Due settimane senz’acqua, due guasti alla condotta principale e migliaia di cittadini alle prese con autobotti e rubinetti a secco. La crisi idrica che ha colpito Marsala all’inizio di giugno è stata la prima vera emergenza affrontata dalla nuova amministrazione comunale guidata da Andreana Patti. L’assessore Enrico La Sala dedica a quella vicenda un’ampia analisi nella sua newsletter, rileggendo quanto accaduto attraverso dati e numeri e indicando alcune possibili soluzioni per il futuro. Di seguito il suo intervento integrale.
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Chi è stato in città a inizio Giugno ha avuto la sfortuna di viverlo direttamente. Il rubinetto che sputa aria. Le bottiglie comprate di corsa al supermercato. L’autobotte attesa per giorni, le telefonate al Comune, il vicino che chiede se a casa tua l’acqua è tornata.
Questa è la parte che abbiamo vissuto tutti. Ma di quella emergenza è rimasta anche una traccia silenziosa, nel portale del Comune: ogni richiesta di autobotte, ogni segnalazione, è passata da Municipium, l’applicazione che Marsala usa per i disservizi. Migliaia di righe. Le ho lette una per una.
Lo faccio da assessore, non mi occupo di tubature: di quelle rispondono altri uffici, e meglio di me. Mi occupo di quello che i numeri dicono, e, soprattutto, di quello che non riescono ancora a dire.
Cosa è successo, giorno per giorno
1 giugno. Un danno alla condotta principale, in contrada Santo Padre delle Perriere, durante lavori di scavo nella zona. Il Comune lo comunica subito: per riparare serve interrompere l’erogazione su quasi tutto il territorio per 48 ore, il tempo necessario alla resina di far presa sul tubo.
5 giugno. L’acqua era appena tornata, a fatica, riempire di colpo una rete vecchia crea “sacche d’aria” che lasciano a secco le zone alte e quelle terminali. E proprio mentre il servizio si stava normalizzando, una seconda interruzione, in zona Principino, rimanda tutto da capo.
8–12 giugno. È qui che l’emergenza diventa di massa. Tre quarti della città, intorno alle 50.000 persone, restano senz’acqua. E il picco non arriva il giorno dell’interruzione, ma qualche giorno dopo: quando le scorte di casa finiscono e l’erogazione resta a singhiozzo. Il 9 e il 10 giugno arrivano oltre cento segnalazioni al giorno.
Dal 14 giugno. L’acqua comincia a tornare alla maggior parte delle persone coinvolte, solo dopo la metà del mese la situazione rientra davvero.
Il grafico qui sotto è tutta l’emergenza in un colpo d’occhio. In ambra le richieste di autobotte, in blu le segnalazioni sulla rete idrica.
Come abbiamo gestito l’emergenza
Da subito si è lavorato in riunione con gli uffici tecnici e il front office: definire le priorità, attivare i fondi di riserva, mettere su strada le autobotti. In campo ne sono arrivate undici, cinque comunali, le altre da fuori: Protezione Civile, comuni vicini, associazioni. Sì sono alternate in base al personale a disposizione mantenendo sempre un minimo di 5 e un massimo di 9.
Sarò sincero, perché è il senso di questo blog: le autobotti hanno fatto molto, ma non abbastanza. Non per chi le guidava, ma perché i mezzi disponibili sono comunque pochi e soprattutto l’organico dedicato è ridotto già in tempo normale. Su un’emergenza che tocca 50.000 persone, qualche autobotte non può bastare, per quanto si corra.
E c’è un’altra cosa che voglio dire con franchezza. Mettere in fila le richieste e dare a ciascuna la giusta priorità è stato più difficile del previsto. Dall’esterno non sempre si capiva perché un’autobotte arrivasse prima a una casa e dopo a un’altra; e in giorni così, dove ogni ora senz’acqua si fa sentire, un’attesa che sembra fuori posto viene vissuta, comprensibilmente, come un’ingiustizia. Quando il criterio non si vede, anche una scelta giusta può sembrare un torto. È tra le prime cose che vogliamo sistemare.
Quello che invece ha funzionato è il processo. E qui c’è la cosa che vale la pena raccontare. Ogni segnalazione, che arrivi dall’app Municipium, dal sito, da una mail, da una telefonata o di persona al front office, a partire da questa emergenza viene raccolta in un unico punto, l’ufficio relazioni con il pubblico, e da lì smistata all’ufficio idrico, che la prende in carico, la assegna, la lavora e la chiude con un riscontro a chi l’ha fatta. Un solo imbuto ordinato, invece di cento rivoli che si perdono. Prima erano telefonate sparse e bigliettini; oggi è un canale unico e tracciabile. È grazie a questo se, finita l’emergenza, abbiamo dei dati da leggere invece che dei ricordi, e se la presa in carico, anche nei giorni peggiori, è arrivata mediamente in poche ore.
