Oriente Occidente di Rampini | «Non uscire dall’Europa, ma occuparla e svuotarla dall’interno»: così il movimento delle nuove destre minaccia l’Ue


Un importante rapporto del Brussels Institute for Geopolitics, firmato da Thomas Laffitte, parte da un paradosso che cambia la natura dell’euroscetticismo. Dieci anni dopo Brexit, le destre radicali europee sono molto più forti, ma quasi nessuna vuole più uscire dall’Unione. L’obiettivo non è distruggerla bensì conquistarla, piegarla, usarla. Il delfino di Marine Le Pen, Jordan Bardella, lo ha sintetizzato in vista delle presidenziali francesi del 2027: «Non vogliamo lasciare l’Unione europea, vogliamo cambiare tutto senza distruggere nulla». Da qui Laffitte ricava la definizione: siamo entrati nell’era del post-euroscetticismo.

L’uscita dall’Unione ha perso fascino. Brexit ha avuto un effetto pedagogico. Perfino le forze che un tempo flirtavano con Frexit, Italexit o Dexit hanno scoperto quanto sia costoso rinunciare al mercato unico, ai fondi europei, all’euro, alla capacità negoziale di un blocco di 27 paesi. 




















































Questo non significa che l’integrazione europea sia al sicuro. La nuova sfida può essere più insidiosa: non abbattere l’edificio, bensì occuparlo e cambiarne il funzionamento dall’interno.

Il fenomeno ha dimensioni strutturali. Il rapporto definisce come destra radicale populista – PRR, acronimo di populist radical right – le forze collocate alla destra del Partito popolare europeo. Il loro peso alle elezioni europee è salito dal 9,65% nel 2009 al 25,83% nel 2024. Nelle elezioni nazionali raccolgono ormai circa il 23%, contro meno del 5% nel 2009. Soprattutto, la loro forza è tale che nel Parlamento europeo possono formare maggioranze insieme con il Ppe. Non sono più soltanto un’opposizione antisistema. Stanno entrando nel sistema e contribuiscono a determinarne le scelte.
Anche la geografia politica dell’euroscetticismo è cambiata. L’ostilità all’integrazione europea è sempre meno collegata alla tradizionale divisione destra-sinistra sull’economia, sempre più all’immigrazione, all’identità nazionale, alla contestazione delle élite e alla rivolta contro le iper-regolamentazioni burocratiche di Bruxelles. Al tempo stesso una parte di questa agenda è penetrata nel centrodestra tradizionale. 

Il rapporto cita la formula del politologo Cas Mudde: non è sempre la destra radicale a moderarsi; talvolta è quella moderato-conservatrice che si radicalizza. Dopo le europee del 2024 questa contaminazione è diventata visibile nell’attività legislativa, dove Ppe e destre radicali possono costruire maggioranze alternative.

C’è poi una dimensione geopolitica. Mosca ha interesse a incoraggiare le forze che possono dividere l’Europa e il rapporto ricorda i rapporti storici della Russia con il Rassemblement National francese, la Lega italiana e l’AfD tedesca, nonché le interferenze russe nelle elezioni romene. Ora in Italia si è aggiunto Vannacci. Ma una spinta contro l’establishment europeo viene ormai anche dagli Stati Uniti trumpiani. C’è stato il sostegno del mondo MAGA a Viktor Orbán, Karol Nawrocki e all’AfD, incluso l’intervento di Elon Musk a favore di Alice Weidel. Per la prima volta l’Unione si trova quindi sotto pressione politica contemporaneamente da Est e da Ovest.
Da qui il cuore del rapporto: due scenari, battezzati con un gioco di parole, EUseful ed EUseless. Che si pronunciano, in inglese, come i termini «utile» e «inutile».

Nel primo, le destre radicali conquistano molti governi ma, una volta al potere, scoprono che l’Unione è utile. La sovranità nazionale non viene necessariamente rafforzata riducendo l’Europa. Al contrario: nell’epoca della competizione fra Stati Uniti, Cina e Russia, perfino un governo nazionalista può scoprire che l’Unione moltiplica il proprio potere. Il precedente più importante per Laffitte è Giorgia Meloni. La sua traiettoria dimostrerebbe come una forza nata da una tradizione euroscettica possa diventare sostenitrice di autonomia strategica, sovranità tecnologica, capacità industriale e potenza finanziaria europea. L’Europa serve proprio perché le nazioni europee, prese singolarmente, sono troppo piccole.

