8 luglio 2026 – ore 16:30 – Premessa – Mentre ad Ankara si sta svolgendo il vertice della NATO, il Comando strategico statunitense (CENTCOM) ha annunciato “una nuova serie di attacchi offensivi contro l’Iran, colpendo oltre 80 obiettivi come risposta immediata agli ultimi attacchi iraniani contro navi mercantili in transito nello Stretto di Hormuz”. Teheran, ovviamente, ha risposto attaccando, a sua volta, obiettivi statunitensi in Bahrein e Kuwait. In tale cornice, il Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha annunciato un’improvvisa visita in Israele, forse anche per far “digerire” a Gerusalemme la decisione di Washington di vendere i caccia americani F-35 di ultima generazione alla Turchia. Contemporaneamente, i leader europei, impegnati nel vertice NATO in Turchia, sembrano al momento limitarsi ad ascoltare, sempre più increduli e basiti, le parole del Presidente statunitense Donald Trump che, come abbiamo imparato a conoscere, alterna, verso noi europei, durissimi strali intessuti di minacce a gesti di imperiale benevolenza, considerandoci sostanzialmente clientes, oltremodo riottosi e ingrati. Ovviamente il coraggioso Mark Rutte, l’ex premier olandese ora Segretario Generale della NATO, non media, ma si limita a schierarsi totalmente con Trump.
Il conflitto in Ucraina continua tra sciami di droni che da Kiev devastano impianti petroliferi russi e missili balistici lanciati da Mosca che imperversano sulla capitale ucraina. Al fronte, le forze russe continuano ad avanzare nella vasta regione del Donbass.
Tratteremo, seppur brevemente, tutti questi aspetti, evidenziando una situazione globale estremamente confusa, suscettibile anche di improvvise e violente accelerazioni.
Gli USA attaccano l’Iran
Da Tampa (Florida-USA), il 7 luglio, CENTCOM dirama un comunicato stampa in cui si afferma testualmente che:
“Le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) hanno completato una nuova serie di attacchi offensivi contro l’Iran, colpendo oltre 80 obiettivi con munizioni di precisione come risposta immediata agli ultimi attacchi iraniani contro navi mercantili in transito nello Stretto di Hormuz. Le forze statunitensi hanno colpito i sistemi di difesa aerea iraniani, le reti di comando e controllo, le postazioni radar costiere, le capacità missilistiche antinave e oltre 60 piccole imbarcazioni del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche nello stretto e nelle sue vicinanze, al fine di indebolire la capacità dell’Iran di continuare ad attaccare il commercio internazionale che transita attraverso il corridoio commerciale internazionale. L’Iran ha recentemente attaccato tre navi mercantili in transito nello stretto, tra cui la M/T Al Rekayyat, battente bandiera delle Isole Marshall, la M/T Wedyan, battente bandiera saudita, e la M/T Cyprus Prosperity, battente bandiera liberiana. L’ingiustificata aggressione da parte delle forze iraniane costituisce una chiara e pericolosa violazione del cessate il fuoco e mina la libertà di navigazione. Le forze del CENTCOM restano pronte e schierate per chiedere conto all’Iran qualora l’accordo non venga rispettato”.
In tale contesto, oggi 8 luglio, il Presidente statunitense Donald Trump, da Ankara, a margine di un incontro con il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha voluto informare la stampa che: “A mio parere, il cessate il fuoco (con l’Iran) è finito. Non voglio più avere a che fare con loro”, aggiungendo: “Vogliono negoziare, ma, a mio parere, continuare a dialogare con loro è solo una perdita di tempo. Abbiamo detto loro di andare a celebrare il funerale, ma invece ieri hanno iniziato a lanciare missili contro le navi. Ecco perché li abbiamo attaccati duramente la scorsa notte”.
