I primi sei mesi del 2026 sono andati in archivio portando con sé forti incognite per le imprese italiane. Tra aumento dei costi energetici, instabilità geopolitica, tensioni inflattive e difficoltà nelle supply chain, l’accesso al credito per lo sviluppo è stato decisamente condizionato. A questo, si aggiunge poi la nuova tornata di risiko bancario che riguarda alcuni dei maggiori istituti del Paese e che, naturalmente, porta con sé un po’ di impasse riguardo alle concessioni creditizie da parte degli istituti coinvolti. «Ci muoviamo in uno scenario caratterizzato da mercati finanziari volatili, difficoltà nell’approvvigionamento energetico e condizioni di accesso al credito più stringenti», osserva Andrea Berna, responsabile Commercial Banking di Banca Ifis, istituto veneto specializzato nel finanziamento alle imprese, che aggiunge: «Sono fattori che incidono sulle decisioni di investimento e sulla gestione delle catene del valore».
Ciononostante, il sistema italiano delle piccole e medie imprese continua a mostrare una significativa capacità di resilienza. I dati del Registro delle imprese evidenziano che nel primo trimestre del 2026 il saldo tra aperture e chiusure è rimasto positivo, con 690 nuove Pmi operative. È un segnale non scontato, soprattutto considerando che le Pmi generano circa il 63% del Pil italiano e oltre il 75% dell’occupazione nazionale. In un Paese che fatica a imprimere un’accelerazione alla crescita – le stime più recenti di Bankitalia indicano un Pil atteso intorno al +0,5% nel 2026 – il rafforzamento della capacità produttiva e competitiva delle imprese rappresenta una leva essenziale. «Oggi ci sono incognite che rendono difficile fare impresa, penso ad esempio all’incertezza geopolitica o ai possibili effetti dirompenti dell’AI» prosegue Berna. «Trasformare queste incognite in opportunità può diventare un volàno di sviluppo significativo per il nostro Paese».
In questo scenario, l’export si conferma uno dei principali fattori di tenuta. Le tensioni mediorientali e le possibili ridefinizioni degli equilibri commerciali globali pongono nuove sfide, ma non sembrano ridimensionare il ruolo internazionale delle imprese italiane. «Le Pmi continuano a presidiare i mercati esteri, nonostante le incertezze», sottolinea Berna. «È un elemento rilevante se consideriamo che oltre il 50% dell’export italiano è generato proprio dalle piccole e medie imprese, sia direttamente sia attraverso filiere produttive integrate».
La capacità di inserirsi nelle catene globali del valore resta uno dei principali punti di forza del sistema Paese. La flessibilità delle Pmi italiane, unita a una forte specializzazione settoriale, consente di adattarsi rapidamente ai cambiamenti degli scenari internazionali, intercettando nuove opportunità anche in contesti complessi. In questo processo, il supporto finanziario assume un ruolo sempre più strategico. «Come Banca Ifis lavoriamo per accompagnare le imprese con soluzioni mirate alla gestione della liquidità e al sostegno dei percorsi di espansione internazionale», aggiunge Berna. Si tratta di un accompagnamento che diventa cruciale, soprattutto nelle fasi di ingresso in nuovi mercati dove il rischio operativo e finanziario è più elevato.
Per affrontare l’attuale contesto, le aziende chiedono strumenti finanziari sempre più articolati, che vanno oltre il semplice accesso al credito. «C’è una richiesta sempre più diffusa di soluzioni per gestire il capitale circolante e affrontare gli squilibri finanziari legati all’aumento dei costi e all’allungamento dei tempi di pagamento», spiega Berna. In questo contesto, strumenti come il factoring stanno assumendo una rilevanza crescente, soprattutto all’interno di filiere internazionali sempre più complesse: «Il factoring non è solo una leva finanziaria, ma anche uno strumento di gestione del rischio e di semplificazione amministrativa, particolarmente utile quando si entra in nuovi mercati». Allo stesso modo, leasing e noleggio operativo consentono alle imprese di accedere a tecnologie avanzate e innovazione senza appesantire la struttura finanziaria, liberando risorse per ulteriori investimenti. È proprio in questo spazio che si rafforza il ruolo degli operatori specializzati. Banca Ifis, con un modello focalizzato sul credito alle Pmi e sulla gestione del capitale circolante, si propone come partner di sviluppo: un interlocutore capace di integrare soluzioni finanziarie e supporto consulenziale, accompagnando le imprese lungo i percorsi di trasformazione. Accanto alle sfide congiunturali, emerge con forza anche un tema strutturale: il passaggio generazionale. In Italia circa il 90% delle imprese è a conduzione familiare, ma solo una su tre riesce a superare con successo il primo ricambio generazionale. «È un momento decisivo per la vita dell’impresa», evidenzia Berna. «Se non viene pianificato con anticipo, il rischio è perdere competenze e competitività, fino a compromettere la continuità aziendale». Al contrario, una gestione strutturata può trasformare questa fase in una leva di sviluppo. «Diventa fondamentale costruire una governance chiara, definire ruoli e responsabilità e accompagnare gradualmente la nuova generazione o il management», prosegue il responsabile Commercial Banking di Banca Ifis. Sempre più diffusi sono modelli ibridi, in cui alla componente familiare si affiancano manager esterni, in grado di portare competenze specialistiche e una visione più orientata alla crescita. Il passaggio generazionale, dunque, non rappresenta solo una fase di transizione, ma un’opportunità per ripensare il modello di business, accelerare i processi di innovazione e rafforzare la competitività sui mercati internazionali.
In un contesto così articolato, cambia anche il ruolo degli intermediari finanziari. Dall’internazionalizzazione alla gestione del capitale circolante, fino ai momenti più delicati come il passaggio generazionale, la capacità di offrire soluzioni integrate rappresenta un fattore competitivo anche per il sistema bancario. È su questa integrazione tra finanza e consulenza che si gioca una parte rilevante della crescita futura delle Pmi.
Allo stesso tempo, il nuovo risiko bancario in corso potrebbe incidere, almeno nel breve periodo, sulle dinamiche del credito. Le operazioni di consolidamento richiedono tempo, assorbono risorse manageriali e comportano una naturale fase di riallineamento delle strategie. In questa fase, è plausibile attendersi una maggiore selettività nell’erogazione e una temporanea cautela verso le operazioni più rischiose o meno standardizzate. È proprio in questo spazio che torna centrale il ruolo degli operatori specializzati e dei modelli di banca più flessibili, chiamati a colmare eventuali gap e a sostenere la continuità degli investimenti. «Il nostro obiettivo è affiancare le imprese non solo nell’accesso al credito, ma in tutte le fasi del loro sviluppo», conclude Berna. Perché, in un contesto incerto, la vera sfida resta quella di non interrompere il percorso di crescita del sistema produttivo italiano.
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