Non ne nascerebbe però un’Europa federale. Sarebbe piuttosto un’Europa delle nazioni che usa in modo selettivo Bruxelles. Il Consiglio europeo, dove siedono i governi, diventerebbe ancora più importante. La Commissione verrebbe indebolita e continuerebbe a fungere da bersaglio polemico. Si potrebbe insultare «Bruxelles» davanti agli elettori e allo stesso tempo usare Bruxelles per ottenere risorse e potere. La distanza fra retorica e comportamento diventerebbe una caratteristica permanente del nuovo euroscetticismo.

Il secondo scenario, EUseless, parte dall’ipotesi opposta. Le destre nazionaliste non riescono a trovare un interesse comune. La loro ascesa non produce una nuova Europa sovranista, bensì una guerra fra sovranismi. Francia, Germania, Italia e Polonia difendono interessi nazionali incompatibili; proliferano veti, opt-out (meccanismi di auto-esclusione volontaria da questa o quella politica europea), ricatti e coalizioni variabili. L’Unione non scompare: si paralizza. È una distinzione essenziale. Il pericolo descritto dal rapporto non è una nuova Brexit moltiplicata per dieci, ma una «Europa zombie»: sopravvivono le istituzioni perché smantellarle sarebbe troppo costoso, mentre diminuisce la capacità di decidere.

L’economia mostra bene questa alternativa. Il Rassemblement National ha proposto di dimezzare il contributo francese al bilancio europeo. Ma una volta al governo scoprirebbe subito la contraddizione: agricoltori, regioni e certi settori industriali francesi sono grandi beneficiari delle politiche comuni. Lo stesso vale, con caratteristiche ancora più evidenti, per l’Italia. 

Laffitte sottolinea che il governo Meloni ha interesse a conservare un bilancio europeo robusto, dopo i quasi 200 miliardi fra prestiti e sovvenzioni assegnati all’Italia dal piano post-Covid. Roma sostiene inoltre l’unione dei mercati dei capitali, che implica un ulteriore trasferimento di competenze verso il livello europeo.

La vera incognita sarebbe la Germania governata dall’AfD. Il partito nasce dalla rivolta contro i salvataggi della crisi dell’euro e conserva una forte ostilità verso debito comune, trasferimenti fiscali e BCE. Un governo AfD potrebbe bloccare nuovi debiti europei, opporsi all’euro digitale e frenare l’unione dei mercati dei capitali. Nello scenario più conflittuale potrebbe perfino mettere in discussione il Meccanismo europeo di stabilità. Ne riemergerebbe con violenza la vecchia frattura Nord-Sud: Germania contro Francia e Italia, disciplina fiscale contro condivisione del debito.

Eppure anche qui agisce il vincolo della realtà. La Germania ha un enorme interesse nel mercato unico. Una sua frammentazione danneggerebbe proprio l’industria tedesca. Perciò Laffitte considera plausibile una continuità imperfetta nello scenario in cui l’AfD va al governo: più nazionalismo economico e deregolamentazione, meno ambizioni federali, ma nessuna demolizione dell’architettura esistente. Il terreno comune fra Ppe, imprese e destra radicale sarebbe la «competitività»: meno burocrazia e meno regolamentazione, usando anche il rapporto Draghi come cornice politica.

Il cambiamento più netto riguarderebbe il Green Deal. Qui la distanza fra i due scenari si riduce. La transizione ecologica è diventata il nuovo bersaglio ideale dell’euroscetticismo. Il vecchio slogan «contro Bruxelles» acquista un contenuto concreto: contro divieti, standard ambientali, obblighi per le imprese, auto elettrica (ormai per lo più «made in China»), ristrutturazione degli edifici, vincoli all’agricoltura. Il rapporto usa il termine greenlash, contraccolpo verde. E osserva che questa svolta è già iniziata: competitività, resilienza e deregolamentazione stanno sostituendo il clima al centro dell’agenda europea. Non significa abbandonare la decarbonizzazione. Le destre possono appropriarsene cambiandone la giustificazione. Non più salvare il pianeta, ma conquistare l’indipendenza energetica. Qui entra in scena il nucleare. Il Rassemblement National lo considera un patrimonio strategico francese; Meloni e Salvini lo presentano come strumento di sovranità; la Polonia ha avviato un grande programma nucleare; l’AfD vuole riaprire la questione dell’atomo tedesco. La transizione verde potrebbe quindi trasformarsi in una politica industriale ed energetica nazionalista: meno rinnovabili e meno regolamentazioni oppressive, più nucleare, sicurezza degli approvvigionamenti e autonomia strategica.

