Il Tar Bari stabilisce che l’amministrazione deve collaborare con il cittadino per trovare i documenti, anche se l’istanza non indica date precise.
Il rapporto tra il cittadino e la Pubblica Amministrazione è spesso segnato da un profondo squilibrio informativo. Quando un privato ha bisogno di consultare un provvedimento o un documento custodito negli archivi pubblici per far valere un proprio diritto, si scontra frequentemente con richieste formali estenuanti. Molte amministrazioni, infatti, tendono a rigettare le istanze di accesso sostenendo che la domanda sia troppo generica o manchi di riferimenti cronologici precisi. Questo atteggiamento trasforma un diritto fondamentale in una sorta di corsa a ostacoli burocratica. Tuttavia, la giurisprudenza recente ha chiarito un punto fondamentale: serve indicare la data esatta del documento per l’accesso agli atti amministrativi? La risposta è no, purché il richiedente fornisca elementi sufficienti a identificare l’oggetto della sua ricerca. La trasparenza non può essere sacrificata sull’altare del formalismo, specialmente quando la mancanza di precisione deriva proprio dal fatto che il cittadino non ha ancora potuto visionare l’atto. Negare l’accesso perché non si conosce un dettaglio tecnico che solo il documento stesso potrebbe rivelare creerebbe un paradosso logico e giuridico inaccettabile in uno Stato di diritto moderno, dove l’amministrazione deve operare con imparzialità e spirito di collaborazione verso la collettività.
Posso chiedere un documento se non ricordo il giorno preciso?
Molti cittadini rinunciano a esercitare il proprio diritto di trasparenza perché temono che l’incertezza sulla data di un atto possa invalidare la richiesta. Il dubbio è legittimo: come si può pretendere che una persona ricordi il giorno esatto di una delibera o di un protocollo avvenuto anni prima? La giustizia amministrativa è intervenuta con forza su questo punto, stabilendo che l’accesso non può essere bloccato solo per una lacuna cronologica (Tar Bari sent. n. 1146/2025). Se l’istanza offre coordinate logiche e circostanziate che permettono di orientare la ricerca all’interno degli archivi, l’amministrazione ha l’obbligo di attivarsi. La funzione stessa dell’accesso agli atti è consentire la conoscenza di documenti che, proprio perché ignoti o non ancora visionati, non possono essere descritti in modo perfetto dal privato. Esigere la data esatta significherebbe snaturare l’istituto, trasformandolo in un onere preliminare impossibile da assolvere per chi si trova “all’esterno” degli uffici pubblici. La Pubblica Amministrazione, dunque, non può pretendere dal cittadino ciò che solo l’ostensione del documento può fargli sapere con certezza.
Quali sono i doveri della Pubblica Amministrazione nell’accesso?
L’amministrazione non è un semplice custode passivo di carte, ma un soggetto che deve garantire il buon andamento della vita civile. Quando riceve una richiesta di accesso, non può limitarsi a verificare la presenza di codici o date, ma deve cooperare attivamente per individuare il materiale richiesto. Questo dovere di cooperazione non è una cortesia o un favore che l’ente concede al privato, ma rappresenta un obbligo fisiologico strettamente legato ai principi di imparzialità e buona amministrazione (art. 97 Cost.). Se l’istanza contiene elementi che delimitano il campo di ricerca in modo ragionevole, l’ente deve farsi carico dell’individuazione del documento. Questo principio è fondamentale per evitare che la trasparenza diventi un concetto astratto:
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il personale deve consultare i propri database per rintracciare l’atto;
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l’ufficio deve interpretare la richiesta secondo criteri di logica e buona fede;
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l’ente non deve frapporre ostacoli formali che rendano l’operazione impossibile:;
- la ricerca deve essere condotta con diligenza anche se richiede tempo.
Il cittadino che agisce per tutelare un proprio interesse non deve essere trattato come un avversario, ma come un interlocutore che ha il diritto di essere messo in condizione di conoscere l’agire pubblico.
L’amministrazione può giudicare la mia strategia difensiva?
Un errore comune di molti uffici pubblici è quello di voler entrare nel merito del perché un cittadino chieda un documento. A volte, il diniego viene motivato sostenendo che l’atto richiesto non sarebbe utile alla difesa del privato o che la sua strategia legale sia infondata. La giurisprudenza ha chiarito che questo tipo di sindacato è illegittimo. La Pubblica Amministrazione deve limitarsi a una verifica in astratto della pertinenza del documento rispetto all’interesse dichiarato, senza trasformarsi in un giudice della probabilità di successo di una futura azione giudiziaria. Se esiste un collegamento diretto e non pretestuoso tra il documento e la posizione giuridica del richiedente, l’accesso va concesso. Questa dimensione preliminare è essenziale: senza i documenti, l’interessato non può nemmeno comprendere se vi siano i presupposti per procedere legalmente. Il diritto di difesa è protetto alla radice, garantendo che il cittadino possa valutare e impostare la propria tutela con tutti gli elementi necessari a disposizione.
Cosa succede se la ricerca dei documenti è molto difficile?
