Genova 2001, il giorno dopo. Oggi come 25 anni fa


Nel 2001 VITA ha seguito per settimane la preparazione del G8, una tre giorni a cui migliaia di persone e centinaia di gruppi si sono preparati a lungo. Sulle copertine del magazine, il conto alla rovescia è iniziato il 1° giugno. Fedele al suo stile, VITA ha tenuto la barra sui contenuti, tant’è che alla vigilia dell’appuntamento il titolo di copertina fu “G8: i numeri dello scandalo”, con un servizio incredibilmente attuale sulle disuguaglianze che “l’anti-vertice” denunciava e sul perché queste voci – magari chiassose e disordinate – fosse un «fattore di civiltà» e un argine al tentativo di fare del vertice un «scintillante salone da ballo».
Il giorno dopo Genova 2001, inteso come il giorno dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, il giorno dopo le speranze deluse, il giorno dopo aver visto la svolta tragica, pubblichiamo qui tre brevi editoriali che aprirono invece il primo numero del “dopo G8.
La data è quella del 3 agosto e in copertina c’è un enorme punto di domanda: quello sul “dopo Genova”. Tre editoriali che vale la pena leggere anche 25 anni dopo. Tracciavano una via? Sì, o forse solo un holzwege, un sentiero rimasto interrotto. Ma su cui vale la pena re-incamminarsi anche oggi.
Il primo è di Giuseppe Frangi, allora direttore di VITA. Per lui i veri big del G8 non sono stati i presidenti, ma il padre di Carlo Giuliani, che ha ricordato al mondo i motivi per cui il figlio era in piazza: i poveri. Il secondo è di Franco Bomprezzi, “giornalista a rotelle”, un punto di riferimento per i diritti delle persone con disabilità: spiegava ciò che ancora oggi è necessario imparare, che essere solo “anti” non serve ai più deboli e il cambiamento per accadere ha bisogno innanzitutto di alimentare la speranza del cambiamento stesso. Il terzo è di Ernesto Olivero, fondatore del Sermig: ai giovani di Genova augura di trovare «veri maestri». I giovani di Genova 2001 siamo noi quarantecinque/cinquantenni di oggi: non so se i maestri veri li abbiamo trovati. Di certo, non lo siamo per i nostri figli. E questo è un altro problema.
Sullo sfondo, resta la frase attribuita alla sociologa Margaret Mead: «Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi ed impegnati possa cambiare il mondo. In verità è l’unica cosa che è sempre accaduta», dice. Impegnati. Non solto indignati. Ieri, come oggi. [SDC]

Genova ci ha regalato un vero grande. Il padre di Carlo Giuliani

di Giuseppe Frangi

C’è un personaggio che vorremmo prendere ad emblema delle giornate genovesi. Ancora una volta è un padre, ancora una volta un padre che piange la morte, anzi l’uccisione, di suo figlio. Dobbiamo essere grati a Giuliano Giuliani per come ha saputo ribaltare un’esperienza personale di immenso dolore in un messaggio di vita. Nelle dichiarazioni pubbliche ha avuto parole di pietà vera per chi gli ha ucciso il figlio. Ha chiesto a tutti tolleranza. Ha ricordato il motivo per cui quel suo ragazzo era sceso in piazza: «Papà, noi dobbiamo aiutare i poveri, i deboli, mi ripeteva».

Già: i poveri, i deboli. Avrebbero dovuto essere loro la questione centrale del G8 genovese. Mesi di battaglie, di pressioni sociali, di dibattiti, di interventi di grandi personalità sui giornali, avevano creato in tanti la consapevolezza che la questione della povertà di qualche miliardo di persone fosse una questione moralmente improcrastinabile. Sono stati mesi di lavoro paziente, in cui è cresciuta una coscienza diffusa, per tanti versi sorprendente. Un vero patrimonio morale, fatto di attenzione agli altri, di intelligenza, di impegno paziente e concreto.

Giuliano Giuliani ha saputo ribaltare un’esperienza personale di immenso dolore in un messaggio di vita. Ha ricordato il motivo per cui quel suo ragazzo era sceso in piazza: «Papà, noi dobbiamo aiutare i poveri, i deboli, mi ripeteva». Eravamo a Genova per difendere miliardi di deboli e di poveri. Ma la coscienza che il loro destino non ci può più essere estraneo è una speranza anche contro quella sconfitta.

