La riforma degli istituti tecnici sta vivendo la sua fase più calda. Dopo un iter iniziato nel lontano 2022 e proseguito nel 2025, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha riaperto il tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali.
L’ultimo incontro, tenutosi l’8 luglio, ha prodotto correttivi significativi rispetto al progetto iniziale, accolti con favore – seppur con riserve – da una delle sigle di categoria più rappresentative.
A fare il punto della situazione è Daniela Rosano, rappresentante della segreteria nazionale di ANIEF, intervenuta negli studi di Orizzonte Scuola TV. “La riforma parte ufficialmente dall’anno scolastico 2026-2027, ma riguarderà gradualmente tutte le classi fino al 2030”, spiega Rosano. “Un arco temporale ampio che ci lascia sperare in ulteriori margini di manovra, visto che l’attuazione piena del quinquennio si completerà tra cinque anni”.
L’elemento che ha fatto più discutere, fin dalle audizioni parlamentari del 2022, era la previsione di una quota di autonomia scolastica troppo elevata, ritenuta dal sindacato una minaccia concreta per l’identità dei tecnici. Il timore? Che le materie di indirizzo venissero sacrificate a favore di scelte discrezionali dei singoli istituti, frammentando l’offerta formativa e penalizzando discipline cardine.
Il primo biennio: addio alle 132 ore di autonomia
La novità più rilevante emersa dal confronto con il Ministero riguarda proprio il primo biennio. La quota di autonomia – pari a 132 ore – è stata completamente azzerata. Un cambiamento radicale rispetto alle bozze precedenti, che il sindacato definisce “un risultato storico”.
“Eravamo partiti con una forte preoccupazione”, ammette Rosano. “La possibilità che le scuole potessero gestire in totale autonomia quelle ore rischiava di compromettere l’impianto formativo degli istituti tecnici. Invece, grazie al pressing costante delle rappresentanze sindacali e alla mobilitazione delle famiglie – in alcune regioni particolarmente sentita – siamo riusciti a far riconvertire quelle 132 ore in discipline fondamentali”.
La conversione è stata calibrata sui due macro-settori:
- Settore tecnologico – ambientale: le ore sono state destinate a scienze sperimentali, potenziando così l’area scientifica di base.
- Settore economico: la scelta è caduta su geografia e seconda lingua comunitaria, due materie ritenute strategiche per una formazione completa e vicina alle esigenze del mondo del lavoro.
“Non potevamo permettere che una riforma che si definisce ‘migliorativa’ penalizzasse proprio quelle materie che danno senso al percorso tecnico”, sottolinea la rappresentante ANIEF. “Senza scienze, geografia e lingue comunitarie, l’identità di questi istituti sarebbe stata stravolta”.
Le ombre: secondo biennio e quinto anno ancora in bilico
Se il primo biennio rappresenta una vittoria, i timori restano per il secondo biennio e l’ultimo anno. In questa fase, la quota di autonomia non viene azzerata, ma solo ridotta: -66 ore nel secondo biennio e -99 ore nel quinto anno. Resta quindi uno spazio di manovra per le scuole che, secondo il sindacato, potrebbe ancora generare incertezze.
“C’è stato un passo avanti, ma la strada è ancora lunga”, dichiara Rosano. “Ci preoccupa che la riduzione, seppur significativa, non sia stata eliminata del tutto. Le scuole avranno ancora la possibilità di ritoccare i quadri orari, e questo potrebbe tradursi in tagli alle ore di laboratorio o a discipline di indirizzo. Senza contare che ancora non conosciamo i dettagli della riorganizzazione degli organici”.
Il sindacato chiede quindi di essere coinvolto anche nella stesura del prossimo provvedimento normativo, che dovrebbe arrivare entro l’estate, e nella comunicazione che il Ministero invierà alle scuole per orientarle nella riorganizzazione interna. “La riforma parte tra un anno, ma le scuole hanno bisogno di indicazioni chiare e tempestive. Non possiamo lasciarle nell’incertezza fino all’ultimo momento”, aggiunge.
Il nodo risorse: tra 20 e 50 milioni per rendere operativa la riforma
Uno dei punti più critici, mai risolto del tutto, è quello economico. La riforma è stata concepita inizialmente come un intervento a costo zero, se non addirittura finalizzato a un risparmio di organico. Una prospettiva che il sindacato respinge con fermezza.
“I tecnici in Italia sono circa 2.000 scuole”, calcola Rosano. “Per rendere operativa questa riforma servono investimenti concreti. Dobbiamo rafforzare le discipline STEM, introdurre la modalità CLIL per l’insegnamento di una disciplina di indirizzo in lingua straniera, e per la prima volta coinvolgere i CPIA come percorsi tecnici. Sono interventi che richiedono formazione dei docenti, aggiornamento dei laboratori – spesso in condizioni fatiscenti – e supporto alla progettualità didattica”.
Una stima approssimativa, ma realistica, parla di una forbice compresa tra i 20 e i 50 milioni di euro. “È una cifra che potrebbe sembrare alta, ma rapportata a 2.000 scuole e a migliaia di docenti coinvolti, è il minimo indispensabile”, precisa. “Il Ministero ha mostrato apertura sul tema, ma al momento non c’è ancora una quantificazione ufficiale delle risorse stanziate. Noi insisteremo affinché siano adeguate”.
I timori per il futuro: organici e visione d’insieme
Guardando al lungo periodo, il sindacato teme che la riforma possa perdere la sua organicità. Il fatto che si sviluppi per gradi – prime classi nel 2026, seconde nel 2027, e così via fino al 2030 – offre un’opportunità: quella di monitorare e correggere il tiro anno dopo anno. Ma allo stesso tempo rischia di trasformare il percorso in una serie di interventi frammentati, senza una visione complessiva.
“La nostra priorità assoluta è la tutela degli organici”, ribadisce Rosano. “I lavoratori non possono subire contrazioni di personale in nome di una riforma che dovrebbe migliorare l’offerta formativa. Sarebbe un paradosso. Per questo chiediamo di essere coinvolti in tutte le fasi, dalla stesura dei testi normativi alla comunicazione alle scuole, fino alla verifica degli effetti anno per anno”.
Il sindacato si dice soddisfatto del metodo fin qui seguito – “il Ministero ha ascoltato le nostre richieste” – ma avverte: “La battaglia non è finita. Ci aspettiamo di leggere il nuovo testo del provvedimento legislativo prima dell’estate e di poter dare il nostro contributo anche per il secondo biennio e il quinto anno. Solo così potremo evitare che la riforma diventi un’occasione mancata”.
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Andrea Carlino
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