Uno dei motivi più frequenti di rifiuto è la presunta “eccessiva onerosità” della ricerca. L’ente sostiene che recuperare un atto vecchio o sepolto in archivi disorganizzati richieda troppo personale o troppo tempo. Tuttavia, la difficoltà organizzativa non è equiparabile all’impossibilità oggettiva di recuperare la documentazione. La gravosità materiale dell’operazione non giustifica il diniego all’accesso (Tar Bari sent. n. 1146/2025). Se l’amministrazione ha i suoi archivi in disordine, non può far ricadere le conseguenze di questa inefficienza sul cittadino. L’unico caso in cui il rifiuto è legittimo è quando viene data prova certa dell’inesistenza fisica del documento o della sua distruzione certificata. In tutti gli altri casi, la trasparenza è un obbligo che non può variare in base all’efficienza interna degli uffici. Se la trasparenza diventasse una facoltà discrezionale legata alla voglia o alla capacità di cercare un atto, il diritto dei cittadini verrebbe annullato dalla pigrizia burocratica.
Devo pagare per i costi della ricerca negli archivi?
Il fatto che l’amministrazione sia obbligata a cercare il documento non significa che debba farlo gratuitamente se l’operazione comporta costi vivi o straordinari. La legge permette all’ente di chiedere il rimborso dei costi di riproduzione o di ricerca, purché siano cifre ragionevoli e predeterminate da regolamenti interni. Questo bilanciamento serve a evitare che l’ente subisca un danno economico per istanze particolarmente complesse, ma al contempo garantisce al cittadino di ottenere ciò che cerca. È importante però che il pagamento dei costi rimanga una questione accessoria:
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la richiesta di pagamento non deve essere usata come un deterrente per scoraggiare il cittadino;
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i costi devono essere comunicati in modo trasparente e preventivo;
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l’ente deve procedere alla ricerca una volta che l’interessato accetta di sostenerne le spese:;
- l’importo deve essere limitato al puro costo del servizio e non avere natura punitiva.
In questo modo, il diritto di accesso resta effettivo e l’amministrazione viene ristorata per l’attività svolta, mantenendo intatto l’obbligo di reperimento del materiale.
Una richiesta su un periodo lungo è considerata generica?
Spesso l’amministrazione rigetta le domande che abbracciano un arco temporale di diversi mesi o anni, definendole “esplorative” o vaghe. Tuttavia, il giudice amministrativo ha precisato che indicare un periodo ampio non equivale a una mancanza di direzione concreta. Al contrario, l’ampiezza temporale rappresenta spesso l’unico mezzo funzionale per individuare un atto di cui non si conosce la data esatta. Se il cittadino circoscrive l’oggetto della richiesta (ad esempio, tutti gli atti relativi a un determinato appalto o a un permesso di costruire specifico), il fatto che chieda di cercare in un arco di tre o cinque anni non rende l’istanza inammissibile. Si tratta di una modalità coerente per sopperire alla precisione che l’ente stesso richiede. L’ampiezza non è vaghezza se la finalità conoscitiva è chiara e l’interesse è dimostrato. La Pubblica Amministrazione deve quindi accettare questa sfida operativa, poiché la distanza temporale rende inevitabilmente meno precisa la memoria dell’interessato ma non estingue il suo diritto a sapere.
Quali sono gli elementi minimi per una domanda corretta?
Per evitare che l’istanza venga respinta, il privato deve comunque sforzarsi di fornire quante più informazioni possibili, anche in assenza della data. Non serve la perfezione, ma serve la precisione nel contenuto. Una domanda ben formulata dovrebbe contenere:
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l’indicazione chiara dell’oggetto del provvedimento o del procedimento:;
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i soggetti coinvolti, come i nomi delle parti o dei controinteressati:;
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l’ufficio o il settore dell’amministrazione che ha gestito la pratica:;
- un riferimento temporale, anche ampio, che permetta di limitare la ricerca negli archivi.
Fornendo questi elementi, il cittadino pone l’amministrazione in una condizione di “obbligo attivo”. Se l’ente riceve questi dati e continua a opporre ostacoli formali, il suo comportamento può essere sanzionato dal tribunale come una violazione dei doveri di trasparenza. La collaborazione tra le parti è la chiave per far funzionare l’istituto dell’accesso, evitando che diventi un vuoto simulacro burocratico.
Cosa posso fare se l’amministrazione insiste nel dire di no?
Se, nonostante la fornitura di elementi logici e circostanziati, l’ente persiste nel rifiuto o nel silenzio, il cittadino ha a disposizione la tutela giudiziaria. Il ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale è la strada maestra per far valere il proprio diritto. In questa sede, il giudice valuterà se la richiesta era sufficientemente specifica da permettere la ricerca e se il diniego dell’amministrazione era basato su ostacoli formali pretestuosi. Le recenti sentenze confermano che i giudici sono sempre più orientati a punire l’inerzia degli uffici pubblici. La trasparenza deve essere considerata uno strumento effettivo di tutela e non un semplice adempimento formale. Se un cittadino dimostra di aver fatto il possibile per indirizzare la ricerca e l’ente si è rifiutato di collaborare, la sentenza di condanna obbligherà l’amministrazione a esibire i documenti, spesso con la condanna al pagamento delle spese legali. La fermezza nel pretendere il rispetto della legge è l’unico modo per garantire che la Pubblica Amministrazione rimanga una “casa di vetro” accessibile a tutti.
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Paolo Florio
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