UUn viaggio in uno dei contesti più critici dell’adolescenza contemporanea, tra disagio, violenza, marginalità e desiderio di futuro: gli istituti penali minorili. È Dentro le mura – Viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso (Treccani), firmato da Antonella Inverno, Head of Research and Analysis di Save the Children Italia e giurista specializzata in tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Nel volume, realizzato con il supporto di Save the Children, attraverso storie vere, dati e voci dal campo, Inverno ci fa entrare nei luoghi in cui i ragazzi e le ragazze incontrano la giustizia, raccontando cosa accade dentro e fuori gli istituti penali minorili-ipm.
Nella prefazione del suo libro, il cardinale Matteo Maria Zuppi scrive: «Le mura più difficili sono proprio le storie dei ragazzi, che spesso diventano mura per difendersi, per paura, per rabbia, per delusione, perché non intravedono altro. Queste pagine ci aiutano a capire cosa c’è dentro il carcere e cosa c’è dentro il cuore dei ragazzi che “stanno dentro”». Cosa vuole dirci delle storie dei ragazzi che ha raccolto?
La parte più intensa e difficile del libro è stata proprio la raccolta delle storie di ragazzi che stavano scontando una pena o avevano scontato una pena o una messa alla prova, quindi ragazzi in conflitto con la legge. Quello che è emerso in maniera abbastanza evidente è che per molti ragazzi le mura sono fuori e dentro: non c’è tanta differenza tra stare in carcere e vivere una vita in un contesto che non permette la vera libertà. Dalle loro storie, raccontate attraverso le interviste trascritte integralmente nel libro, si riesce ad avere chiarezza su quali sono le cause che spingono i minori alla devianza, che possono essere di natura di contesto. Da alcune storie è evidente come se si cresce in quartieri dove l’accesso alle armi è molto facile, dove la violenza si sperimenta fin da piccoli, è molto facile ricadere in quelle dinamiche quando si cresce.
Emerge come le cause possono anche essere familiari, dovute a mancanze nel processo di crescita o, ancora una volta, nell’aver subito un’educazione violenta. Il libro mette in relazione queste storie con dei capitoli più di natura saggistica su quali sono i dati e le carenze del carcere, le criticità che si rilevano maggiormente all’interno della vita carceraria. Con un affondo anche sulla questione dei minori stranieri e dei minori stranieri non accompagnati-msna. Nel libro è presente una storia di un msna che è abbastanza emblematica di quelli che sono i percorsi, a volte obbligati, di questi ragazzi.
«Negli ultimi anni gli ingressi negli istituti penali minorili sono aumentati del 30%, ma questo non è un segnale rassicurante; se il carcere diventa l’unica soluzione per correggere devianze significa che qualcosa si è rotto», scrive sempre nella prefazione il cardinal Zuppi. Il terzo capitolo del suo libro si intitola Sorvegliare e punire. Cosa si è rotto?
In questo capitolo passo in rassegna tutti i provvedimenti che da 20 anni a questa parte hanno caratterizzato la materia della sicurezza urbana e la violenza giovanile, evidenziando come ci sia stato un crescendo negli anni di risposte repressive rispetto a questi temi. Ma non si è mai andato a scavare su quelle che sono le carenze educative che portano ad episodi di violenza giovanile. In particolare, gli ultimi provvedimenti, il decreto Caivano e il decreto sicurezza, hanno introdotto dei meccanismi che hanno facilitato l’esecuzione della misura cautelare in carcere. Ad esempio, l’aggravamento della pena a seguito dell’evasione e dell’allontanamento da una comunità d’accoglienza, che prima era a discrezione del giudice e oggi è abbastanza obbligato. O ancora, un indebolimento della misura della messa alla prova.
Degli strumenti di risposta penale che funzionano non possono che essere strumenti comunitari, bisogna far riscoprire ai minori e giovani adulti la vita della comunità e la solidarietà anche tra i membri della comunità. È sulla relazione che bisogna andare a lavorare per ricostruire un futuro possibile
Antonella Inverno, Head of Research and Analysis di Save the Children Italia
Sono tutte misure che hanno provocato un aumento del numero dei minori che entrano negli ipm. Un aumento che non è l’unico indicatore di una situazione che sta degenerando, l’altro indicatore è quello delle presenze medie nel carcere, che è estremamente aumentato negli ultimi anni. Vuol dire che in carcere ci si entra di più, ma soprattutto ci si rimane di più, anche perché uno degli ultimi decreti ha previsto un autonomo reato di rivolta in carcere anche per atti di disobbedienza agli ordini impartiti, anche non violenti. Dai racconti degli operatori che ho incontrato in carcere questa è una situazione che spesso si verifica con i minori stranieri, che entrano con un reato e non escono più o escono con 10 reati.
