Con l’inflazione al 3,1% nel 2026 e al 2% nel 2027, gli aumenti nominali di stipendio possono tradursi in più Irpef anche senza un reale aumento del potere d’acquisto. Le simulazioni per i redditi tra 30 e 60 mila euro
Lo stipendio aumenta. Ma non abbastanza da renderci più ricchi: serve soltanto a rincorrere la benzina, la spesa, le bollette, il ristorante, tutto ciò che nel frattempo è diventato più caro. Insomma, in termini reali si resta esattamente dove si era prima. C’è però qualcuno per il quale quell’aumento esiste eccome: il Fisco. Perché il reddito nominale sale mentre scaglioni, soglie e detrazioni dell’Irpef non si muovono allo stesso ritmo. E una parte dei soldi conquistati per recuperare l’inflazione finisce così in maggiori imposte.
È il fiscal drag, il drenaggio fiscale. Una specie di tassa invisibile, perché nessun governo deve annunciare un aumento delle aliquote e nessun contribuente riceve una comunicazione che gli spieghi che sta pagando di più. È sufficiente che il reddito salga nominalmente e che il sistema fiscale resti fermo.
La questione torna di attualità proprio mentre si apre il cantiere della prossima manovra. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha confermato nei giorni scorsi che la riduzione delle imposte sul ceto medio resta una delle priorità del governo; tra le ipotesi discusse c’è l’estensione fino a 60 mila euro dell’attuale aliquota Irpef del 33%, che oggi si ferma a 50 mila. Ma si tratta ancora di un progetto che dovrà trovare coperture ed entrare nella sintesi della legge di Bilancio.
Se lo stipendio cresce solo quanto i prezzi
Per capire che cosa succede nelle tasche dei lavoratori non servono scenari miliardari. Basta prendere cinque redditi e seguire il percorso dell’Irpef.
Nelle proiezioni pubblicate a giugno, Banca d’Italia stima per il 2026 un’inflazione del 3,1%, destinata a tornare al 2% nel 2027. Nei due anni l’aumento cumulato dei prezzi sarebbe quindi del 5,162%.
Immaginiamo allora un dipendente con un imponibile Irpef di 30 mila euro che riesca a recuperare esattamente quella inflazione. Il suo reddito salirebbe a 30.930 euro quest’anno e a 31.549 nel 2027. Sulla carta guadagna di più; in termini di potere d’acquisto non ha guadagnato nulla.
Eppure, applicando l’Irpef vigente, il drenaggio fiscale vale circa 254 euro già nel 2026 e arriva a 424 euro nel 2027. Sommando i due anni, sono 678 euro di maggiore prelievo rispetto a quello che si avrebbe se il sistema fiscale mantenesse invariato il proprio peso reale. Non è necessario, come spesso si pensa, saltare da uno scaglione Irpef all’altro.
Banca d’Italia spiega che il fiscal drag nasce più in generale dalla progressività del sistema: quando il reddito nominale cresce per recuperare l’inflazione e i parametri fiscali restano fermi, una quota maggiore del reddito viene tassata alle aliquote marginali più elevate oppure diminuiscono detrazioni e agevolazioni legate al reddito. Il risultato è che il reddito disponibile cresce meno del reddito lordo.
Il paradosso dei 35 mila euro
La sorpresa arriva salendo a 35 mila euro di imponibile. Nella nostra simulazione è proprio questa fascia, tra quelle prese in esame, a subire il drenaggio più pesante: 443 euro nel 2026 e 695 nel 2027, per un totale di circa 1.138 euro nei due anni.
Non è un’anomalia del calcolo. È l’effetto dell’ingorgo di soglie che si concentra proprio in quella zona di reddito. La detrazione ordinaria da lavoro dipendente si riduce man mano che cresce l’imponibile; l’incremento aggiuntivo di 65 euro termina una volta superati i 35 mila euro; soprattutto, l’ulteriore detrazione di 1.000 euro è piena soltanto fino a 32 mila e poi scende progressivamente, fino a scomparire a quota 40 mila.
Così accade qualcosa di apparentemente paradossale: un lavoratore che parte da 35 mila euro può subire un fiscal drag superiore a quello di chi ne dichiara 50 o 60 mila. A 40 mila euro, sempre nelle stesse condizioni, il maggiore prelievo è di circa 590 euro nel biennio. A 50 mila e 60 mila si arriva a circa 644 euro.
