Torna nella Capitale Videocittà, il festival della Visione e della Cultura Digitale ideato da Francesco Rutelli, che si svolgerà al Gazometro di Roma dal 10 al 12 luglio 2026. Preceduto, ma solo di un giorno da Agorà, la piattaforma professionale dedicata all’internazionalizzazione dell’ecosistema creativo e digitale italiano, diretta da Guido Airoldi.
Il programma di Videocittà
Il festival quest’anno parlerà di acqua e di ambiente sotto il tema Watercult, sempre esplorando le avanguardie tecnologiche, le arti digitali e i nuovi linguaggi immersivi. Non manca, come di consueto, il programma legato all’arte curato da Damiana Leoni e Rä di Martino, che ospita artisti quali Adrian Paci, Cecilia Bengolea, Monira Al Qadiri, Shahzia Sikander con il programma di videoarte strutturato in due serate sulla terrazza del Gazometro G3.
Che cos’è Agorà
All’interno di Videocittà c’è la piattaforma Agorà. Nata nel 2020, è uno spazio profilato dove artisti, studi e piccole imprese della creatività digitale possono attivare dialoghi strategici, presentazioni di eccellenza estringere coproduzioni con potenziali interlocutori internazionali provenienti da tutto il mondo. Dopo sei anni di attività, il bilancio è di oltre 1400 incontri e quasi 20 coproduzioni internazionali concluse, portando il talento italiano in piazze globali come New York, Riad e Madrid. Per l’edizione 2026, Agorà si espande ulteriormente, coinvolgendo 21 paesi e 44 decision maker internazionali, consolidando Roma come un hub centrale per l’industria creativa e digitale,
Chi è Guido Airoldi
Romano, classe 1995, si occupa di sviluppo internazionale, partnership strategiche e progettazione culturale, con particolare focus sulla costruzione di reti internazionali tra istituzioni, imprese, artisti e organizzazioni culturali. È Chief Growth Officer & External Relations di Casta Diva Art & Show, e Project Leader di CO-VISION, progetto europeo finanziato dal programma Creative Europe che coinvolge 12 partner di 11 Paesi, coordinando il partenariato internazionale, le relazioni con la Commissione Europea e lo sviluppo strategico del progetto. Fa, inoltre, parte del Board di TEDxRoma ed è membro della giuria delle XR Artistic Residencies di Villa Medici – Accademia di Francia a Roma. Per Videocittà è Head of International Development & Partnership. Con lui abbiamo parlato di Agorà tra clisi crimatica del pino, Intelligenza Artificiale ed evoluzione del progetto, in questa intervista.

Intervista a Guido Airoldi di Videocittà
Che cos’è Agorà e a chi serve. Spieghiamolo bene.
È la piattaforma professionale di Videocittà, che ha come obiettivo quello di internazionalizzare l’ecosistema di creativi e in generale delle aziende che operano nel settore della creatività digitale, supportando la loro rappresentanza e competitività sui mercati esteri. Quindi i primi a cui serve sono gli artisti, gli studi e le piccole imprese che operano nel settore dell’arte o del digitale applicato al campo artistico, che vogliono esportare dei progetti, creare delle coproduzioni con altri studi all’estero o con dei potenziali interlocutori.
Nel tempo questo in cosa si è tradotto?
In artisti della nostra rete che tramite Agorà hanno potuto portare i loro progetti chi a Riad, chi a New York, chi in Spagna. Negli anni, inoltre, questo network si è allargato sempre di più. Parliamo di arte digitale e in generale di cultura digitale, però sotto tantissime vesti.
Ad esempio, legate al mondo performativo o dei club, come con il Sónar, che è nostro partner da 6 anni. Ogni anno la curatrice di Sónar+D viene a Roma per fare scouting, cercando principalmente artisti underground, di ricerca, di sperimentazione.
Agorà esiste da sei anni, nascendo nel 2020, in piena pandemia. Che bilancio tirate di questo progetto?
In termini di contenuti possiamo dire, dopo aver frequentato i principali festival e programmi simili in Europa e all’estero, è che nel 2026 riusciamo a creare un programma in Italia che è unico. Non c’è un punto di riferimento per la nostra industry così strutturato con così tanti player internazionali. Sarà prima volta in cui 44 decision maker del mondo delle arti digitali saranno riuniti in un’unica città italiana.
Diamo qualche numero?
Possiamo affermare dopo sei anni, di aver – tramite Agorà, che fino a quest’anno era molto più piccolo come progetto – incoraggiato quasi una ventina di coproduzioni Italia-estero.
Oltre 1400 incontri strategici, più di 50 presentazioni. Abbiamo coinvolto fino ad ora 14 paesi, mentre l’edizione 2026 ne coinvolgerà 21, oltre 1400 partecipanti, unicamente professionisti, che sono il nostro target.Perciò anche nella comunicazione, nelle attività che facciamo, non puntiamo a un pubblico allargato e magari disinteressato, ma cerchiamo veramente di selezionare i partecipanti.

In soldoni come lavorate quando siete lì?
