Lotta alla dispersione: essere presenti a scuola non coincide necessariamente con la frequenza


C’è una paura della scuola che non fa rumore. Non si manifesta sempre con la protesta, con l’opposizione esplicita, con il rifiuto dichiarato. A volte prende la forma di un’assenza, di un ingresso sempre più tardivo, di un mal di pancia ricorrente, di una giustificazione che si ripete, di uno sguardo che resta basso anche quando il corpo è presente in aula. È una paura sottile, spesso invisibile agli adulti, perché non coincide necessariamente con il fallimento scolastico immediato. Può abitare anche studenti capaci, educati, apparentemente tranquilli, che però vivono la scuola come un luogo da attraversare in apnea.

Parlare di dispersione, oggi, significa andare oltre l’immagine dello studente che abbandona definitivamente i banchi. Prima dell’abbandono vero e proprio, infatti, esiste quasi sempre una lunga stagione di distanza interiore: si può essere iscritti e tuttavia sentirsi già fuori, frequentare e non appartenere, sedere in classe ogni mattina e sperimentare la scuola come un territorio estraneo, minaccioso, non riconoscibile. La dispersione più profonda comincia spesso così, quando la presenza non è più esperienza, ma semplice collocazione fisica.


L’evitamento come linguaggio

L’evitamento scolastico non è soltanto pigrizia, disinteresse o mancanza di volontà. Certo, esistono comportamenti opportunistici, superficialità, fatica ad assumersi responsabilità. Ridurre tutto a questo, però, significa non vedere la complessità del fenomeno. In molti casi, evitare la scuola è il modo con cui un ragazzo cerca di sottrarsi a un’esperienza percepita come troppo pesante. Non sempre riesce a dirlo, né trova le parole giuste per spiegare ciò che prova. Allora parla con il corpo, con il silenzio, con l’assenza, con la chiusura.

La scuola può fare paura per molte ragioni: per il giudizio, quando ogni prova viene vissuta come una sentenza sulla propria identità; per la relazione con i pari, quando il gruppo diventa teatro di esclusione, confronto continuo, esposizione del corpo e della fragilità. Può fare paura l’adulto, quando viene percepito solo come controllore, valutatore, figura distante o la prestazione, soprattutto in un tempo in cui molti adolescenti sentono di dover essere sempre adeguati, brillanti, reattivi, presentabili.

Nella vita degli studenti fragili, l’errore non è sempre un’occasione di crescita e, a volte, può diventare una ferita. Una verifica andata male, una lettura incerta davanti alla classe, una domanda a cui non si sa rispondere possono fissarsi nella memoria emotiva come prove di inadeguatezza. Da quel momento, l’aula non è più soltanto il luogo dell’apprendimento, ma diventa il luogo in cui si teme di essere smascherati.

La presenza non coincide con la frequenza

La scuola italiana ha costruito nel tempo una forte cultura della frequenza. Essere presenti è un dovere, una condizione amministrativa, un requisito per la validità dell’anno scolastico. Tutto questo è necessario, perché la scuola è anche istituzione, regola, patto pubblico. Ma la frequenza non basta. Uno studente può essere presente nel registro e assente nella relazione, può ascoltare senza sentirsi coinvolto, copiare, eseguire, rispondere, ma senza percepire un legame autentico con ciò che accade.

La cultura della presenza chiede un passo ulteriore. Non si tratta solo di controllare chi c’è e chi manca, ma di domandarsi che cosa significhi esserci davvero. La presenza educativa non è una semplice permanenza nello spazio scolastico. È sentirsi attesi, riconosciuti, chiamati per nome non solo formalmente, ma nella propria storia. È sapere che la scuola non si accorge di te soltanto quando sbagli, quando disturbi o quando ti assenti, ma anche quando provi a esserci, quando fai fatica, quando resti ai margini.


Per questo la lotta alla dispersione non può limitarsi al recupero delle assenze, ma deve diventare ricostruzione del legame. Ogni assenza ripetuta pone una domanda alla scuola. Non si tratta soltanto di chiedersi perché uno studente non venga, ma di capire che cosa gli impedisca di tornare con fiducia. Non basta domandarsi quale sanzione applicare; occorre interrogarsi su quale esperienza possiamo offrirgli perché la scuola non sia più un luogo da cui difendersi.

La classe come luogo emotivo

Ogni classe è anche un ambiente emotivo. Non è fatta soltanto di banchi, programmi, verifiche e registri, ma anche di sguardi, alleanze, timori, attese, reputazioni. In una classe si può respirare fiducia o tensione, percepire che l’errore è tollerato oppure che ogni esitazione espone al ridicolo. Si può percepire che la parola di ciascuno ha valore o, al contrario, che parlano sempre gli stessi, mentre gli altri imparano lentamente a sparire.

