7 luglio 2026 – ore 14:15 – Nel nostro Paese si sono create le tre condizioni per l’eterna apatia – L’Italia ha il sistema fiscale meno competitivo tra i Paesi OCSE: su 36 Paesi si trova, infatti, all’ultimo posto della classifica stilata dalla Tax Foundation. Al vertice si collocano Estonia, Nuova Zelanda, Olanda, Australia, Lettonia e Svizzera, che applicano imposte sulle società e sulla proprietà particolarmente contenute. L’Italia, al contrario, presenta una tassazione elevata sugli immobili, sul patrimonio finanziario, sugli utili aziendali e anche sul reddito personale. Per quanto riguarda la tassazione patrimoniale, il gettito complessivo è di circa 51 miliardi di euro, così suddivisi: 23 miliardi per l’IMU sugli immobili (il carico fiscale complessivo, comprensivo dell’IRPEF, è di 50 miliardi); 10 miliardi sul risparmio (il carico fiscale complessivo, compresa l’IRPEF, è di 17 miliardi); 7,5 miliardi sul bollo auto; 6 miliardi dall’imposta di registro; 2,5 miliardi dalle imposte ipotecaria e catastale; 2 miliardi dal canone RAI, dovuto per il possesso di apparecchi atti a ricevere il segnale radiotelevisivo.
È necessario considerare che tutte le imposte patrimoniali non tengono conto del fatto che a versarle non sono i beni stessi, che “non hanno tasche”, ma le persone, che le pagano con il reddito prodotto nell’anno, già gravato dalle imposte sul reddito. Tassare il patrimonio significa, quindi, tassare due volte il reddito personale.
Infatti, il patrimonio colpito dall’imposizione patrimoniale deriva da redditi già tassati in passato e ha già scontato imposte di trasferimento, come l’imposta di registro o, in alternativa, l’IVA all’atto dell’acquisto.
Pertanto, l’imposta patrimoniale, sotto il profilo del prelievo, non è diversa dall’imposta sul reddito. Per farvi fronte, infatti, occorre attingere al reddito dell’anno in corso che, in alcuni casi, non è sufficiente e rende quindi necessario ricorrere direttamente al patrimonio che, non avendo tasche, deve essere liquidato o ceduto.
La tassazione patrimoniale, inoltre, si riflette negativamente sulle imprese e sul lavoro, poiché tutti i settori dell’economia sono tra loro collegati come vasi comunicanti. Se, ad esempio, si tassano gli immobili, gli effetti negativi di quella tassazione si riversano inevitabilmente sulle imprese e sull’occupazione.
Le imposte patrimoniali su immobili, barche e automobili danneggiano, rispettivamente, il settore edilizio, quello nautico e quello automotive, oltre a tutte le filiere collegate, con la conseguente perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro difficilmente recuperabili.
Anche tassare il risparmio produce effetti negativi sulle imprese e sull’occupazione.
Secondo Luigi Einaudi, solo il risparmio poteva finanziare gli investimenti necessari alla crescita:
«All’uomo della strada e agli economisti antiquati pare assurdo trovare a prestito miliardi, se prima i miliardi non siano stati messi da parte e non siano tuttora disponibili: “senza lepre non si fanno pasticci di lepre”.»
(Luigi Einaudi, Il mio piano non è quello di Keynes, 1933, p. 132).
Senza un atto di risparmio e, quindi, senza un’astensione dal consumo, non è possibile procedere a nuovi investimenti. Né il credito fornito dalle banche è ritenuto da Einaudi idoneo a spingere verso l’alto i prezzi e a ricostituire quei margini di profitto necessari per rilanciare la produzione. Anche la Costituzione italiana, all’articolo 47, recita: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme».
Nel 2012, con il cosiddetto Governo tecnico, il peso della tassazione patrimoniale è cresciuto di 12,8 miliardi di euro, pari a un aumento del 40% rispetto all’esecutivo Berlusconi del 2011.