Nel paragrafo dal titolo In ricchezza e in povertà, lei riporta le parole di Michele Curci, professore di geografia della generazione X che insegna tra Casal Bruciato e San Basilio. Parlando di scuola, spiega come si concretizzano le disuguaglianze che continuano a crescere nel nostro Paese: «Ci sono soldi per la digitalizzazione delle scuole con il Pnrr, ma non per la carta igienica. Chiediamo di acquistare i libri in edizioni digitali, ma non abbiamo i supporti: ho insegnato in scuole dove tutti avevano il tablet e in altre dove le famiglie non riescono a comprare i quaderni. Alcune scuole sono belle, altre no, sono dei casermoni, i colori non rispecchiano le età di chi le vive, ci sono disagi continui, le strutture sono fatiscenti. Per i ragazzi e le ragazze è come stare in un ghetto».
Quella con Curci è stata una lunghissima chiacchierata in cui il tema delle disuguaglianze nelle scuole è stato assolutamente evidente. Mi ha raccontato anche di scuole senza condizionatori, con i termosifoni rotti. Metteva un po’ in discussione il fatto di impedire ai ragazzi e alle ragazze di andare in calzoncini a scuola quando ci sono 40 gradi e, nello stesso tempo, di offrire loro una scuola che non ha gli strumenti per agevolare la permanenza presso l’istituto. Ha colpito molto anche me quando ha parlato di casermoni grigi che non hanno i colori che rispecchiano l’età dei ragazzi, che non sono belli.

Sappiamo che la bellezza è un grande elemento che aiuta l’educazione e mi ha parlato di queste scuole come di un coacervo di situazioni drammaticamente difficili, che anche loro insegnanti non sono messi nelle condizioni di poter gestire, un po’ perché manca la continuità didattica (da un anno all’altro cambiano tantissimi professori), un po’ perché mancano, come racconta lui, gli strumenti pratici. Magari ci sono soldi per progetti che riguardano l’alfabetizzazione digitale e il mondo nuovo che verrà, ma sotto crollano le basi.
«Non c’è nessuna connessione tra l’aumento delle presenze e l’aumento dei reati. Almeno su Roma, prima di un anno fa non esisteva che un sedicenne in attesa di giudizio passasse nove mesi in ipm. È come se fosse tutto un meccanismo che si sta in qualche modo inceppando e estrema mente irrigidendo», dice nel libro Valentina Calderone, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale.
Quello che mi ha colpito molto dell’intervista con Valentina Calderone è stato il suo riferimento al sovraffollamento, ha usato proprio parole come “corpi costretti” in uno spazio inadeguato. Quello che lei mette in evidenza, a cui io avevo pensato meno, è proprio il fatto che tutto il processo si arresta, quando ci sono troppi minorenni e giovani adulti che si ritrovano a dover scontare delle misure penali e gli operatori non aumentano di numero. Così come non aumentano le opportunità che possono essere fornite a questi ragazzi. Tutto il sistema sballa e non gira più come dovrebbe.
Le mura più difficili sono proprio le storie dei ragazzi, che spesso diventano mura per difendersi, per paura, per rabbia, per delusione, perché non intravedono altro
Cardinale Matteo Maria Zuppi
Un concetto che rilevo anche nelle conclusioni è la necessità di investire maggiormente non solo in termini di prevenzione in tutto il sistema educativo, ma anche in termini di risposta. Per diversi dei ragazzi che ho intervistato il percorso penale è stato uno strumento utile per elaborare quello che era successo e, soprattutto, quello che li aveva portati a commettere il reato. Degli strumenti di risposta penale che funzionano non possono che essere strumenti comunitari, bisogna far riscoprire ai minori e giovani adulti la vita della comunità e la solidarietà anche tra i membri della comunità.
Se questi ragazzi commettono dei reati è perché molto spesso non hanno più quel senso di empatia verso l’altro. È sulla relazione che bisogna andare a lavorare per ricostruire un futuro possibile. Se non vengono fornite risorse umane e strumentali a chi deve fare questo lavoro tutti i giorni, allora diventa tutto molto più difficile.
