Quando la famiglia è una condanna, allontanare i figli è un atto di speranza. “Liberi di scegliere” è quasi legge


Allontanare un minore dalla propria famiglia può essere un atto di giustizia e di speranza: lo è quando la sua famiglia lo condanna a un futuro già scritto, imponendogli un’eredità di violenza e sofferenza che segnerà il suo destino. 

Separare il minore dalla sua famiglia mafiosa è un atto di coraggio, una rivoluzione che, in Italia, sta per diventare legge. È una buona prassi che arriva dall’estremo sud Italia e che ha l’ambizione e la capacità di segnare una svolta nel contrasto alla criminalità organizzata, facendo leva sui più piccoli: i figli, a volte i nipoti, ultimi anelli di una catena che si può e si deve spezzare.

Per questo, il 1° luglio 2026 è un giorno che segna un passo decisivo in questa storia di anelli, di catene e di destini da scriviere: è il giorno in cui la Camera ha approvato all’unanimità la proposta di legge A.C. 2696-A, nota come “Liberi di scegliere”, dal nome del protocollo che intende tradurre in norma. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato.

L’obiettivo è introdurre e attuare misure di protezione personale e di sostegno sociale ed economico a tutela dei minorenni, dei giovani adulti fino ai venticinque anni e dei genitori di riferimento che vivono in famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata o dediti al narcotraffico e intendano sottrarsi a tali ambienti.


Protocollo e proposta di legge nascono dall’esperienza del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria e dal cosiddetto “metodo Di Bella”, che ha lo scopo di sostenere e accompagnare l’affrancamento di bambini, ragazzi e donne da un destino scritto dalla criminalità organizzata, che proprio nei familiari trova la sua forza.

Le misure scattano in presenza di grave e concreto pregiudizio per l’integrità psicofisica del minore, con l’adozione di provvedimenti civili di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale, o nell’ambito del processo penale con la sospensione e messa alla prova  del minore e giovane adulto o nell’ambito delle misure alternative alla detenzione.

L’allontanamento dal contesto familiare e territoriale è la misura più drastica, prevista in condizioni di estrema gravità. Altrimenti, sono previsti interventi domiciliari e sul territorio, come il supporto psicologico e socioeducativo, percorsi educativi, formazione, inserimento e reinserimento lavorativo, educativa domiciliare, attività culturali e sportive e tutto ciò che riesca a costruire, intorno al minore, una rete di protezione e a fornirgli strumenti e risorse per una scelta consapevole del proprio futuro.

Al “padrino” di questo metodo chiediamo di partire proprio dal voto alla Camera, per ripercorrere le tappe principali di questa storia, fin dalle sue origini e soprattutto dalle sue ragioni.

Dottor Di Bella, alla Camera non c’è stata solo l’approvazione: c’è stata l’unanimità. Cosa significa?


È un risultato straordinario: 209 presenze, 209 voti, nessun astenuto, nessun contrario: questo è indice di maturità politica e di grande attenzione verso un tema cruciale.

Tutte le forze, evidentemente, hanno compreso l’importanza di questa proposta, che nasce da un lavoro della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Chiara Colosimo, la quale ha istituito per la prima volta un comitato dedicato proprio alla “Protezione dei minori e alla cultura della legalità”, affidandolo alla guida di Enza Rando, senatrice di minoranza, ma la cui esperienza come vice presidente di Libera è stata così valorizzata.

Il comitato ha compiuto le attività istruttorie per l’elaborazione di un apposito articolato normativo, da cui è scaturita la presentazione di una proposta di legge condivisa da tutti i gruppi parlamentari.

Dopo lo straordinario risultato alla Camera, confido che al più presto si arrivi all’approvazione in Senato, forse già prima della pausa estiva, o immediatamente dopo.

Roberto Di Bella

Quali sono le radici e i riferimenti di questa proposta di legge? E quali strumenti prevede?


La proposta di legge riprende l’orientamento giurisprudenziale di Liberi di scegliere, progetto nato a Reggio Calabria, dove ho lavorato per 25 anni, come giudice poi come presidente, presso il Tribunale per i minorenni, prima di trasferirmi a Catania, sempre presso il Tribunale per i minorenni.

La lunga esperienza professionale in Calabria mi ha offerto un punto di osservazione privilegiato sulle dinamiche criminali di quel contesto. La ‘ndrangheta ha una struttura familiare, per cui i componenti della famiglia criminale sono quelli della famiglia biologica: ci siamo trovati a processare prima i papà e poi i figli. Spesso il ramo era ancora più lungo e articolato, con fascicoli che me mettevano insieme nonni, zii, nipoti. Far parte di una famiglia significa, in certi contesti, essere condannati a un futuro che altri hanno scelto. 

Cosa significa questo? E come si traduce nella quotidianità?

