Quando Pasquale Cirillo era un giovane avvocato – prima di diventare consigliere comunale, coordinatore provinciale di Forza Italia e stratega politico – aveva imparato una cosa che nessuna scuola di politica insegna: il diritto, usato con precisione, è l’arma più affilata che esista. Ieri sera l’ha tirata fuori dal cassetto. Ed il modo in cui l’ha usata rischia di inceppare definitivamente la macchina amministrativa del Consiglio Comunale di Frosinone.
Undici consiglieri comunali di Frosinone — Pasquale Cirillo, Anselmo Pizzutelli, Maria Antonietta Mirabella, Maurizio Scaccia, Giovanni Bortone, Giovambattista Martino, Teresa Petricca, Paolo Fanelli, Fabrizio Cristofari, Norberto Venturi e Angelo Pizzutelli — hanno inviato al Prefetto di Frosinone e al Ministero dell’Interno una richiesta formale di parere su quattro quesiti giuridici che riguardano la legittimità del funzionamento del Consiglio Comunale. Undici firme. Maggioranza e opposizione insieme. Una lista che include consiglieri di Forza Italia, di Fratelli d’Italia, della Lista Mastrangeli, della Lega, di FutuRa, del PD e del PSI. Il messaggio politico è già in quella lista di nomi, prima ancora di aprire la busta.
Il problema giuridico
Il documento è composto da cinque pagine fitte di citazioni normative, rinvii allo Statuto comunale, al Regolamento consiliare, al TUEL e a un parere del Ministero dell’Interno del 22 marzo 2021. Pone una questione che in apparenza è tecnica ma in realtà è di natura politica esplosiva.
La ricostruzione dei fatti è questa. Il 30 maggio 2026 Massimiliano Tagliaferri si dimette da presidente del Consiglio Comunale con effetto immediato. Il 30 giugno e il 3 luglio 2026 altri due componenti dell’Ufficio di Presidenza (tra vicepresidenti e consiglieri segretari) rassegnano a loro volta le dimissioni. Risultato: l’intero vertice dell’assemblea è vacante. Da quel momento, le funzioni di presidente vengono esercitate dal vicepresidente vicario Marco Ferrara, in forza dell’art. 39 comma 6 dello Statuto. Il Segretario Generale ha espresso l’avviso che tale supplenza sia «pienamente legittima e priva di limitazioni quanto all’oggetto e alla durata delle convocazioni».
È esattamente questa interpretazione che i dieci firmatari contestano. E lo fanno con quattro quesiti formulati con la precisione di un atto giudiziario.
I quattro quesiti: una bomba a orologeria
Il primo quesito chiede chi sia il soggetto legittimato a convocare il Consiglio: il vicepresidente vicario Ferrara in forza dello Statuto? Oppure il consigliere anziano, come prevede in via di default l’art. 39 comma 1 del TUEL? Oppure ancora il Prefetto in via sostitutiva? La distinzione non è accademica: se la legittimazione non spetta a Ferrara, ogni convocazione da lui firmata è viziata.
Il secondo quesito (probabilmente il più dirompente)— chiede se, ammessa la legittimità di Ferrara a convocare, tale potere sia illimitato nell’oggetto. Oppure circoscritto ai soli adempimenti strettamente necessari a ricostituire l’organo. Il documento cita espressamente il parere ministeriale del 22 marzo 2021, secondo cui i poteri sostitutivi del vicepresidente in caso di dimissioni del presidente sono «limitati alla sola convocazione del Consiglio Comunale per l’elezione del nuovo presidente» e non possono estendersi a materie ordinarie salvo diversa previsione statutaria. Se questa interpretazione è corretta, le delibere approvate il 3 luglio — i debiti fuori bilancio, l’aggiornamento del piano lavori — potrebbero essere illegittime. Votate da un organo senza i poteri per deliberarle.
Il terzo quesito riguarda l’obbligo di ricostituire l’Ufficio di Presidenza prima di qualunque altro punto all’ordine del giorno. Se la risposta è sì, anche questo renderebbe invalide le delibere del 3 luglio. Perché? L’Aula ha discusso e votato provvedimenti ordinari senza aver prima ricostruito l’organo presidenziale.