https://www.iranintl.com/202607087692
Il Ministero degli Esteri iraniano non replica formalmente agli USA
Il Ministero degli Esteri iraniano, al momento, non ha replicato agli USA, dedicando tutto lo spazio al funerale solenne del “leader martire della Rivoluzione islamica” e agli incontri intercorsi in questi ultimi giorni tra il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi e gli ospiti intervenuti alle celebrazioni, tra cui spiccano quelli con:
Talal Naji, Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando Generale (FPLP-GC), e Jamil Mezher, Vice Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), formazioni politiche entrambe schierate su posizioni notoriamente oltranziste anti-israeliane;
Mohammad Darwish, capo del Consiglio direttivo del Movimento di resistenza islamica palestinese (Hamas), accompagnato nell’occasione da una nutrita rappresentanza;
il vice primo ministro dello Yemen, generale Jalal Al-Ruwaishan, schierato totalmente sulle posizioni anti-israeliane degli Houthi;
una delegazione libanese di Hezbollah, guidata da Mohammad Fneish, accompagnata da diversi parlamentari e alti funzionari del movimento anti-israeliano;
Khalil Hamdan, membro della leadership del Movimento Amal, in rappresentanza di Nabih Berri, Presidente del Parlamento libanese, come noto sciita;
lo sceicco Ali Al-Khatib, vicepresidente del Consiglio islamico supremo sciita libanese.
Tuttavia, merita infine evidenziare che l’agenzia di stampa di Teheran FARS ha confermato gli attacchi iraniani contro le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein, asserendo di aver colpito 85 obiettivi militari.
https://farsnews.ir/FarsNews_eng
Israele osserva preoccupata gli eventi
I media israeliani osservano attentamente gli eventi, sottolineando sia le citate dichiarazioni di Donald Trump sull’Iran, sia la sempre piena e totale condivisione di Mark Rutte e, quindi, della NATO, sulle politiche americane in Medio Oriente.
Il Jerusalem Post, in particolare, ha confermato che, in risposta agli attacchi statunitensi, le Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC) avevano preso di mira siti militari statunitensi in Bahrein e Kuwait, colpendo sistemi di difesa aerea, sorveglianza costiera e siti di lancio di missili e droni.
In tale cornice, decisamente confusa perché, come detto, vede il coinvolgimento non solo degli USA ma ora anche della NATO, manifestato dalla totale condivisione espressa ai media da Rutte, davanti a Trump, sulla strategia di Washington in Iran, si inseriscono le dichiarazioni espresse da Anwar Gargash, alto consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti, il quale ha dichiarato di ritenere che “l’Iran non sia in grado di impegnarsi per la pace”.
Merita rilevare che, in Israele, la decisione statunitense di vendere alla Turchia i caccia di ultima generazione F-35 sta generando non poca irritazione. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, pochi giorni prima del vertice di Ankara, aveva ribadito a Fox News la contrarietà del governo israeliano, affermando testualmente che: “Non credo che (i turchi) dovrebbero ricevere F-35 o motori per i loro aerei da combattimento”, aggiungendo che una simile vendita “altererebbe gli equilibri di potere in Medio Oriente”. (I motori a cui si riferiva sono i General Electric F110 che la Turchia ha richiesto per equipaggiare il primo lotto del suo caccia stealth TF Kaan di produzione nazionale).
Nella serata del 7 luglio, sempre Netanyahu, intervistato dalla CNN poche ore dopo l’assenso di Trump alla prossima vendita dei citati F-35 alla Turchia, ha “avvertito che la vendita dei caccia più avanzati degli Stati Uniti non rende la Turchia uno Stato amico degli Stati Uniti”, descrivendo Ankara come “un regime infetto dai Fratelli Musulmani, che odiano gli Stati Uniti”.
Successivamente, il premier israeliano, incalzato dalla giornalista Dana Bash della CNN, ha voluto precisare che “la Turchia minaccia di distruggere il mio Paese, l’unico Stato ebraico”.
Ricordiamo, in merito, sempre per i distratti del web, che la scorsa settimana, in un’intervista a CNN Turk, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan aveva affermato che Israele era “diventato un peso che l’umanità non poteva più sopportare”, provocando, ovviamente, la condanna immediata da parte del ministro degli Esteri israeliano, che aveva definito tali dichiarazioni turche “un classico incitamento al genocidio”.
https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-901804
https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/2026-07-08/live-updates-901807
https://edition.cnn.com/2026/07/07/politics/netanyahu-opposes-sale-f35-jets
Lavrov dall’Etiopia non lascia spazio a fraintendimenti
Il 7 luglio u.s., il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov, da Addis Abeba (Etiopia), durante una conferenza stampa congiunta a seguito delle consultazioni con il Presidente della Commissione dell’Unione Africana, il gibutiano Mahmoud Ali Youssouf, rispondendo alle domande della stampa, ha trattato sia le vicende africane, sia la situazione in Ucraina e il vertice NATO ad Ankara.