In quei contesti la cultura criminale si assorbe in famiglia. Abbiamo assistito a vicende terribili: minorenni imputati di 5-6 omicidi, ragazzi coinvolti nel narcotraffico internazionale, o utilizzati come vivandieri per i latitanti in Aspromonte, per non parlare di estorsioni, rapine, traffico d’armi.

È stato terribile, come giudice ma prima ancora come uomo, processare ragazzini di 15-16 anni coinvolti nell’omicidio o nel tentato omicidio di madri che avevano tradito i padri detenuti, o che avevano addirittura “osato” chiedere la separazione: un delitto che, per queste famiglie, si punisce con il sangue.


Ho visto sfilare in tribunale migliaia di ragazzi che avevano ancora una luce nello sguardo: potenzialità,  talenti e sensibilità per aspirare a una vita diversa.

Di fronte a questo orrore, ma anche a questa speranza, abbiamo deciso di utilizzare precocemente gli strumenti della giustizia minorile in presenza di fattori sintomatici come dispersione scolastica, bullismo, piccoli reati dimostrativi, assenza di uno o entrambi genitori detenuti per mafia.

Quali sono questi strumenti?

Nei casi più gravi, allontaniamo i ragazzi dal contesto familiare e sociale e li inseriamo in famiglie affidatarie – laddove disponibili – o in comunità: innanzitutto per tutelarli  – alcuni, come i testimoni di omicidi, rischiano di essere uccisi dalla criminalità organizzata – ma soprattutto per dotarli degli strumenti culturali che li rendano, appunto, liberi di scegliere il proprio futuro e affrancarsi dalle orme parentali.

Io lo definisco un “progetto Erasmus della legalità”, che porta a fare un’esperienza lontano da casa, in questo caso non solo per studiare, ma soprattutto per conoscere e introiettare modelli diversi.


Laddove non risulti necessario l’allontanamento, è previsto l’intervento sul posto, con una vera presa in carico attraverso diversi strumenti: l’educativa domiciliare, i percorsi di educazione alla legalità il supporto psicologico e pedagogico, l’istruzione, la formazione, per i più grandi l’inserimento lavorativo, per i più piccoli la partecipazione ad attivista educative e sportive. 

Grazie all’aiuto fondamentale di assistenti sociali, educatori, psicologi, volontari facciamo capire ai ragazzi che la violenza non è lo strumento di risoluzione delle controversie e che il carcere non è una tappa della vita, né tantomeno una medaglia da appuntarsi sul petto come attestato di professionalità: il carcere, al contrario, è luogo di sofferenza, mentre la libertà è il bene da scegliere sempre, a tutti i costi.

È previsto l’ascolto del minore, o l’allontanamento è disposto indipendentemente da questo?

Il minore è sempre ascoltato e a questo scopo viene nominato un tutore o un curatore speciale. In presenza di un grave pericolo, però, il minore va comunque allontanato: parliamo di testimoni di omicidi, o di bambini di 6-7 anni coinvolti nel traffico di sostanze che rischiano di assumere, o di bambini di 1 o 2 anni utilizzati come scudo, per esempio per nascondere panetti di droga nei passeggini. Ricordo un bambino di 11 anni, in Calabria, che rischiava di essere ucciso per aver rubato della cocaina alla ‘ndrangheta.

A volte l’impatto dell’allontanamento è forte, spessp all’inizio adulti e bambini reagiscono male, ma col tempo comprendono e collaborano, quando capiscono che non si tratta di una punizione, ma di una tutela e di una possibilità. Per i più piccoli, cerchiamo di coinvolgere anche la mamma, convincendola ad andare via insieme ai figli. E chiediamo aiuto anche ai familiari in carcere.


In che modo e con quali risultati?

Entriamo in contatto con loro soprattutto tramite videoconferenza: usando le parole giuste e spiegando bene gli obiettivi del provvedimento, chiediamo il loro aiuto, perché partecipino attivamente alla costruzione di una possibilità diversa per i propri figli.

Di solito, non solo comprendono, ma abbracciano il progetto come un’opportunità di riscatto per i loro figli e, attraverso questi, anche per loro

Abbiamo avuto anche un nonno, un noto boss, che una volta capito il progetto, ci ha chiesto di fare tutto il possibile per garantire ai nipoti una vita diversa dalla sua. Ed è diventato lui stesso collaboratore di giustizia.

Molte di queste persone, in carcere, sentono di aver sprecato la propria vita: tramite questo progetto, hanno l’occasione di riabilitarsi e di offrire una possibilità diversa ai loro figli o nipoti.


E le madri? Come reagiscono di fronte ai provvedimenti e quale ruolo giocano?

La maggior parte di loro, una volta superata l’iniziale resistenza al provvedimento, comprendono che questo è a tutela dei figli e diventano collaborative e spesso ci chiedono aiuto per allontanarsi insieme ai figli.