Giuseppe Frangi

A Genova sappiamo com’è andata. C’è rammarico, perché tre giorni così hanno rischiato di distruggere il patrimonio di consenso e di simpatia che quel movimento s’era conquistato negli ultimi mesi. Ma la passione per la realtà che è nel dna di questo giornale impone una lettura un po’ diversa di quei fatti.
A Genova sono successe cose di drammatica gravità. Ma a parte la morte del povero Carlo Giuliani, quella sì tragica, la gravità non sta nelle macchine bruciate, nelle vetrine infrante, nei selciati divelti. I segni di quelle ferite il nostro mondo ricco e pacificato li cancellerà presto, come tempestivamente Berlusconi si è premurato di comunicare a tutti. Ben altre ferite invece si sono aperte per le decisioni che sullo sfondo (per loro provvidenziale) degli scontri di piazza, gli otto grandi della Terra si sono ben guardati dal prendere.

Quelle mancate decisioni costano milioni di vite: ad esempio quelle sacrificate sull’altare del debito. Sulla remissione del debito, infatti, non è stato fatto nessun passo avanti rispetto a Colonia 1999 e oggi, per esempio, i 23 paesi beneficiari del progetto di parziale remissione, pagano in interessi più di quanto pagano in interessi più di quanto hanno in bilancio per le spese sanitarie. Contro l’Aids, che in Africa sta provocando forse il più grande cataclisma della storia dell’umanità, gli otto grandi hanno deciso di costituire un fondo la cui entità corrisponde a quanto quegli stessi paesi pagano, in poche settimane, per gli interessi e i servizi sul debito.

Questo è stato il vero grande dramma che si è consumato a Genova. E una percezione che, al di là del folklore dominante sui media, è cresciuta in tanti che erano a Genova. Eravamo a Genova per difendere miliardi di deboli e di poveri. Se loro hanno perso, quella è la vera nostra sconfitta. Ma la coscienza che il loro destino non ci può più essere estraneo è una speranza anche contro quella sconfitta. Come ha testimoniato ancora il papà di Carlo Giuliani decidendo di destinare i fondi raccolti in memoria di suo figlio all’aiuto del Terzo Mondo. Un piccolo gesto, ma che è una grande sfida all’irresponsabilità di quegli otto grandi.

Genova 22 luglio 2001: proteste dei no global contro il G8. Foto di Fabio Fiorani/Sintesi

Il movimento antiglobal sopravviverà se non sarà solo “anti”

di Franco Bomprezzi

Ho provato a immaginare che cosa sarebbe potuto succedermi se avessi deciso di partecipare alle manifestazioni di Genova. Io, in sedia a rotelle, con gli esiti di una malattia congenita delle ossa, l’osteogenesi imperfetta: temo che sarei tornato a Milano in un sacchetto ben confezionato, con tutti i pezzi dentro, ma in ordine sparso. Lo ammetto: non ho avuto il coraggio. Avevo purtroppo previsto il peggio, e non credo che ci volesse un profeta. Ho preferito assistere, sdegnato e impotente, ragionando sempre come un giornalista che cerca fonti attendibili e immagini efficaci e chiare, capaci di consentire una libera interpretazione dei fatti. Ora sono sgomento e triste, ma penso di aver fatto bene a non andare a Genova. Il che è grave, molto grave.

Ho temuto che il nostro Paese non sia più una democrazia. Eppure. Alla fine ho pensato: non possiamo lasciarci trascinare da questa deriva autoritaria, che rischia di travolgere i buoni sentimenti, le battaglie giuste, i nostri ideali. Il movimento pacifista antiglobalizzazione deve ragionare con calma, deve fermarsi a pensare. Deve fare i conti con la violenza, segnare per terra un confine. Guai ad oltrepassarlo, guai a lasciarsi utilizzare, soprattutto in maniera involontaria.

Sono convinto che esistano in Italia milioni di giovani e meno giovani che vorrebbero impegnarsi in iniziative e in attività capaci di modificare il sistema economico attuale. Ma nessuno di loro (di noi?) vuole sentirsi in guerra.

Franco Bomprezzi

Sono convinto che esistano in Italia milioni di giovani e meno giovani che vorrebbero impegnarsi in iniziative e in attività capaci di modificare il sistema economico attuale. Ma nessuno di loro (di noi?) vuole sentirsi in guerra. Se il movimento si caratterizzerà per asprezza, purezza, ideologia, se sarà solo un movimento “contro”, se non saprà liberarsi dall’equivoco di strategie diverse e configgenti, mai discusse fino in fondo, se ogni corteo potrà trasformarsi in un rischio per l’incolumità personale, soprattutto dei più deboli, questo movimento non crescerà, non attecchirà, non permetterà a questa società occidentale di alimentare la speranza in un cambiamento, in una cultura della tolleranza e del rispetto della dignità umana.