Desidero proporvi alcuni stralci di queste dichiarazioni perché riflettono un diverso punto di vista strategico e delineano un quadro d’insieme decisamente precario ed estremamente complesso.
La conferenza stampa integrale può essere letta nel link in descrizione.
Russia – Africa
“Oggi, presso la sede dell’Unione Africana, ho avuto un incontro sostanziale e un colloquio davvero stimolante con il mio amico di lunga data, il Presidente della Commissione dell’Unione Africana Mahmoud Ali Youssouf, al quale sono sinceramente grato per aver organizzato l’incontro e per la sua consueta e generosa ospitalità. L’incontro si è svolto in un’atmosfera cordiale e di fiducia, che ci ha permesso di discutere dello stato attuale delle cose e delle prospettive per l’espansione delle relazioni tra il nostro Paese, l’Unione Africana e i suoi Stati membri, compresa la cooperazione su questioni regionali e internazionali. Abbiamo ribadito senza mezzi termini l’importanza di tenere consultazioni politiche periodiche e abbiamo concordato di renderle un appuntamento annuale. Queste consultazioni costituiranno il fondamento del quadro di cooperazione tra Russia e Unione Africana che stiamo costruendo. O, meglio, tale quadro esiste già, ma necessita di essere sostanzialmente migliorato e integrato da dialoghi settoriali che coprano tutti gli ambiti della cooperazione pratica e dell’impegno umanitario. È su questo che lavoreremo. Condividiamo un interesse comune nell’ampliare ulteriormente la cooperazione multiforme tra Russia e Unione Africana in settori di interesse reciproco, tra cui sicurezza, finanza, industria, commercio, istruzione, energia, sanità, nonché contatti umanitari, educativi, culturali e sportivi. In ambito internazionale, abbiamo espresso seria preoccupazione per i difficili sviluppi in varie parti dell’Africa, come il Sahel, la regione dei Grandi Laghi, il Corno d’Africa, il Sudan, il Sud Sudan e la Libia. Da parte nostra, continueremo ad assistere i nostri amici africani nella risoluzione delle crisi, nel rigoroso rispetto del principio ‘soluzioni africane ai problemi africani’. Il resto della comunità internazionale – coloro che desiderano sinceramente contribuire a risolvere le numerose crisi, molte delle quali retaggio dell’era coloniale – dovrebbe sostenere gli africani nell’attuazione di approcci africani per affrontare i problemi africani. Abbiamo inoltre discusso dell’importanza della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che stabilisce il principio di sostegno, compreso il sostegno finanziario tramite le Nazioni Unite, agli sforzi di mantenimento della pace dell’Unione Africana in Somalia. Questo esempio dovrebbe essere seguito da altri esempi simili. Abbiamo informato i nostri amici che domani la nostra delegazione si recherà a Niamey, in Niger, per partecipare al secondo incontro ministeriale completo tra la Russia e l’Alleanza degli Stati del Sahel (Niger, Mali e Burkina Faso). Terremo conto degli esiti dei colloqui odierni per promuovere un’agenda costruttiva in quell’incontro, anche al fine di favorire contatti più stretti tra l’Alleanza degli Stati del Sahel e l’Unione Africana”.
Russia – Ucraina
Domanda formulata dalla stampa africana: A seguito della liberazione di Konstantinovka, i media occidentali hanno lanciato una campagna per contestare i fatti, tentando di presentare il successo delle Forze Armate russe come una falsa affermazione. Dato che l’Africa fa ora parte dello spazio informativo globale, il Presidente della Commissione dell’Unione Africana ha sollevato la questione dell’istituzione di meccanismi comuni per la verifica delle informazioni e il contrasto alla disinformazione, in modo che gli Stati africani, tra gli altri, non diventino ostaggio delle false narrazioni occidentali?