Tra le storie che lei racconta, c’è quella di Giovanni, che dice: «La vita non è questo, ma proprio tutt’altro. Cioè, noi siamo chiusi in una bolla e non vediamo nient’altro di bello, vediamo solo cose negative». Lei scrive: «Anche Giovanni è rimasto incastrato nelle stesse maglie di una rete che sembra non lasciare scampo e nelle sue parole contradditorie è abbastanza evidente che sia stato coinvolto, forse proprio perché minorenne, in una ritorsione tra adulti finita male».
Giovanni mi disse: «Finché io non mi sono reso conto che c’era qualcos’altro fuori a cui potevo aspirare, che la mia vita non era segnata da un percorso, semplicemente accettavo il carcere come parte della mia vita». Aveva una famiglia di tradizione criminale, aveva sperimentato le mura del carcere da quando era bambino, andando a trovare il nonno in un istituto di pena, poi il padre e si era ritrovato anche lui in carcere con un omicidio sulle spalle. L’assistente sociale mi disse che era un detenuto modello, anche di esempio per gli altri, ma non aveva per niente elaborato quello che stava succedendo. Semplicemente accettava il carcere come parte della sua vita, come lo era stato per il padre e prima ancora per il nonno.
Finché io non mi sono reso conto che c’era qualcos’altro fuori a cui potevo aspirare, che la mia vita non era segnata da un percorso, semplicemente accettavo il carcere come parte della mia vita
Giovanni
Invece poi, quando è stato trasferito in un istituto penitenziario di dimensioni più ridotte, aveva cominciato a sperimentare progetti educativi ben costruiti, un contatto con l’esterno sempre più presente e aveva iniziato a capire a che cosa stava rinunciando stando dentro. Poi, si è costruito un’altra vita; quando l’ho intervistato era un padre sposato con dei progetti per il futuro ben chiari.
Nel libro si parla anche di formazione di tipo pedagogico degli operatori che sono, a vario titolo, a contatto con minorenni e giovani adulti detenuti. Mario Schermi parla di risorse messe a disposizione per la crescita professionale organizzativa del sistema giustizia che sono di molto ridotte. Afferma che c’è una richiesta enorme, ma mentre una volta gli operatori si riuscivano a raggiungere con proposte formative anche diverse volte l’anno, oggi capita loro di non incontrare una proposta formativa anche per 10 anni.
Sì, do un’informazione su tutte: è stato chiuso l’Osservatorio di Nisida sui comportamenti giovanili a rischio devianza. Questo vuol dire dare un taglio con la tradizione pedagogica che c’è stata fino ad oggi in questo campo. Anche le risorse per la formazione di operatori che ho visto lavorare sul campo, sono man mano diminuite. E questi operatori sono i primi a voler capire meglio come innescare dei processi di cambiamento. Mi hanno colpito molto le parole del direttore dell’ipm di Bari Nicola Petruzzelli: «Il tema non è solamente arruolare nuovi operatori, specializzarli, formarli e inserirli, ma anche quello di continuare ad aggiornarli su temi nuovi: le ludopatie, l’educazione ai sentimenti e alle relazioni, le dipendenze patologiche…».


Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
Sono tutti temi su cui non si ha una formazione adeguata per poter intervenire coi ragazzi, quindi si rischia che questi percorsi poi siano non personalizzati, che si faccia banalmente passare del tempo ai giovani senza, però, arricchirli di qualcosa di nuovo. Petruzzelli dice anche: «Noi dobbiamo capire come trattare i ragazzi, come modificare i comportamenti, come innescare meccanismi di cambiamento, di recupero, di cura e riabilitazione. Gli ultimi educatori che sono stati assunti sono stati mutuati da una graduatoria di funzionario giuridico-pedagogico del dipartimento penitenziario, cioè erano idonei non vincitori di un concorso, non hanno mai studiato il diritto minorile, la procedura penale minorile, la psicologia dell’età evolutiva, la pedagogia. Queste persone erano idonee per fare gli educatori negli adulti, non sono mai stati formati per lavorare con i minori».
Nel suo libro, lei dice: «Il dilemma rimane. Servono più carceri per i minorenni in ossequio al principio di prossimità introdotto con la riforma del 2018, o in una società moderna semplicemente il carcere minorile non dovrebbe esistere e la giusta punizione trovare altre forme?». Come ci si dipana da questo dilemma?