Un mese prima dell’evento lanciamo un’open call aperta a chiunque voglia partecipare ad Agorà, e selezioniamo dei profili che saranno coinvolti in alcune delle attività. Quest’anno apriamo il 9 luglio con meeting point all’Hilton Eur La Lama, ci saranno 40 desk presidiati da altrettanti ospiti internazionali. Cerchiamo di garantire circa 18 incontri per ognuna delle persone che si è candidata ed ha superato la fase di selezione. Si procede con la sessione di B2B: in poco tempo il professionista racconta se stesso a un potenziale partner internazionale. Nel pomeriggio si apre la sessione di pitch presentation di 12 minuti, un format che funziona benissimo, con la sessione Ispirations from the World con cinque realtà internazionali che spiegano chi sono e cosa fanno, e poi danno uno sguardo al futuro su dove immaginano di essere tra 5-10 anni, quali sono le nuove figure professionali e artistiche che si sono venute a creare nel loro settore di riferimento etc. Passiamo a quella “Italian Excellences”, dove invece diamo voce a artisti o studi creativi nostrani,
Qualche nome?
Abbiamo la Biennale di Design di Doha, i Fuse*, i Claire Fontaine….
Gli artisti in concreto come vengono selezionati e soprattutto cosa significa per loro, entrare a far parte di questo ecosistema, con non è una fiera – voi lo definite marketplace boutique – che è comunque molto profilato?
Sono selezionati dalla nostra giuria interna composta dal team di Videocittà, che valuta in base agli interessi che hanno espresso qual è il profilo più giusto. Gli artisti all’iscrizione consegnano il proprio portfolio e una serie di desiderata, in base ai quali pensiamo concretamente se e come possiamo creare delle opportunità di collaborazione, se abbiamo il player giusto da proporre. A sua volta anche il buyer internazionale ci ha dato una lista di figure che sta cercando sul territorio. Praticamente è un match di esigenze.
E come si realizza?
Di fatto vivendo due o tre giorni insieme, un meeting tra artisti, curatori, direttori, creando un rapporto più intimo e concreto. Il 10 luglio, ospiteremo la rete in una preview dedicata di Videocittà, realizziamo degli studio visit girando insieme nel minivan, praticamente diventa una vacanza. Ci sono momenti di festa, di networking. E poi naturalmente c’è il programma legato al festival che è di alta qualità, quest’anno si parla moltissimo di acqua in tutte le sue forme, con un focus sui temi ambientali, performance sperimentali audiovisive o banalmente stand food & beverage di livello.

Questa commistione tra business e accoglienza funziona?
Quando l’anno scorso sono stato a Montréal durante Hub, che è un format simile, sebbene un po’ più business-oriented, una delle curatrici mi ha detto che quello che aveva apprezzato di Agorà era la cura in tutti i suoi dettagli, come tutto fosse stato pensato per far stare a proprio agio curatori, direttori e artisti per tre giorni.
Quali altri casi ci sono all’estero, oltre a questo di Montréal e ovviamente il vostro?
Come riferimenti prenderei sempre a Montréal il MUTEK, un’eccellenza che come noi ha una doppia natura: è un “antico” festival di audiovisivo contemporaneo e di digital art però in ambito performativo. Nasce a Montréal, poi si espande a Tokyo, in Messico e a Barcellona, diventando un brand internazionale. Poi c’è il MUTEK Forum, che è strutturato come noi. Poi a Lille in Francia c’è l’Image Beyond Screen International Conference – IBSIC, molto setteoriale e verticale sul tema del video mapping, con un grande lavoro di diplomazia culturale sui paesi emergenti. Hanno aiutato il Guatemala a realizzare il Festival de La Luz di Antigua, il primo del Guatemala e in generale del Centro America, fatta eccezione per il Messico. Quest’anno hanno supportato il Burundi, realizzando primo festival di video mapping. Negli Stati Uniti c’è South by Southwest, ma è un contenitore molto grande che ha dentro di tutto.
E in Italia c’è qualcosa?
Da due anni Maria Grazia Mattei fa un ottimo lavoro al MEET di Milano fa un buon lavoro. Portano inoltre avanti il progetto, da poco conclusosi The New Atlas of Digital Art.
Hanno un programma che funziona molto bene, che non prevede una parte di B2B e che riesce a coinvolgere una bellissima rete, principalmente a scopo divulgativo. Inoltre, penso al Bright Festival di Firenze, che stimiamo molto: di fatto all’estero siamo quasi sempre noi tre a rappresentare l’Italia in questo settore specifico.
Tornando ad Agorà si parlerà di acqua e di ambiente, legandosi al tema di Videocittà di quest’anno.
Sì, anche se Agorà ha una sua vita propria, quindi si lega su alcuni aspetti a Videocittà, mantenendo per altri una certa autonomia. Parleremo dunque di ambiente non tanto legato all’acqua, ma ad esempio alla crisi climatica del pino. Mostreremo il lavoro che abbiamo fatto con la tenuta del Presidente Mattarella di Castelporziano, con le riprese in realtà virtuale che abbiamo realizzato, discutendo di una crisi che è sotto gli occhi di tutti, ma che è estremamente sottovalutata. Le istituzioni si sono mosse a riguardo, ma nell’immaginario collettivo è impossibile che possa estinguersi il pino. Pian piano però se ne sta accorgendo chi magari ha la casa al mare e non ha più la pineta, o chi aveva la fortuna di avere nel comprensorio un pino e gli sta morendo sotto casa. È un tema che noi abbiamo molto a cuore perché il pino fa parte dello skyline della città di Roma.