È duro ma è così: la violenza inusitata delle forze dell’ordine mi è sembrata uno specchio deformato delle contraddizioni irrisolte del movimento. Poco importa sapere quanti infiltrati ci fossero fra i giovani del black block. Nessuno potrà negare una loro esistenza effettiva, autonoma, devastante. La lezione di Genova è tremenda. La violenza fa spettacolo, buca il video, comunica in tutto il mondo. Il corteo pacifico, il dibattito serio e approfondito, le testimonianze, la musica, la festa, restano sullo sfondo, completano i servizi degli inviati, sdrammatizzano, allentano la tensione. Ma non sono il messaggio. La “maggioranza domestica” dei teledipendenti scuote la testa, non capisce, teme che la stessa cosa possa accadere domani anche sotto la propria abitazione. E non è difficile pensare da che parte si schieri.

Ragazzi di Genova, vi auguro di incontrare dei veri maestri

di Enersto Olivero

Avevo vent’anni, tanti anni fa, e lavoravo in banca. Ero credente, ma non troppo. Anzi, ero un po’ tiepido. Finché un giorno la mia vita cambiò. Fu il giorno in cui incontrai un collega più grande di me; ateo, insuperabile alpinista, amico di Walter Bonatti, che quando andava in montagna voleva solo lui davanti a sé in cordata, perché solo di lui si fidava. Si chiamava Alberto Rizzo, e fu per me un vero maestro: ogni volta che parlava me lo mangiavo quasi, perché diceva cose sagge che tanti altri, magari uomini di chiesa, non sapevano dire. Sembrava di un’altra parrocchia, per così dire, e invece l’amore per la giustizia e la pace erano in lui così forti che diventammo amici per tutta la vita, finché lui morì ancora giovane. Ma prima si era convertito.

Di Alberto mi avevano conquistato la semplicità e l’amore per il terzo mondo. Da lui imparai l’attaccamento all’essenzialità della vita, l’orrore per lo spreco e per l’inutilità. Ideali che ancora oggi mi guidano. Se penso alle migliaia di progetti per i poveri che con il Sermig ho contribuito a creare, subito mi viene in mente la sua faccia, la faccia del mio maestro Alberto.

Alberto era con me anche durante i giorni del G8, quando con alcuni ragazzi e amici abbiamo organizzato a Torino un “pranzo dei popoli” in cui i partecipanti prima di mangiare dovevano estrarre dei biglietti da un’urna: chi estraeva, per esempio, Stati Uniti, riceveva un’enorme ciotola piena di riso e doveva mangiarla tutta; chi invece estraeva, altro esempio, Bangladesh, riceveva una ciotola con un solo cucchiaio di riso, e doveva accontentarsi. La sera siamo partiti per Boccadasse, dove abbiamo pregato per i poveri, facendo gli ultimi 60 chilometri a piedi. Questo è stato il mio modo per essere a Genova e per gridare il mio desiderio di giustizia per i poveri. Perché la preghiera unisce e non divide, rispetta e fa pensare, dà speranza e apre al mondo.

Per rispondere all’ansia di verità di tanti giovani servono ancora, oggi come ieri, dei veri maestri. Maestri che possono parlare di pace perché sanno che cos’è. C’è bisogno di maestri che conquistino il cuore dei giovani e diano loro nuova speranza, togliendoli dalla tristezza in cui oggi si trovano. Come è stato per me e il mio amico Alberto

Ernesto Olivero

Vicino a Boccadasse è passato il corteo dei manifestanti, e ho potuto guardare i 200mila giovani, vedere la polizia con il colpo in canna, sentire slogan che non avevano nulla a che fare con la pace. Allora ho ripensato con forza ad Alberto. E ho capito che per rispondere all’ansia di verità di tanti giovani servono ancora, oggi come ieri, dei veri maestri. Maestri che possono parlare di pace perché sanno che cos’è. C’è bisogno di maestri che conquistino il cuore dei giovani e diano loro nuova speranza, togliendoli dalla tristezza in cui oggi si trovano. Come è stato per me e il mio amico Alberto, a Boccadasse ho pregato perché ciascun giovane che era lì a Genova in quel momento potesse incontrare un vero maestro che lo guidasse verso la verità, senza tradirlo con false promesse.

In apertura, collage delle copertine di VITA dedicate al G8 del 2001. VITA all’epoca era un settimanale.

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 Sara De Carli

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