Mario Schermi l’ha sciolto dicendo che «ci devono essere i servizi che servono. L’unica formula possibile di istituto penale minorile è un istituto penale che garantisca un’organizzazione di tipo comunitario, quindi contenere non più di 20-25 ragazzi. Quindi la risposta è sì, moltiplichiamoli pure, la cosa che non dobbiamo avere è un istituto in cui ci sono 60-70 ragazzi, perché questo non riesce a garantire una struttura di tipo comunitario e diventa il carcere per adulti, dove devi semplicemente con trollare, devi disciplinare i corpi dentro la struttura». Quindi, ogni servizio che abbia delle caratteristiche di comunità può funzionare anche detentivo. Tante altre persone che ho intervistato mi hanno detto che il carcere per i minorenni non dovrebbe proprio esistere perché dovrebbero esserci più comunità, magari anche di tipo penale, dove i ragazzi possono sperimentare anche forme di contatto maggiori con l’esterno. La questione che veramente fa la differenza è il numero di operatori dedicati ad ogni ragazzo.


Gli agenti penitenziari non hanno una formazione specifica e spesso hanno pochi anni più dei ragazzi. E se gli agenti, che sono quelli che hanno un contatto maggiore con i ragazzi in carcere, non hanno gli strumenti per decodificare comportamenti aggressivi (che sono spesso i comportamenti aggressivi che tutti gli adolescenti mettono in campo in quella fascia di età così particolare in cui si sta costruendo l’identità) chiaramente poi tutto può degenerare e aumentare i carichi penali di questi ragazzi.
Nelle sei traiettorie biografiche raccolte, tutti gli adolescenti che ha incontrato hanno oltrepassato un confine normativo, spinti in alcuni casi dal bisogno di appartenenza, in altri dalla rabbia, in altri ancora da un intreccio di sfida e disperazione. Ma in ognuno dei protagonisti raccontati persiste la stessa domanda: «Chi sono io, e qual è il mio posto nel mondo?». Com’è stato raccogliere queste storie?
A me hanno lasciato un carico emotivo molto forte addosso perché tutti i ragazzi e le ragazze che ho intervistato hanno sperimentato una disgregazione delle proprie famiglie per vari motivi, una educazione violenta. Molto spesso vivevano nella violenza, facevano uso di armi, nella loro quotidianità c’era la prevaricazione per ottenere qualcosa che a loro sembrava fosse stato tolto. Tutti hanno questa sensazione fortissima di deprivazione di qualcosa che gli altri hanno e loro no. Sono tutti temi che rimandano all’idea di ragazzi e ragazze che non riescono a creare per loro un progetto di vita, non riescono a farlo perché non sanno quale potrebbe essere il loro posto nel mondo. Questo perché qualcosa nel patto educativo non ha funzionato. Sono ragazzi che molto spesso vengono, in qualche modo, messi all’angolo nel sistema educativo. Molti ragazzi mi hanno raccontato di aver lasciato la scuola e che nessuno è andato a cercarli per riportarli dentro. Sono ragazzi per cui la funzione educativa viene abbandonata proprio nel momento in cui ne avrebbero più bisogno.


Ecco che si ritrovano proprio nel sistema penale ad avere a che fare, invece, con operatori che per la prima volta li guardano nella loro essenza e che riescono a mettere in campo degli interventi e anche una relazione autentica che riesce a tirare fuori dai ragazzi le parole per esprimere le loro emozioni e la capacità di gestire le loro emozioni. L’elemento che ho ritrovato in molte storie che ho raccolto è il fatto di riuscire nella rieducazione. Ma non tutti i ragazzi che ho intervistato avevano già attivato questo processo di cambiamento. Mi ricordo, in particolare, di un ragazzo coinvolto nella criminalità organizzata, era stato portato dal padre a piazzare delle bombe davanti a un negozio a fini estorsivi. Questo ragazzo oggi (in conseguenza degli ultimi decreti in materia di sicurezza) è stato trasferito in un carcere per adulti, dalle sue parole emergeva una mancanza assoluta di speranza per il futuro. Lui era convinto che sarebbe morto in carcere o per strada, appena uscito.
Le fotografie sono di Alessio Romenzi, tratte dal libro Dentro le mura – Viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso (Treccani)
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Ilaria Dioguardi
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