Sergey Lavrov: “Come ho detto prima, abbiamo discusso della situazione in Ucraina, anche se non a quel livello di dettaglio. Per quanto riguarda la sua domanda sulla situazione di Konstantinovka, credo che la risposta migliore sia che il nostro esercito ha invitato la parte ucraina a recarsi a Konstantinovka per recuperare le salme dei militari ucraini caduti. L’Ucraina ha rifiutato, dimostrando così, ancora una volta – come molti hanno già osservato – di non avere bisogno degli ucraini, vivi o morti che siano. Molto probabilmente verranno semplicemente dichiarati dispersi in azione. Ciononostante, tale invito è stato fatto. In particolare, dopo aver appreso dell’invito, circa 20 agenzie di stampa straniere hanno espresso il desiderio di recarsi sul posto per assistere alla cerimonia di trasferimento delle salme dei militari ucraini. Avrebbero avuto l’opportunità di vedere com’è la situazione a Konstantinovka e chi la controlla. Le autorità ucraine hanno negato loro questa opportunità.
Nel complesso, l’affermazione che la situazione sul campo di battaglia non sia come la Russia la descrive non è una novità. È iniziata molto prima dell’operazione militare speciale e prima che l’Occidente, con le sue menzogne, ordisse una guerra contro la Federazione Russa, nell’ennesimo tentativo di infliggerci una sconfitta strategica. Questa volta hanno pianificato l’aggressione servendosi del regime di Kiev che avevano portato al potere. Ogni ciclo di negoziati con i rappresentanti di via Bankovaya si è concluso con le autorità di Kiev e i loro sostenitori occidentali che si sono dimostrati, ancora una volta, tristemente incapaci di raggiungere e rispettare gli accordi.
Per quanto riguarda i meccanismi comuni per smascherare le affermazioni false, esiste l’International Fact-Checking Network, che quest’anno celebrerà il suo secondo anniversario. Ne fanno parte oltre 50 Paesi, rappresentati dalle rispettive agenzie di stampa. La rete si impegna a smascherare le falsità attraverso il giornalismo investigativo.”
Russia – NATO
Domanda della stampa africana: Oggi si apre ad Ankara il vertice NATO. Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha affermato che i membri dell’Alleanza dovrebbero investire più generosamente nella capacità produttiva. Solo pochi minuti fa ha anche dichiarato che l’equipaggiamento militare americano, compresi i carri armati Abrams, sarà prodotto in Europa. Dove potrebbe portare tutto ciò? Qual è la sua opinione sul fatto che Zelensky sia stato invitato ad Ankara? A quanto pare avrà un incontro con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Sergey Lavrov: “Mark Rutte ha sviluppato uno stile che apparentemente mira a mettere in mostra il suo talento nella satira e nell’ironia, che esprime – sempre in modo condiscendente – nei confronti della Federazione Russa e di altri. Non sono sicuro, però, che il programma comico Kvartal 95 lo avrebbe ingaggiato. Tuttavia, l’ex direttore di Kvartal 95 (Zelensky) ha abbandonato la satira e la comicità e ora interpreta un personaggio profondamente tragico. Credo che la tragedia sia molto più appropriata, nelle circostanze attuali, per preparare l’opinione pubblica a ciò che sta accadendo e a come finirà.
L’espansione della produzione militare e gli investimenti nella capacità industriale sono guidati da due fattori. Il primo è la volontà di continuare a rifornire il regime di Zelensky il più a lungo possibile, in modo che, come molti rappresentanti dell’élite politica europea hanno apertamente dichiarato, l’Ucraina svolga il lavoro dell’Europa di logorare la Russia.
Il secondo motivo è che, senza tali misure, è impossibile nascondere la situazione sempre più disperata dell’economia europea, compresa quella tedesca. I programmi sociali sono stati compromessi, i sussidi vengono tagliati e l’industria civile si sta trasferendo dall’Europa agli Stati Uniti, che offrono condizioni commerciali molto più favorevoli. Date le circostanze, immettere fondi di bilancio nella produzione di armi attraverso mezzi amministrativi è un modo per tenere a galla l’economia.
Come finirà tutto questo? Prima o poi finirà. Se vorranno militarizzarsi fino all’osso, finiranno semplicemente per perdere la loro stessa corsa alla supremazia.
Abbiamo già commentato in passato il ruolo guida della Germania. La Germania è nostalgica dei tempi in cui univa l’Europa sotto le bandiere naziste. Ora ha trovato un nuovo portabandiera in Zelensky. Non escluderei la possibilità che qualcuno, prima o poi, voglia togliergli quella bandiera e iniziare a combattere la Russia a viso aperto. Per il momento, tuttavia, continuano ad affermare di non essere in guerra con noi. Questa è un’affermazione ipocrita. Stanno fornendo al regime di Kiev un supporto militare diretto, che comprende armi, informazioni di intelligence e dati satellitari, nonché i kit di guida missilistica e la programmazione necessari per le armi letali utilizzate per colpire civili e infrastrutture civili russe. Tutto ciò avviene – come è noto da tempo – con il coinvolgimento diretto di personale militare europeo e americano.