È sulla politica estera che emergono le contraddizioni più profonde. Non esiste una geopolitica comune delle destre radicali. Sulla Russia, soprattutto, sono quasi agli antipodi. L’AfD conserva una forte corrente filorussa; la destra polacca considera Mosca una minaccia esistenziale. Meloni ha invece dimostrato che un governo proveniente dalla destra radicale può diventare uno dei sostenitori europei più convinti dell’Ucraina. 

Il Rassemblement National ha attenuato a sua volta le vecchie posizioni filorusse. Nello scenario pragmatico, queste differenze vengono contenute ma il prezzo è un compromesso al ribasso. Gli aiuti all’Ucraina diminuiscono, soprattutto se richiedono nuovo debito comune; l’allargamento rallenta; Kiev potrebbe essere relegata verso una forma di appartenenza europea di «secondo livello».

Anche verso Washington prevale l’ambivalenza. Molte destre europee simpatizzano culturalmente con certi valori del trumpismo, ma l’ostilità dell’America trumpiana verso l’Unione può paradossalmente rafforzare l’europeismo dei nazionalisti. Più Washington tratta l’Europa come concorrente o avversario, più i governi sovranisti hanno interesse a usare la dimensione europea come scudo.

Nello scenario della disgregazione, invece, esplodono le rivalità nazionali. Varsavia cerca la protezione americana e pretende una linea durissima contro Mosca; una Germania guidata dall’AfD tenta di normalizzare i rapporti con la Russia; la Francia lepenista mette da parte le ambizioni europee di Macron e difende la propria industria militare contro gli acquisti di armamenti americani della Polonia. Potrebbe perfino riaprirsi la contesa sulle riparazioni di guerra che Varsavia reclama da Berlino. Il triangolo Francia-Germania-Polonia salterebbe. Anche l’asse sovranista franco-italiano sarebbe tutt’altro che naturale: immigrazione, Mediterraneo e interessi industriali possono mettere Roma e Parigi l’una contro l’altra.

Da questa contraddizione nasce il post-euroscetticismo. Perfino nello scenario peggiore l’Unione sopravvive. La sua apparente debolezza istituzionale diventa una forma di resilienza: non esiste un unico Palazzo d’Inverno da conquistare. Il potere è disperso fra Commissione, Consiglio, Parlamento, BCE, Corte di giustizia e 27 governi. Nessuna vittoria elettorale nazionale consente di impadronirsi dell’intero sistema. Ma la dispersione può facilitare paralisi, veti e progressivo decadimento.

L’euroscetticismo classico voleva uscire dall’Europa. Quello nuovo vuole restarci per usarla. Vuole ridurre il potere della Commissione, allentare il Green Deal, frenare l’immigrazione, difendere le sovranità nazionali; ma non rinuncia al mercato unico, ai fondi comuni, alla moneta unica dove esiste, né alla massa critica che l’Unione offre nello scontro fra grandi potenze. È la geopolitica, alla fine, a produrre questo particolare europeismo dei sovranisti. 

In un mondo dominato dalla potenza americana, dall’ascesa cinese e dalla minaccia russa, perfino i nazionalisti scoprono che Francia, Italia, Germania o Polonia da sole pesano meno. Il ritorno della politica di potenza e della competizione geoeconomica può diventare il più efficace collante dell’Unione. L’Europa del futuro potrebbe essere meno federalista, meno verde, meno regolatrice, più intergovernativa e molto più conflittuale. Ma proprio coloro che volevano indebolirla possono scoprire di averne bisogno.

29 settembre 2026


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