Proprio perché tutto è tracciabile, i dati ci dicono anche dove il processo va reso più solido. Oggi registra benissimo chi chiama, il telefono c’è quasi sempre, ma meno bene dove e quale utenza: il numero di sbocco, il codice del contatore, compare in meno di un terzo dei casi, e quasi metà delle segnalazioni non ha una posizione sulla mappa. Non è un difetto dell’app. È il modo in cui la usiamo. E si corregge rendendo obbligatori quei campi, dando la giusta formazione agli utenti e guidando meglio chi segnala.
Perché un solo scavo ha potuto tanto
La domanda vera non è di chi sia la colpa, non è quello il punto, e gli uffici hanno fatto il possibile con i mezzi che avevano. È perché un singolo guasto possa avere un effetto così ampio. La risposta riguarda alcuni strumenti che ci sono, ma che andrebbero completati e resi più moderni.
Una mappa del sottosuolo esiste, ma è parziale. Completarla vuol dire sapere con più precisione cosa corre sotto una strada prima di aprirla.
Esistono regole sugli scavi, ma sparse tra i diversi settori: raccoglierle in un quadro chiaro e aggiornato aiuterebbe sia chi interviene sia il Comune a coordinarsi.
E c’è uno scambio di comunicazioni con chi avvia i lavori, che però non sempre arriva con il giusto anticipo. Renderlo più puntuale eviterebbe di accorgersi di un cantiere dal disagio, invece che da un avviso.
Sono tasselli che, rafforzati, fanno la differenza tra un imprevisto e un’emergenza lunga giorni. È la lezione più utile di queste settimane: un’emergenza, in buona parte, si prepara prima, con le mappe, i registri e i canali che si costruiscono con calma, nel tempo ordinario. La parte invisibile, i dati e il coordinamento, sostiene quella visibile.
L’acqua è il primo motivo per cui si scrive al Comune
Allarghiamo lo sguardo. Da gennaio 2025 a oggi sono arrivate al Comune 2.239 segnalazioni di ogni tipo dall’app/web: buche, rifiuti, illuminazione, verde. Di queste, 1.253, il 56%, riguardano l’acqua. Più di una su due.
Non è un dettaglio. Vuol dire che, quando un cittadino di Marsala prende il telefono per scrivere al suo Comune, una volta su due è per l’acqua. È il termometro di un rapporto.
C’è anche una ragione in più dietro quel 56%, e va detta con chiarezza. Per anni Municipium è rimasta un’app poco conosciuta, ne avevo scritto qui, in «Marsala digitale esiste già. Nessuno lo sa». E quando uno strumento non viene fatto conoscere, lo cerca solo chi ha un problema abbastanza urgente da non poter aspettare. A Marsala quel problema, da sempre, è l’acqua. Se la piattaforma fosse stata spinta in un altro momento e per ogni tipo di disservizio: buche, rifiuti, illuminazione, quella percentuale sarebbe più bassa: non perché l’acqua pesi meno, ma perché tutto il resto comincerebbe a pesare di più. Quel 56% misura un bisogno reale e, insieme, un’occasione mancata.
Non un fulmine a ciel sereno
La cosa più importante che i dati raccontano è che giugno non è arrivato dal nulla.
Per tutto il 2025, da febbraio a settembre, le segnalazioni idriche erano già state tra le quaranta e le sessanta al mese. Uno stress costante, di fondo, che nessuno ha chiamato emergenza solo perché non chiudeva i rubinetti di colpo. Poi giugno: 660 segnalazioni in un mese, contro le otto di maggio.
E non è la prima volta. La stessa condotta, nello stesso tratto, si era già rotta anni fa. Una rete fragile, e un’alternativa che non arriva mai: è in questo spazio che l’emergenza smette di essere una sorpresa e diventa quasi un appuntamento.
Il centro storico, e le solite contrade
A giugno il disagio più acuto si è sentito proprio nel centro storico. Sono le zone alte e terminali della rete, le ultime a rivedere l’acqua quando la pressione torna e le prime a perderla quando qualcosa va storto: vie come Cicerone, Isgrò, XIX Luglio, le piazze attorno al Castello compaiono in continuazione tra le richieste di quei giorni.