Quando il fiscal drag non c’è
C’è però una distinzione essenziale. L’inflazione, da sola, non basta necessariamente a produrre tutto questo drenaggio. Se i prezzi salgono del 5% ma lo stipendio rimane immobile, il lavoratore perde potere d’acquisto, ma non paga più Irpef semplicemente per effetto dell’inflazione.
Il fiscal drag scatta nella misura in cui il reddito nominale viene adeguato ai prezzi. È proprio il criterio utilizzato da Nicola Curci e Antonella Tomasi nello studio pubblicato a gennaio dalla Banca d’Italia: se una parte dell’inflazione non viene recuperata dal reddito, quella parte non genera fiscal drag; la perdita deriva invece dal mancato adeguamento salariale.
Sul modo di misurare il drenaggio fiscale, tuttavia, esistono metodologie differenti. La Cgil, per esempio, calcola l’effetto confrontando le imposte dovute con la normativa vigente con quelle che si pagherebbero se la struttura dell’Irpef fosse perfettamente indicizzata all’inflazione. In questo confronto lascia fuori bonus, assegno unico e altre misure di welfare, considerate strumenti distinti dal prelievo fiscale. È la stessa logica adottata nelle simulazioni del Corriere: isolare il maggior prelievo prodotto dal mancato adeguamento di scaglioni, soglie e detrazioni.
La distinzione non è soltanto tecnica. A seconda che si guardi esclusivamente all’Irpef individuale oppure al reddito disponibile dell’intero nucleo familiare, includendo trasferimenti e bonus, le stime del fiscal drag possono risultare anche molto diverse. Ed è una delle ragioni per cui sul costo complessivo del drenaggio fiscale circolano valutazioni non coincidenti.
Quella qui descritta, dunque, non è una previsione sugli aumenti che arriveranno realmente nelle buste paga, ma una simulazione: mostra che cosa succederebbe a un lavoratore che riuscisse a recuperare integralmente l’inflazione prevista.
Più tasse senza alzare le aliquote
Ed è qui che la vicenda delle buste paga incontra quella dei conti pubblici. Il drenaggio fiscale produce infatti maggiori entrate senza la necessità di deliberare un aumento delle aliquote.
Il tema è entrato quest’anno perfino nei documenti ufficiali sull’assestamento del bilancio. La relazione tecnica richiama una diversa metodologia adottata dalla Commissione europea per valutare il gettito riconducibile al fiscal drag. Secondo il dossier parlamentare, questo nuovo trattamento ha contribuito a rivedere al ribasso i tassi di crescita della spesa netta calcolati per il 2024, il 2025 e il 2026 e a migliorare il quadro cumulato rispetto alle stime contenute nel Documento di finanza pubblica di aprile.
Maria Cecilia Guerra, responsabile Lavoro del Pd, a luglio ne ha tratto una conclusione politica netta: «Il fiscal drag fa bene ai conti pubblici», sostenendo che il mancato adeguamento dell’Irpef abbia fatto ricadere una quota dell’aggiustamento su dipendenti e pensionati. La relazione tecnica non formula naturalmente questo giudizio politico, ma conferma il punto contabile da cui nasce la polemica: il gettito riconducibile al drenaggio fiscale incide sul calcolo utilizzato nelle nuove regole europee di bilancio.
La vera domanda: quanto resta dell’aumento?
Il fiscal drag ha una cura teoricamente semplice: indicizzare scaglioni, soglie e detrazioni, in tutto o in parte, così che un aumento puramente nominale del reddito non si trasformi automaticamente in un incremento della pressione fiscale. Banca d’Italia ha simulato anche questa soluzione per gli anni dell’ultima fiammata inflazionistica, mostrando come l’indicizzazione modifichi sensibilmente gli effetti del sistema fiscale e dei trasferimenti. Banca d’Italia
Ma per il lavoratore la questione può essere raccontata in maniera ancora più semplice. Non basta sapere di quanto aumenta lo stipendio. Bisogna sapere perché aumenta e quanto ne resta dopo l’inflazione e dopo il Fisco.
Perché si può avere una busta paga più pesante, pagare più tasse e scoprire, alla fine del percorso, di non essere diventati neppure un euro più ricchi.
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