Gli studenti che evitano la scuola, spesso, non stanno evitando solo le discipline, ma un clima, una relazione, una forma di esposizione che percepiscono come difficile da sostenere. Per questo l’intervento educativo non può essere soltanto individuale. Certo, occorre ascoltare il singolo ragazzo, comprendere la sua storia, attivare la famiglia, costruire alleanze con i servizi quando necessario. Occorre, però, interrogare la classe come comunità. Una classe che umilia, isola o lascia indietro genera paura; una classe che accoglie, responsabilizza e rende possibile il rientro costruisce appartenenza.

L’adulto ha un ruolo decisivo in quanto non deve trasformarsi in terapeuta, perché la scuola non può e non deve sostituirsi ad altri contesti professionali, deve però esercitare una competenza relazionale alta, saper leggere i segnali, distinguere il capriccio dal disagio, il rifiuto dalla richiesta implicita di aiuto ed evitare sia la durezza cieca sia la protezione eccessiva in quanto la prima allontana, la seconda conferma la fragilità. Educare significa stare in quella zona difficile in cui si sostiene senza deresponsabilizzare, si comprende senza rinunciare a chiedere, si accoglie senza abbassare lo sguardo sulle possibilità dello studente.

Il ritorno va preparato

Quando uno studente comincia a mancare spesso, il rientro a scuola può diventare più difficile dell’assenza stessa. Tornare significa affrontare domande, sguardi, spiegazioni, arretrati, giudizi presunti o reali. Più il tempo passa, più la scuola appare come una montagna. L’evitamento finisce così per alimentarsi da solo: si manca perché si ha paura, poi si ha ancora più paura perché si è mancati.


Per questo il ritorno deve essere accompagnato. Non basta dire “torna”, ma occorre costruire le condizioni perché il rientro sia praticabile. A volte serve un colloquio riservato prima del rientro, a volte serve concordare piccoli obiettivi, ridurre l’esposizione iniziale, individuare un adulto di riferimento, preparare il consiglio di classe a uno sguardo comune, non per creare privilegi, ma per evitare che il ritorno si trasformi in una nuova prova insostenibile.

La scuola capace di inclusione non è quella che cancella la fatica, ma quella che la rende attraversabile; non promette percorsi senza difficoltà, ma garantisce che nessuno debba affrontare quella difficoltà nella solitudine. La presenza nasce anche da qui, dalla percezione che l’istituzione non sia un muro, ma una soglia, un luogo esigente, ma non ostile.

Dal controllo alla cura educativa

La dispersione scolastica interpella la scuola nella sua identità più profonda. Essa non riguarda solo i numeri, gli indicatori, i progetti, i finanziamenti, ma l’idea stessa di educazione. Una scuola che si limita a registrare l’allontanamento arriva sempre tardi, mentre una scuola che osserva, ascolta e interviene precocemente può trasformare molti segnali di fuga in occasioni di ricostruzione.

La cura educativa non è sentimentalismo, ma organizzazione, professionalità, metodo capace di costruire procedure chiare per intercettare le assenze ricorrenti. Significa formare gli adulti a comprenderne il senso, curare il passaggio delle informazioni, per evitare che ogni docente veda solo un frammento, e promuovere una corresponsabilità reale tra dirigente, consiglio di classe, tutor, famiglie e territorio, senza confondere la presenza con l’obbedienza.

Uno studente torna davvero quando sente che la scuola gli chiede di esserci non per riempire un banco, ma perché la sua presenza conta. Questo è il cuore di una cultura della presenza, che non è imposta soltanto dalla norma, ma resa significativa dalla relazione e dal progetto.


Una scuola che non rinuncia

Quando la scuola fa paura, il compito dell’adulto non è negarla, né assecondarla fino a renderla definitiva, ma è nominarla, comprenderla, attraversarla insieme. La scuola deve restare un luogo in cui si impara anche a sostenere l’esposizione, il confronto, l’errore, la frustrazione, ma perché questo accada, deve essere percepita come un ambiente sufficientemente sicuro, dove la persona non coincide mai con la sua prestazione.

La dispersione comincia spesso quando uno studente smette di immaginare un posto per sé dentro la scuola. Contrastarla significa restituire possibilità, dire, con gesti prima ancora che con parole, che nessuna assenza è indifferente, che nessuna fragilità è una colpa, che nessun ragazzo è soltanto il suo rendimento.

La scuola non può eliminare tutte le paure, può però evitare di diventarne la conferma e trasformarsi da luogo temuto a luogo abitabile. E quando questo accade, la presenza non è più soltanto un obbligo, ma diventa appartenenza, fiducia, desiderio di restare. È lì che la scuola ritrova la sua funzione più alta che non è trattenere i ragazzi dentro un edificio, ma aiutarli a sentirsi nuovamente parte di una storia comune.


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 Bruno Lorenzo Castrovinci

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