Che cosa è accaduto? Nonostante si paghino sempre più tasse, con un gettito fiscale passato dai 410 miliardi del 2011 ai circa 696 miliardi di oggi, con un incremento di 286 miliardi, il debito pubblico è salito da circa 1.900 miliardi a circa 3.050 miliardi, con un aumento di oltre 1.100 miliardi. Nello stesso periodo i poveri assoluti sono passati da 3,4 a 5,6 milioni. Aumentare le tasse per ridistribuirle, quindi, non è servito a ridurre la povertà.
La parola chiave che accomuna tutta l’area della sinistra, dai comunisti ai socialisti, fino ai socialdemocratici e ai cosiddetti progressisti, è ridistribuzione. Ma che cosa significa? Perché si parla di ridistribuzione e non semplicemente di distribuzione?
Secondo questa impostazione politica è necessario correggere la distribuzione del reddito avvenuta spontaneamente dal basso, attraverso i meccanismi produttivi, cioè mediante il rapporto sinallagmatico tra compenso e prestazione lavorativa e/o investimento. Tale distribuzione viene ritenuta ingiusta e, di conseguenza, deve essere modificata dall’alto, attraverso una nuova distribuzione decisa non dai consumatori, dai lavoratori, dai datori di lavoro, dagli investitori o dal mercato, ma da un decisore centralizzato, che stabilisce quale parte del compenso derivante dal lavoro o dall’investimento ciascuno potrà conservare.
Il fine dichiarato di questa diversa ripartizione del reddito è il livellamento generalizzato volto ad abolire le disuguaglianze tra i cittadini. Tuttavia, molti confondono la lotta alla povertà con la lotta alle disparità. Il vero problema è la povertà, che va eliminata estendendo la ricchezza creata attraverso il libero scambio e lo sviluppo economico e tecnologico.
Adam Smith, attraverso la metafora della “mano invisibile”, individuava nell’interesse personale dell’individuo la forza capace di generare inconsapevolmente ricchezza anche per la collettività.
Oggi, quella mano invisibile — o, meglio, la mano reale degli italiani — è stata letteralmente rimossa. L’ambizione individuale, infatti, rappresenta il presupposto della creazione della ricchezza e, in un’economia non drogata né dirigista, il bisogno di garantirsi stabilità e sicurezza economica viene premiato attraverso tre forme di rendita: quella immobiliare, quella finanziaria e quella d’impresa.
Ebbene, in Italia si sono create le tre condizioni per l’eterna apatia.
Dopo il Governo tecnico e l’aumento della tassazione sulla casa è venuto meno l’investimento immobiliare; con le attuali politiche monetarie i risparmiatori non vedono remunerati i propri risparmi; la redditività d’impresa è falcidiata da una storica legislazione sfavorevole alle aziende, caratterizzata da una delle tassazioni più elevate al mondo e da una burocrazia soffocante.
Per ridurre il numero dei poveri è necessario abbassare le tasse, favorendo la crescita delle imprese e dell’occupazione. Occorre una diminuzione generalizzata della pressione fiscale, cioè rivolta a tutti i contribuenti, senza inseguire classi, categorie o blocchi sociali, eliminando la giungla di regimi speciali, agevolazioni settoriali, detrazioni, deduzioni, bonus e tax expenditures. La riforma deve essere semplice, chiara e soprattutto strutturale, stabile, non limitata a interventi una tantum, così da consentire una programmazione di lungo periodo e investimenti fondati sulla certezza del carico fiscale futuro. Un esempio pratico: in Italia nessun contribuente ha mai potuto compilare una dichiarazione dei redditi seguendo regole identiche a quelle dell’anno precedente.
Esiste un piccolo volume scritto da Luigi Einaudi nel 1946, intitolato L’imposta patrimoniale, nel quale l’autore afferma: «In verità capitale e reddito non sono due entità distinte, sibbene la stessa entità vista sotto differenti sembianze». Egli osserva che l’imposta patrimoniale prende questo nome solo perché il metodo di calcolo è commisurato al patrimonio ma, nella sostanza, colpisce sempre il reddito, poiché il contribuente attinge a esso per pagarla e non al patrimonio, che è immobilizzato e, come tale, non immediatamente disponibile per effettuare pagamenti.
