgere un mercato di quasi 450 milioni di persone. Resta da capire se, entro il 2027, la realtà economica riuscirà davvero a tenere il passo con le ambizioni della politica.
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Cristina Giua
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