Il Presidente Vladimir Putin ha chiarito in modo inequivocabile che, a differenza di alcuni dei nostri partner di dialogo, noi rispettiamo gli accordi. Ha osservato che, ad Anchorage, in Alaska, il 16 agosto 2025, ci sono state presentate delle proposte di compromesso e, dopo un’attenta valutazione – non immediatamente, ma alla fine – le abbiamo accettate. Qualsiasi altra interpretazione di ciò che è stato o non è stato concordato in quell’occasione è, a mio avviso, inappropriata. In Alaska ci è stato detto che Zelensky avrebbe seguito le raccomandazioni fornite dagli Stati Uniti. Dovremo aspettare e vedere cosa emergerà dal vertice NATO di Ankara.”
https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2124409/
Conclusione
Rispondendo ai lettori che mi chiedono spesso perché scrivo, desidero rispondere che, nella mia vita, assai movimentata, anche nelle situazioni estreme in cui mi sono trovato, ho sempre cercato il significato positivo e mai ho “giocato contro qualcosa o contro qualcuno”, perché ho scelto di vivere per qualcosa e per qualcuno. Non ho assolutamente alcuna pretesa, nello scrivere, di diffondere verità ma, al contrario, di stimolare il dubbio, il confronto e la sete di conoscenza. D’altra parte, come diceva lo scrittore Oscar Wilde, “credere è monotono, dubitare, invece, è profondamente appassionante”.
Sono consapevole che il dubbio ci spaventa, ci logora.
Per effetto dell’estrema semplificazione del linguaggio, siamo abituati, come affermava lo scrittore Antonio Galdo, ad ascoltare persone che “sparano sentenze”. Può sembrare un po’ forte come espressione. Forse abbiamo smarrito la ricchezza dell’interrogarsi, anche nel modo più profondo. In principio fu Socrate. Ma poi sono arrivati Cartesio, Kant, Sant’Agostino e Giacomo Leopardi: tutti affascinati dall’arte del dubbio.
E mai come in questo momento storico, nel quale siamo bombardati dalle informazioni senza avere il tempo di verificarle, il dubbio, come metodo di ricerca e strumento di conoscenza, ritorna di grande utilità. Ritorniamo, pertanto, a dubitare. A interrogarci con noi stessi quando siamo troppo convinti di essere dalla parte della verità e non riusciamo ad ascoltare le ragioni degli altri.
Dubitare è, innanzitutto, un gesto di forza, di autorevolezza del nostro pensiero. Sono convinto che solo la ricerca della conoscenza ci porti a dubitare, come segno della nostra vitalità e della nostra crescita personale. Credo fermamente, come afferma il filosofo americano Charles Larmore, che il valore intrinseco della conoscenza risieda nel fatto che ci consente di vedere la realtà così com’è, indipendentemente dai nostri interessi e dai nostri preconcetti.
Credo, inoltre, che la conoscenza ci renda liberi. In merito mi sovviene un passaggio del libro del filosofo Vito Mancuso, Il Coraggio di Essere Liberi, in cui egli afferma che: “Per essere liberi ci vuole coraggio. Guardando al mondo e agli esseri umani, quello che appare è uno sterminato palcoscenico su cui tutti si esibiscono indossando le diverse maschere imposte dall’esistenza, ma ognuno di noi, soprattutto in quei momenti in cui è solo con sé stesso, sperimenta anche l’acuta sensazione di essere qualcosa di assolutamente differente e separato da tutto il resto, qualcosa di unico. La scintilla della libertà nasce da questa consapevolezza, per sostenere la quale è necessario però il coraggio: il coraggio di sottrarsi al pensiero dominante e scoprire nuovi valori in cui credere; il coraggio di scrollarsi di dosso le convenzioni che ci soffocano e ci legano, per costruire un rapporto autentico con sé stessi che ci “apra” agli altri; il coraggio di essere liberi per ritornare a essere chi ognuno di noi è”.
Il coraggio di osare!
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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Stefano Silvio Dragani
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