Anche l’OCSE è molto critica nei confronti dell’imposta patrimoniale e ha affermato:
«A net wealth tax is equivalent to a proportional tax on a presumptive return, meaning that the tax is levied irrespective of the actual returns earned on savings.»
Tradotto:
«Un’imposta sul patrimonio netto equivale a un’imposta proporzionale applicata a un reddito presuntivo, nel senso che l’imposta patrimoniale è riscossa indipendentemente dall’esistenza di un effettivo reddito prodotto dal patrimonio risparmiato.»
Dunque, abbiamo scoperto che anche l’OCSE è einaudiana.
Questo evidenzia anche una profonda differenza tra il pensiero di Keynes e quello di Einaudi. Il primo immaginava il mondo dell’uomo rigidamente suddiviso in compartimenti stagni, nei quali il risparmiatore non è investitore, il consumatore non è risparmiatore e il proprietario non esercita il controllo.
Per Einaudi, al contrario, risparmio, investimento e consumo fanno capo alla stessa persona, all’«uomo intero» einaudiano, nel quale convivono «un complesso e misterioso miscuglio di istinti egoistici e di sentimenti morali e religiosi, di passioni violente e di amori puri».
L’uomo intero di Einaudi si realizza quando è proprietario della casa in cui vive dignitosamente insieme alla propria famiglia.
A questo punto viene spontaneo ricordare Margaret Thatcher quando affermò:
«There’s no such thing as society, there are individual men and women and there are families.»
Ovvero:
«La società non esiste: esistono gli uomini, le donne e le loro famiglie.»
Inoltre, anticipando la teoria della piccola proprietà di Hernando de Soto, sosteneva che la proprietà privata cambia atteggiamenti e comportamenti individuali, perché essere proprietari di qualcosa porta naturalmente a prendersene cura, a lavorare per farla crescere e ad apprendere la virtù del risparmio, il concetto di remunerazione del rischio — fondamentale per comprendere il funzionamento del libero mercato — favorendo così l’indipendenza e il potere degli individui sulla propria vita. Una «nazione di proprietari», infatti, pone la proprietà alla base della responsabilità personale, della libertà individuale e della stabilità economica e sociale. Solo la proprietà offre alle persone la possibilità di scegliere e controllare la propria vita e l’obiettivo del Governo dovrebbe essere quello di estendere questa possibilità al maggior numero possibile di cittadini.
È proprio attraverso questo insieme di legami affettivi e di disponibilità dei beni che si esprime la libertà dell’uomo intero einaudiano: un’economia nella quale la proprietà privata sia diffusa grazie al lavoro e al risparmio e in cui, al contrario di quanto riteneva Keynes, nel «lungo periodo» non «saremo tutti morti», ma sopravvivranno i nostri figli.
*https://www.nuovogiornalenazionale.com/considerazioni-sulla-tassazione-patrimoniale/#
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Elena Vigliano
Economista d’impresa, si è laureata in Economia e Commercio presso l’Università “La Sapienza” di Roma; in seguito si è specializzata nella consulenza fiscale, societaria e del lavoro, vantando una pluriennale esperienza nel supporto strategico alle imprese. Grazie a un percorso formativo internazionale, con studi in scuole americane e inglesi e periodi di vita all’estero, anche in Africa, ha sviluppato una visione globale e una profonda comprensione delle dinamiche economiche e culturali. Come economista d’impresa, applica conoscenze teoriche e pratiche per guidare le aziende nella gestione efficiente, nella pianificazione strategica e nella creazione di valore, con particolare attenzione agli aspetti fiscali e normativi. Attualmente presiede “Liberimpresa”, associazione dedicata alla promozione del pensiero e della cultura liberale in Italia e all’estero, con l’obiettivo di dimostrare che le politiche assistenziali e lo statalismo rischiano di soffocare l’iniziativa individuale, la competitività e l’efficiente allocazione delle risorse, mentre è necessario promuovere soluzioni basate sulla concorrenza e sulla sussidiarietà.
Articolo di Elena Vigliano
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