Ma c’è anche una geografia più silenziosa, che i dati dell’intero anno fanno emergere. Tante richieste arrivano sempre dalle stesse frazioni ai bordi della rete: San Giuseppe Tafalia, Cutusio, Ragalia, Dara, Pispisia, Spagnola, che chiedono le autobotti tutto l’anno, non solo durante l’emergenza. Per chi vive lì, giugno è stato solo la versione visibile di un disservizio che conosce da sempre.
E c’è un dettaglio che dice molto. Le 1.253 segnalazioni idriche vengono da molte meno famiglie di quante sembrino: 37 utenze hanno chiesto aiuto cinque o più volte, una di queste settantuno volte. Dietro i numeri grandi ci sono spesso le stesse case. Non è un’emergenza che capita. È una condizione che resta.
Prepararsi conviene
Il rischio, con un problema che ritorna, è affrontarlo ogni volta come se fosse nuovo. I dati di giugno dicono altro: una rete fragile e datata, alcune zone servite a fatica da tempo, un picco in fondo prevedibile. Non è mancata la buona volontà di chi ci ha messo le mani; è mancato il tempo, prima, per prepararsi con calma.
E la preparazione è fatta di cose poco appariscenti: numeri pubblici. Sapere quante segnalazioni arrivano per zona, quante dalle stesse case, quanto ci mette il Comune a rispondere. Dati semplici, pubblicati con regolarità, perché ciò che si misura si può migliorare, e ciò che si pubblica si può seguire.
Da adesso, tre cose
A partire da questa emergenza ci impegniamo su tre fronti precisi.
Il primo è far funzionare meglio il processo delle segnalazioni, e non solo per l’acqua. Rivedremo tutte le categorie, una per una, perché il percorso dal “ho un problema” al “è risolto” sia chiaro, tracciabile e veloce per chiunque, su qualsiasi disservizio. Per l’idrico si parte dai campi che oggi mancano: numero di sbocco e posizione resi obbligatori o auto suggeriti, così che la prossima volta si possa davvero mappare e ricostruire. E pochi numeri pubblicati con regolarità, segnalazioni per zona, famiglie ricorrenti, tempi di risposta, perché lo stato del servizio si possa leggere, e quindi pretendere.
Il secondo è un piano per l’emergenza. Ci stiamo dotando di un piano scritto e condiviso, che fin qui è mancato, e in questi giorni si è sentito. Quando l’acqua è venuta a mancare ci si è mossi soprattutto sull’esperienza e sulla preparazione delle persone, più che su una procedura definita: chi fa cosa, in che ordine, con quali priorità, con quali mezzi e con quale catena di comunicazione. Un piano serve a non ripartire ogni volta da zero. Perché la prossima emergenza, l’acqua, ma non solo, non è una questione di se. È una questione di quando.
Il terzo è uno strumento digitale che oggi non abbiamo: una piattaforma unica in cui far convivere la mappa del sottosuolo, la programmazione dei lavori e le richieste di chi deve scavare. Un solo posto dove, prima di autorizzare un cantiere, si vede cosa corre sotto quella strada e quali altri interventi sono già previsti lì intorno, così che due scavi non si pestino i piedi, e un danno come quello di giugno si possa evitare prima, invece di ripararlo dopo. È il modo concreto di trasformare le tre debolezze di cui parlavo: mappa parziale, regole sparse, comunicazioni in ritardo, in un unico flusso ordinato. Mettendo insieme dati che oggi vivono separati, al servizio degli uffici tecnici che decidono.
Tutto questo, sia chiaro, non sostituisce l’intervento vero: rimettere mano alla rete, alle condotte più vecchie, alle perdite e a tutto quello che ruota attorno al tema. È il lavoro più importante, e va messo tra le priorità dell’amministrazione, per quello che le compete, con le risorse che richiede. Ma anche quel lavoro si programma meglio se si sa dove la rete cede più spesso, e quei dati posso aiutare a metterli a fuoco.
La parte che mi compete, in tutto questo, è quella dei dati, del processo e della comunicazione. Il resto si fa insieme, con gli uffici e con chi ha la competenza tecnica. Ma su quei tre fronti, da adesso, si lavora.
Nel frattempo, lo strumento per le segnalazioni c’è già ed è quello: se ti serve un’autobotte o vuoi segnalare un problema, usa l’app Municipium o il sito del Comune. Più la segnalazione è precisa, indirizzo e numero di sbocco, più diventa un dato utile e immediatamente azionabile, e non solo una telefonata.
Non basta a chi, a Tafalia o a Ragalia, resta senz’acqua troppo spesso. Ma è la condizione perché la prossima volta l’emergenza non ci trovi impreparati.
L’acqua è tornata. I numeri restano. Tanto vale guardarli e cominciare a lavorare con loro.
Enrico La Sala
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