Dopo oltre vent’anni di confronti, trattative e tentativi rimasti senza sbocco, il sistema della rappresentanza datoriale italiana compie un passo destinato a incidere sugli equilibri della contrattazione collettiva. Le principali organizzazioni delle imprese hanno infatti raggiunto un accordo destinato a definire, settore per settore, quale contratto collettivo dovrà essere considerato il riferimento principale per individuare il cosiddetto “salario giusto”, principio introdotto dal Decreto Primo Maggio e destinato ad assumere un ruolo sempre più centrale nel mercato del lavoro.
L’intesa, maturata nella serata del 7 luglio e formalizzata dopo alcuni giorni di riflessione, rappresenta uno dei risultati più significativi degli ultimi anni sul fronte delle relazioni industriali. A sottoscriverla sono state praticamente tutte le principali organizzazioni imprenditoriali: da Confindustria a Confcommercio, passando per Confesercenti, Confapi, Legacoop, Confcooperative e Abi. Alla fine hanno deciso di aderire anche le quattro grandi organizzazioni dell’artigianato – Cna, Confartigianato, Casartigiani e Claai – che fino all’ultimo avevano manifestato forti perplessità su alcuni passaggi del documento.
L’obiettivo dell’accordo è mettere ordine in un sistema contrattuale che negli ultimi anni ha visto moltiplicarsi i contratti collettivi, spesso sovrapposti tra loro e, in alcuni casi, sottoscritti da organizzazioni scarsamente rappresentative. La definizione dei cosiddetti “contratti leader” consentirà invece di individuare, per ogni comparto produttivo, il contratto collettivo realmente rappresentativo, destinato a diventare il parametro di riferimento anche per la determinazione del salario minimo previsto dalla normativa.
Uno dei punti più delicati del negoziato ha riguardato proprio il perimetro di applicazione dei diversi contratti nazionali. Il testo dell’intesa prevede infatti l’impegno delle parti a evitare ampliamenti impropri dei rispettivi ambiti contrattuali e istituisce un Osservatorio incaricato di monitorare eventuali sovrapposizioni e conflitti tra diversi contratti applicabili allo stesso settore.
È proprio questa previsione ad aver alimentato le maggiori resistenze nel comparto artigiano. Le associazioni del settore guardano infatti con interesse alla riforma della legge quadro sull’artigianato che il Governo si appresta ad avviare. L’intervento legislativo, richiesto dalle stesse organizzazioni, dovrebbe consentire di aumentare il limite massimo dei dipendenti delle imprese artigiane, ampliando così la platea delle aziende che potrebbero rientrare nel comparto. Impegnarsi oggi a non estendere i perimetri contrattuali significava quindi, almeno inizialmente, rinunciare a una possibile leva di crescita della rappresentanza. Alla fine, tuttavia, ha prevalso la volontà di arrivare a una posizione unitaria.
Il cuore dell’accordo riguarda però i criteri con cui misurare il peso delle diverse organizzazioni imprenditoriali e individuare quale contratto possa essere considerato realmente rappresentativo. Il documento individua tre requisiti di carattere qualitativo e un criterio quantitativo destinato a risultare decisivo.
Tra gli elementi qualitativi vengono valorizzati la presenza storica e continuativa dell’associazione nel sistema delle relazioni industriali italiane, la partecipazione agli organismi europei di rappresentanza e la presenza, all’interno della propria contrattazione collettiva, di strumenti strutturati dedicati al welfare contrattuale. Requisiti che di fatto restringono il campo alle organizzazioni storicamente più consolidate, escludendo le realtà prive di un’effettiva rappresentatività.
L’elemento realmente determinante resta però quello quantitativo. A fare la differenza sarà infatti il numero dei lavoratori ai quali viene applicato il contratto collettivo sottoscritto dalla singola organizzazione datoriale. Sarà quindi la diffusione concreta del contratto tra i dipendenti a determinare quale accordo possa essere considerato il “contratto leader” del settore.
Si tratta di un punto sul quale il confronto è andato avanti per anni. Le organizzazioni che rappresentano piccole imprese e artigiani avevano proposto criteri alternativi, come il numero delle aziende associate o la presenza territoriale delle sedi, ritenendo che la rappresentanza non potesse essere misurata esclusivamente attraverso i lavoratori interessati dai contratti. La soluzione finale segna invece una netta prevalenza dell’impostazione sostenuta dalle principali confederazioni imprenditoriali.
Il documento lascia comunque aperta la possibilità di un ulteriore affinamento del sistema di misurazione. Le organizzazioni firmatarie si sono infatti impegnate ad avviare un successivo confronto per individuare modalità condivise e certificate attraverso le quali rilevare anche la consistenza associativa delle diverse organizzazioni, valutandola insieme alla diffusione effettiva dei contratti collettivi.
Dal punto di vista politico e istituzionale, l’intesa rappresenta soprattutto una vittoria del sistema della rappresentanza imprenditoriale. Dopo oltre due decenni di discussioni, le imprese sono riuscite a presentarsi con una posizione comune su uno dei temi più delicati del mercato del lavoro, rafforzando la propria capacità negoziale nei confronti del Governo e delle organizzazioni sindacali.
L’accordo nasce infatti anche dal consolidamento dell’asse tra Confindustria e Confcommercio, al quale negli ultimi mesi si è progressivamente affiancato il dialogo con Cgil, Cisl e Uil. Proprio le tre confederazioni sindacali hanno elaborato una propria piattaforma sulla rappresentanza e intendono aprire, a partire dal prossimo autunno, un confronto con le organizzazioni datoriali per costruire un nuovo modello condiviso di rinnovo dei contratti collettivi.
Prima di produrre effetti concreti, tuttavia, l’intesa dovrà trovare un riconoscimento normativo. Sarà infatti necessario un intervento legislativo capace di recepire formalmente i criteri individuati dalle associazioni imprenditoriali e renderli operativi all’interno dell’ordinamento. Solo allora il sistema dei contratti leader potrà diventare il punto di riferimento per l’individuazione del salario giusto e per il contrasto ai contratti collettivi sottoscritti da organizzazioni prive di reale rappresentatività, contribuendo a ridisegnare gli equilibri della contrattazione nazionale.
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Cristina Giua
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