Molte non hanno dichiarazioni da offrire per poter entrare in protezione, per cui grazie a Libera abbiamo costruito un circuito di accoglienza proprio per donne e minori, diventata prima una best practice recepita nel protocollo governativo Liberi di scegliere e ora confluita nel disegno di legge nazionale approvato.

Come si è passati da una buona prassi locale a un provvedimento nazionale?

La proposta di legge trasforma in norma l’orientamento giurisprudenziale nato a Reggio Calabria nel 2012, che è diventato oggetto di un protocollo governativo, rinnovato periodicamente sino all’ultima versione nel marzo 2024, estendendosi a Catania, Napoli, Palermo e Catanzaro, fino a diventare proposta di legge nazionale.


Il protocollo è stato esteso ad altri uffici giudiziari grazie ad alcuni propulsori importanti, tra cui il Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia, Andrea Ostellari, e il Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile Antonio Sangermano, che hanno spinto per rinnovarlo e estenderlo.

Oggi più di 200 minori sono stati coinvolti nel progetto, 34 donne si sono allontanate dal proprio territorio e sette sono diventate collaboratrici di giustizia. Anche tre boss hanno deciso di collaborare con la giustizia, tra cui il “nonno boss” di Catania.

L’amore per i figli – o per i nipoti – unito alla consapevolezza di uno Stato che tende la mano e offre una possibilità, permette a tanti di varcare il Rubicone. Anche i boss che non si pentono, spingono le mogli ad andare via, quando spieghiamo loro che in questo modo possono risparmiare ai loro figli le sofferenze che stanno patendo loro, al 41 bis.

Prima di diventare proposta di legge nazionale, il protocollo si è tradotto in due leggi regionali, in Sicilia e in Calabria. Quali sono i contenuti principali di queste norme?

Sì, la proposta di legge ha avuto una sorta di consacrazione normativa in queste due leggi regionali: quella calabrese ha un carattere soprattutto culturale e prevede lo studio del mio libro “Liberi di scegliere. La battaglia di un giudice minorile per liberare i ragazzi della ‘ndrangheta” e la visione dell’omonimo film (disponibile gratuitamente su Raiplay, ndr) in tutte le scuole calabresi, sdoganando così il tabù della ‘ndrangheta nelle aule scolastiche.


Il film è diventato così un potente strumento di educazione alla legalità nelle scuole, ribaltando lo stereotipo della tradizionale narrazione del genere, facendo vedere quella che è la sofferenza all’interno delle famiglie di mafia.

Acquistato da piattaforme come Disney+ e Netflix, il film sta veicolando il progetto a livello mondiale. Non è da escludere che se ne possa presto realizzare una serie.

In Sicilia, la legge n.24/2025 prevede anche importanti interventi di carattere sociale e sanitario, tra cui l’istituzione di equipe multidisciplinari delle Asp (Aziende di servizi alla persona, ndr) al servizio dell’autorità giudiziaria minorile, formazione specifica e progettualità di inclusione sociale e lavorativa, oltre che di contrasto alla dispersione scolastica anche attraverso l’ampliamento dell’offerta formativa nelle scuole.  

Cosa si aspetta dalla legge nazionale, quando sarà approvata?

Sono convinto che potrà cambiare la vita di migliaia di persone e diventare pietra miliare nelle strategie di prevenzione del disagio minorile e nel contrasto alla criminalità organizzata strutturata su base familiare o locale.


La legge prevede tanti strumenti: la possibilità di cambiare cognome, per le donne che vanno via; finanziamenti importanti per chi decide di rompere con il sistema mafioso, supporto psicologico e pedagogico, percorsi di inclusione.

Inoltre, la legge rafforza i circuiti comunicativi tra le Procure-Direzioni distrettuali antimafia e gli uffici giudiziari minorili. Questo significa, nella pratica, che quando c’è un’indagine di mafia ed emergono situazioni pregiudizievoli per i minorenni o viene emessa un’ordinanza cautelare per reati associativi verso persone con figli minori, le informazioni vengono veicolate alla Procura della Repubblica per i minorenni, che può chiedere provvedimenti di tutela e l’inserimento nel progetto Liberi di scegliere.

In generale, la legge permette non solo ai figli di scegliere liberamente, ma anche di “riabilitare”, in qualche modo, i genitori. I boss hanno così un’occasione di riscatto sociale, attraverso i propri figli.

Il messaggio contenuto in questa proposta di legge e nella sua storia è che non ci sono vite segnate per sempre. Per questo, speriamo che arrivi presto al traguardo: ce lo chiedono i bambini, i ragazzi, i figli e i nipoti dei boss e le mamme che ci affidano le loro speranze di riscatto. E in fondo ce lo chiedono anche i boss, che come padri o come nonni sognano per i propri figli o nipoti una vita migliore della propria.

Foto apertura dell’autrice. Foto interne fornite all’intervistato


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 Chiara Ludovisi

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