Turismo di massa e invasioni aliene


The Invaders (1967) è stata una serie televisiva americana in piena Guerra Fredda. Era diretta a condizionare l’immaginario di massa mettendo in scena un nemico pronto a invadere e sostituirsi agli americani. Parlava già di “copie” (simulacri) e “originali” ma in chiave razzista e implicitamente anticomunista: nella serie tv gli originali erano gli americani, le copie invece, cioè gli extraterrestri, erano i nemici. Minaccia e bisogno di protezione in queste serie erano inscindibili, presupponevano un io fragile e una reale impotenza sociale.

Attraverso la fantascienza, su cui era basata la serie televisiva, veniva però occultata la storia degli indiani nativi sterminati dagli invasori yankee. Ora, da anni stiamo assistendo a ben altre invasioni. È l’invasione del turismo di massa. Certo, i turisti non hanno lo scopo di sostituirsi ai locali che incontrano casualmente, ma la loro pianificata massiccia presenza sottopone tutte le storie locali ad adattarsi all’immagine che il turista ha del luogo. Ma questa strana categoria di esseri non è nuova. Eredi delle folle analizzati da Poe, Baudelaire, Benjamin, Riesman e altri, sono entità anonime, impersonali, alieni che invadono uno spazio che è il poligono dei segni pubblicitari.

L’UFO della serie tv The Invaders

L’economia del turismo di massa e il tempo libero come capitale

Come le bestie, i turisti sono le cavie del funzionariato della sollecitudine. Camerieri servizievoli, imperativo del riposo, obbligatorietà del sorriso, che si proietta sul turista come un paraurti mimico. Orde centrifugate dalla pubblicità che prende corpo nella sollecitudine dei servitori (lavoratori stagionali spesso sottopagati). E poi la valorizzazione del tempo libero. Non la libertà di perdere il proprio tempo, ma di riempirlo. Nel nostro sistema sociale il tempo non si può che guadagnare, ugualmente in vacanza questo guadagno, guadagno del corpo, guadagno del piacere, guadagno dei sensi, diviene la ragion sufficiente della concezione coatta del tempo. Dietro l’apparente gratuità delle vacanze, il “tempo libero” riproduce il tempo coatto del lavoro sotto altre forme. Perché esso veste il turista di una patina di libertà che non è la libertà di creare come nell’arte. Piuttosto il suo modello utopico, irraggiungibile, è il tempo innocente dell’infanzia. Il tempo perduto per sempre. Nell’ossessiva ricerca di questo “tempo perduto” ritroviamo lo stesso accanimento funzionale di guadagno del tempo che vige nella sfera del lavoro: un’estorsione del godimento. La vacanza, con le sue pratiche farmacologiche, con le sue terapie distensive, con i suoi rituali del consumo, sostituisce l’antico principio di salvezza. Come un sacramento riunisce gli officianti che comunicano con lo Spirito Santo del divertimento.

Turismo di massa e il rapporto servo-padrone

Ovunque troviamo questo sistema generalizzato di servizievole gratificazione che ricorda il fatto che siamo in una società dell’abbondanza, e che democraticamente fa assaggiare lo splendore feudale del rapporto fra servo e cliente. Per un breve periodo si è Signori a pagamento. La socialità immanente alla sollecitudine maschera l’ipocrisia di una società che mantiene intatti i rapporti di sfruttamento. Essa, in fondo, cela la violenza del sociale fatta di precariato e disperazione. Per un breve periodo il turista può pagarsi il sorriso servizievole del servo. L’arroganza del padrone, l’aggressività del superiore, il cinismo del dirigente, vanno in congedo, seppure per poco tempo, dietro presentazione della carta di credito, che obbliga, per contratto, la performance terapeutica della sollecitudine. Ovunque il turista è preda di questa esuberanza dei servizi, che spesso si trasforma d’un colpo in shock, cioè nell’assenza della loro erogazione (il disservizio). Ora, l’industria del turismo è come un’onda d’urto che genera una catastrofe nelle storie locali, sottoposte a fare chirurgie estetiche delle proprie memorie (il brand), in funzione dell’apprezzamento del turista. La riduzione delle città a brand implica la riduzione delle loro molteplici storie a stereotipi, manipolati da modelli di “sviluppo” calati dall’alto, che uniforma tutte le diversità.

La compulsione a “valorizzare”

La storialità della cartolina (l’immagine stereotipata) ha il sopravvento sulla storia – le comunità ridotte a folclore, la caccia al gadget dell’autentico, l’ossessione per la “scoperta” dell’esotico, ecc. D’altra parte, la perfetta somiglianza di tutti i centri storici, ridotti a mangiatoie, è l’assoluta indifferenza di questo modello di sviluppo economico di fronte alle varietà locali, che mercifica ogni cosa, e dove ogni giorno tutto si ripete in modo identico come il giorno prima. Obiettivo principale è monetizzare il retaggio dei secoli e trasformarlo in occasione di svago, o in uno spettacolo ricreativo. L’imperativo è “valorizzare” e “turistizzare” per mezzo di festival, forme d’intrattenimento ed eventi di richiamo. E questo nel momento in cui le copie pubblicitarie dei luoghi, così realistiche, rendono sempre più fragili le culture locali, costrette a sopravvivere solo a condizione di trasformarsi in attrazione pubblicitaria. Siamo davanti a una variante feroce del colonialismo estetico-culturale, braccio forte di un modello di “sviluppo” che, con il volto intimidatorio del primato dell’economia su tutti gli altri aspetti della vita sociale, stravolge interi insiemi locali che si sono strutturati per secoli. In fondo la figura del turista coincide perfettamente con quella del culturicida. I turisti rappresentano bene queste orde umane lanciate in tutto il pianeta come un proiettile a sterminare ciò che sono state le culture locali, le civiltà con i loro oggetti e i loro simboli. Forse ha ragione Hans Magnus Enzensberger quando ha scritto: “Il turismo è la parodia della mobilitazione generale. I suoi quartieri generali sono simili a stati maggiori dove si calcolano in anticipo i movimenti di truppa”.

Marcello Faletra

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