Citate i casi di successo di edizioni passate, come Ultravioletto ad Art Basel o Quayola a Toronto. C’è un aneddoto o una collaborazione nata spontaneamente nelle scorse edizioni che ti rende particolarmente orgoglioso?
Sono molto legato al ricordo di una collaborazione realizzata con la prima edizione di Agorà, lanciata durante la pandemia. C’èra una sfiducia generale sul futuro dell’intrattenimento live, nessuno ci sperava più di tanto. Eppure, Franz Rosati e Massimiliano Mascaro hanno chiuso una collaborazione con il Sónar e hanno partecipato all’edizione di Sónar 2021. I Fuse* lo scorso anno sono andati a Berlino e hanno partecipato alla Darkroom Exhibition. Davide Carbone di Electro Organic Orchestra ha lavorato con Filmmaster. Solo per fare qualche esempio.
Qual è lo stato di salute della scena digitale a Roma? Secondo te sta diventando una capitale attrattiva per questo tipo di talenti oppure c’è ancora un certo gap rispetto ad altri hub europei?
In generale, rispetto all’Europa c’è ancora da lavorare: la difficoltà è quella di mostrare il proprio lavoro e per gli artisti di esprimersi (parlo sia dell’ambito performativo che delle visual arts). C’è una scena che fatica ad emergere, ma questo vale un po’ per tutta l’Italia, però penso che Roma, in questo momento, sia la città in cui sia più facile credere ad una carriera nel mondo del digital. Alcuni dei nostri colleghi fanno un ottimo lavoro. Penso al Live Cinema Festival, alle Accademie come la NABA o la Rufa, lo IED, l’ISIA, la Saint Louis. Noi lavoriamo con tutti loro. E, senza voler essere autoreferenziali, penso anche che il lavoro che abbiamo fatto con Agorà e con Videocittà abbia contribuito a far crescere un ecosistema, alimentato da tutte le istituzioni sopra citate.

A proposito di scuole e di accademie quali sono le competenze creative o tecniche che oggi mancano sul mercato italiano o che comunque sarebbero da sviluppare?
Penso che stiamo sottovalutando la rivoluzione che porterà l’Intelligenza Artificiale in ogni ramo della produzione audiovisiva, digitale e artistica. Per quanto se ne parli tanto, credo che al momento non esista un vero corso che faccia comprendere le potenzialità della IA e come padroneggiarle. La tendenza internazionale è che si tratta di uno strumento che è sempre più parte del quotidiano delle grandi aziende, vedo professionisti che fanno cose spaventose con l’intelligenza artificiale (chiaramente non delegando il proprio lavoro, ma anzi raggiungendo nuove dimensioni e nuovi livelli di profondità). In questo momento crediamo di essere stati furbi se abbiamo scritto una mail con ChatGPT o se abbiamo revisionato un testo correttamente, o ancora se abbiamo scritto un comunicato stampa in mezz’ora, ma non ci rendiamo realmente conto di quello che all’estero fanno realmente con l’intelligenza artificiale manager, creativi o altre figure di questo calibro.
Quindi secondo te, se dobbiamo guardare al futuro e all’evoluzione tecnologica da qui ai prossimi tre anni, la tecnologia che ridefinirà il modo in cui concepiamo i grandi eventi culturali, le produzioni eccetera è l’IA generativa applicata alla live art.
Applicata a tutti i settori di una produzione, sia quelli strettamente creativi e visuali, ma anche quelli progettuali o amministrativi. Ne sono sempre più convinto. Abbiamo vissuto nel nostro settore la bolla degli NFT – si poteva prevedere che di bolla si trattava, ma francamente era anche l’unico sistema di tutela di un artista digitale -. Nel momento in cui l’NFT è stato approcciato dal business è durato il tempo di una primavera ed è svanito.
E l’IA?
Rivoluziona qualsiasi schema. C’è stato un periodo in cui ne ero spaventato, e lo sono ancora. è uno strumento ambivalente: come un coltello in cucina, può essere pericolosa se usata impropriamente, ma rimane importantissima per creare qualcosa di straordinario. La sfida è padroneggiarla per espandere la nostra creatività senza scadere nella superficialità.
Certo. Cosa porti a casa, nel tuo lavoro di tutti i giorni, da Agorà e da Videocittà? Come ti influenzano queste esperienze?
È una forma di turismo intellettuale: restare a casa lasciandosi ispirare dalle eccellenze globali, trasformando Roma in un crocevia di visioni e culture. È un movimento, un confronto di idee, sempre stimolante, una conversazione aperta con i colleghi provenienti da tutto il mondo e dal mio stesso ambito.
Santa Nastro
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