Il Terzo settore italiano ha definitivamente abbandonato la dimensione del puro spontaneismo o del supporto residuale per farsi vera e propria infrastruttura industriale, occupazionale e sociale del Paese. A certificarlo sono i dati del XXV Rapporto Annuale dell’Inps, presentati presso la sala della regina della camera dei deputati e frutto di una collaborazione strategica con la Fondazione Terzjus. Incrociando i dati amministrativi degli iscritti al Runts-Registro unico nazionale del Terzo settore e al Registro delle attività sportive dilettantistiche, l’analisi offre per la prima volta una misurazione reale e precisa dell’impatto occupazionale di un comparto in fortissima espansione.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
Runts e imprese sociali: la mappa dei contratti
I numeri complessivi scattano la fotografia di un universo che, a fine 2025, conta 140.273 enti iscritti al Runts, all’interno dei quali spicca il ruolo delle imprese sociali con 21.703 unità, soggetti a forte vocazione imprenditoriale ma con finalità non lucrative e solidaristiche. Sotto il profilo del lavoro, le realtà che hanno impiegato personale versando almeno un contributo nell’arco dell’anno sono 29.537, per una platea complessiva di ben 855.887 lavoratori. Si registra un incremento del 4,3% nell’ultimo anno e un balzo del 25,3% rispetto al periodo pre-pandemico del 2019.
In termini assoluti, significa che questo mondo ha saputo generare 173mila posti di lavoro in più in poco più di sei anni. Sebbene la spina dorsale rimanga il lavoro dipendente privato non agricolo con circa 800mila addetti, si rileva un’impennata record del 64,6% per i collaboratori iscritti alla gestione separata, che superano le 47mila unità e dimostrano una richiesta interna di competenze sempre più flessibili e specializzate.


La locomotiva lombarda e il riscatto del mezzogiorno
La distribuzione geografica vede l’occupazione concentrata prevalentemente nel nord-ovest, seguito nell’ordine da mezzogiorno, nord-est e centro. Se a livello regionale la Lombardia si conferma la locomotiva indiscussa del non-profit italiano superando i 160mila occupati, seguita a stretto giro da Emilia-Romagna e Lazio, il dato più significativo in ottica macroeconomica arriva dal sud Italia.
Le regioni meridionali stanno mostrando gli incrementi occupazionali più marcati e dinamici dell’intero comparto. In aree storicamente più fragili e scoperte dal punto di vista industriale, il terzo settore sta assumendo una doppia valenza strategica: da un lato garantisce la tenuta dei servizi di cittadinanza attraverso un welfare di prossimità, dall’altro si impone come un formidabile ammortizzatore e acceleratore occupazionale.
Donne al comando e il nodo delle retribuzioni
Entrando nelle pieghe di questo mercato del lavoro, il Terzo settore si conferma il regno dell’occupazione femminile. Le donne impiegate sono circa 623mila, pari a quasi il 73% della forza lavoro totale, con picchi che toccano le vette più alte nei settori dell’istruzione, della formazione e soprattutto della sanità e assistenza sociale. Quest’ultimo macro-comparto rappresenta il cuore pulsante del settore, raccogliendo da solo oltre 480mila occupati, ossia il 56,1% del totale.
Resta forte, tuttavia, il nodo delle contraddizioni interne legate alla valorizzazione economica: la massiccia presenza del lavoro part-time, che caratterizza il 64% dei lavoratori complessivi e sfiora l’80% tra le donne, contribuisce a comprimere le retribuzioni medie, inferiori del 30% rispetto al settore privato. Questo paradosso rivela come il lavoro socialmente necessario sia spesso il meno valorizzato dal punto di vista economico, il che spiega perché ben un quarto dei lavoratori del non-profit svolga contemporaneamente altre attività. Questo segmento di lavoratori misti registra un reddito mediamente superiore del 10% rispetto a chi dichiara redditi derivanti esclusivamente dal terzo settore, evidenziando una forte integrazione con il resto del mercato. Sul fronte anagrafico, la classe centrale tra i 35 e i 54 anni rappresenta quasi la metà degli occupati, mentre la componente giovanile under 34 si attesta a poco meno del 30%, offrendo un tasso di ricambio generazionale superiore rispetto ad altri settori della pubblica amministrazione e del privato.
Sport dilettantistico: giovani in crescita
L’altra grande colonna dell’indagine riguarda il pianeta dello sport dilettantistico, profondamente impattato dalle recenti riforme legislative. Nel 2025 risultano iscritti al registro nazionale ben 113.043 enti, con una dominanza netta delle Associazioni Sportive Dilettantistiche che rappresentano il 91% del totale. Gli enti che operano come datori di lavoro sono 21.010, per un totale di 115mila occupati complessivi, all’interno dei quali si isola la figura specifica dello “sportivo del settore dilettantistico” con circa 71mila unità.
I tassi di crescita sono a doppia cifra: se l’occupazione generale nel comparto sale del 4,3% rispetto al 2024, la platea dei soli lavoratori sportivi dilettantistici compie un balzo in avanti dell’11,6%. A differenza della forte impronta femminile del Terzo settore in generale, lo sport di base inverte la tendenza demografica: qui la prevalenza è maschile al 61% e l’età media è molto più bassa, con i giovani under 35 che arrivano a coprire ben il 45,6% delle posizioni lavorative.
Un pilastro per la tenuta del Paese
Tutti questi dati restituiscono l’immagine specchiata di un universo in espansione, decisivo per la tenuta del welfare, per l’occupazione femminile e giovanile, per i servizi di prossimità e per la qualità della coesione sociale dell’intero sistema Paese. Come ha tenuto a sottolineare Luigi Bobba, presidente della Fondazione Terzjus, la collaborazione avviata con l’INPS consente di leggere con precisione il peso economico e sociale del comparto, superando una rappresentazione meramente residuale. Questa conoscenza approfondita del contesto occupazionale degli Enti del Terzo settore sarà fondamentale per favorire l’introduzione di provvedimenti più mirati ed efficaci nell’ambito del Piano per l’economia sociale.
Foto da unsplash
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Davyd Andriyesh
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