Il quarto quesito affronta la procedura di elezione del presidente: votazioni ad oltranza nella stessa seduta fino all’elezione, o aggiornamento alla seduta successiva?
Il retroscena
C’è un retroscena alla base di quei quesiti. Gli 11 consiglieri sono certi che il sindaco Mastrangeli starebbe lavorando a una soluzione sul nome del presidente del Consiglio che guarda all’area del suo avversario alle scorse Comunali, Domenico Marzi. Con il passare del tempo lo scenario si è completamente modificato e da mesi l’avvocato Marzi con il suo Gruppo garantisce che Mastrangeli non venga messo sotto scacco con una mozione di sfiducia. Più volte è andato in suo soccorso garantendogli il numero legale per proseguire i lavori d’Aula. L’assegnazione del Presidente d’Aula alla Lista Marzi sarebbe il giusto riconoscimento alla cavalleria dell’avversario.
Una quadra che però, con il blocco degli undici firmatari, non raggiungerebbe i numeri in nessuno dei due scenari possibili. Se togli gli 11 firmatari Mastrangeli non arriva a 17 e non ci arriva neanche con l’opposizione. Il blocco è autonomo, compatto e determinante.
C’è poi una conseguenza pratica che nessuno ha ancora sottolineato: con solo due persone rimaste nell’Ufficio di Presidenza è paralizzata anche la Conferenza dei capigruppo cioè lo strumento ordinario di governo dell’aula. Non manca solo il presidente: manca l’intera infrastruttura istituzionale del Consiglio Comunale.
La tesi giuridica
Il cuore dell’argomentazione giuridica sviluppata nel documento è di grande eleganza tecnica. I firmatari sostengono che esiste una distinzione sostanziale (non meramente nominalistica) tra assenza o impedimento temporaneo del presidente e vacanza definitiva della carica. Lo stesso Statuto di Frosinone la recepisce all’art. 40 comma 3, introducendo la categoria della «sostituzione totale» del Presidente come fattispecie distinta, diversa dalla semplice supplenza.
Una categoria a cui rinvia per la disciplina al Regolamento Consiliare: che però, sul punto, tace. E questa lacuna, sostengono i firmatari, non può essere colmata estendendo i poteri del vicepresidente vicario a tempo indeterminato: trasformerebbe uno strumento di garanzia temporanea in un regime stabile di esercizio del potere presidenziale da parte di chi non ne è il titolare eletto.
L’interpretazione del segretario generale (che la supplenza di Ferrara sia priva di limitazioni) è dunque quella che i consiglieri contestano frontalmente. Chiedendo al Prefetto e al Ministero di fare chiarezza. Prima che qualcuno impugni le delibere già approvate.
La lettura politica
La lettura politica del documento è almeno altrettanto rilevante di quella giuridica. Undici consiglieri comunali di Frosinone (una pattuglia trasversale che non si era mai vista su un atto comune) si sono seduti attorno allo stesso tavolo e hanno firmato la stessa carta. Consiglieri che in aula non si parlano, che appartengono a gruppi contrapposti, che hanno strategie divergenti per le elezioni del 2027.
Il minimo comune denominatore è uno solo: nessuno di loro vuole che la situazione attuale vada avanti così. Ognuno per ragioni diverse: chi per il posizionamento politico, chi per convinzione giuridica, chi per fastidio verso una maggioranza che non trova i numeri. Ma tutti concordano su una cosa: l’incertezza istituzionale di Palazzo Munari non può essere risolta con l’interpretazione estensiva dei poteri di Ferrara. Deve essere risolta eleggendo un presidente. In fretta. Con 17 voti veri.
Mastrangeli guarda questo documento e sa perfettamente quello che significa. La questione non è più solo politica. È diventata istituzionale. E quando il Prefetto e il Ministero dell’Interno ricevono una richiesta di parere firmata da undici consiglieri comunali, prima o poi rispondono. E quella risposta potrebbe rimettere in discussione tutto quello che è stato approvato nel Consiglio del 3 luglio.
Come scriveva Niccolò Machiavelli: «I mali che nascono nei principati, come le febbri lente, sono difficili a riconoscere all’inizio e difficili da curare quando sono riconosciuti». A Frosinone la febbre è alta. E adesso ha anche un referto medico ufficiale, in cinque pagine, firmato da undici consiglieri.
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