C’è una progressione logica, in questo Festival della Filosofia che sta stimolando il pensiero nel centro storico di Veroli. La prima sera, Telmo Pievani aveva ragionato sulla natura dell’intelligenza artificiale: cosa può fare, cosa non può fare, dove finisce la macchina e comincia l’umano. Una domanda filosofica nel senso più classico del termine, che riguarda la conoscenza, l’immaginazione, la capacità di porsi domande. (Leggi qui: A Veroli la filosofia apre con Pievani: l’AI non racconta storie. Noi sì).
Ieri sera, con il giornalista e scrittore Alan Friedman accompagnato da Laura Caschera, la prospettiva si è spostata di un grado: ma quel grado cambia tutto. Non più cosa è l’intelligenza artificiale ma cosa sta facendo. Alle democrazie. All’informazione. Al consenso. Al rapporto tra cittadini e potere. È il passaggio dalla metafisica alla politica e Veroli lo ha compiuto con la stessa naturalezza con cui un buon festival deve sempre muoversi: seguendo il filo di una domanda fino a dove porta, senza fermarsi dove è più comodo fermarsi.
Trump, i dazi e la geopolitica dell’algoritmo
Friedman è un osservatore dell’America con una prospettiva rara: conosce il Paese dall’interno, ne frequenta i meccanismi di potere e sa leggere i segnali prima che diventino tendenze. La sua lettura dell’era Trump, con le elezioni di midterm all’orizzonte, le nuove strategie economiche statunitensi, i dazi come strumento di pressione geopolitica, non è stato un esercizio di cronaca. Ma il contesto entro cui si gioca una partita più grande.
Quella partita riguarda il modo in cui la tecnologia (e l’intelligenza artificiale in particolare) è diventata uno strumento di potere nel senso più concreto del termine: non solo per produrre beni o ottimizzare processi, ma per costruire consenso, orientare l’informazione, plasmare la percezione della realtà. Dall’evoluzione dei social media ai sistemi generativi, il filo è continuo e la posta in gioco è cresciuta ad ogni passaggio. Quello che i social media avevano cominciato (la frammentazione dell’informazione, la creazione di bolle, la possibilità di personalizzare il messaggio su scala di massa) i sistemi di AI generativa lo portano a un livello di sofisticazione qualitativamente diverso.
La domanda che Friedman ha posto al pubblico verolano non era tecnica: non riguardava come funzionano questi sistemi. Riguardava se le nostre democrazie siano attrezzate a governarne gli effetti. È una domanda che sembra nuova ma ha radici antiche: ogni volta che una tecnologia di comunicazione ha cambiato il rapporto tra informazione e potere (dalla stampa a caratteri mobili alla radio, dalla televisione a internet) le istituzioni democratiche hanno dovuto reinventarsi per non essere travolte.
Questa volta la velocità del cambiamento è diversa, e il tempo a disposizione per adattarsi è più corto.
L’Europa come possibilità
C’è una frase in particolare, emersa nel corso della serata: «L’Europa deve imparare a dire no». Non è uno slogan sovranista, né un riflesso nostalgico di chi vorrebbe fermare il progresso. È la descrizione di una condizione politica precisa: un continente che ha costruito la propria identità sul primato del diritto, sulla tutela delle libertà individuali, sulla difesa dello Stato di diritto, e che si trova oggi a fronteggiare una pressione tecnologica che quelle categorie mette alla prova ogni giorno.
L’AI Act europeo (il primo tentativo di regolamentare l’intelligenza artificiale su scala continentale) è stato evocato come punto di riferimento, ma anche come soglia minima di un percorso molto più lungo. Una norma, per quanto ben costruita, non basta a governare un fenomeno che cambia più in fretta di qualsiasi processo legislativo. Quello che serve, e che il confronto della serata ha cercato di indicare, è qualcosa di più profondo: un’autonomia politica e culturale dell’Europa che le consenta di non essere semplicemente il territorio su cui si confrontano le potenze tecnologiche altrui, ma un soggetto capace di porre le proprie condizioni.
È un’ambizione che ha qualcosa di antico, risuona dei grandi dibattiti sul modello europeo come alternativa al capitalismo anglosassone. E qualcosa di urgente, perché il tempo per costruirla si sta restringendo. Le grandi piattaforme sono americane. I modelli fondazionali più potenti sono americani o cinesi. L’Europa ha competenze, istituzioni, mercati: ma non ha ancora tradotto tutto questo in una strategia che le consenta di stare al tavolo dove si decidono le regole del gioco.
Il pensiero critico come ultima difesa
Il punto d’arrivo della riflessione di Friedman è, paradossalmente, il più semplice da enunciare e il più difficile da realizzare: nessuna norma, nessuna istituzione, nessun algoritmo di controllo può sostituire il pensiero critico come strumento di difesa delle democrazie.
È una conclusione che si salda perfettamente con il filo della serata in cui è stato ospite Plevani: la macchina non si pone domande, risponde. E una democrazia in cui i cittadini non si pongono domande, in cui accettano le risposte preconfezionate, siano esse prodotte da un algoritmo di raccomandazione o da un sistema generativo, è una democrazia che ha già perso qualcosa di essenziale, prima ancora che arrivi qualcuno a minacciarla dall’esterno.
Il pensiero critico non si insegna con un’app. Si costruisce con il tempo, con l’esposizione a punti di vista diversi, con la disponibilità a sostenere l’incertezza senza cercare scorciatoie. È esattamente quello che un Festival della Filosofia come quello di Veroli pratica ogni sera, con il pubblico seduto in piazza ad ascoltare, a dissentire, a farsi cambiare idea.
L’Aperitivo Filosofico e la trama del festival
Anche questa sera, prima dell’incontro principale, Trifone Gargano ha guidato l’Aperitivo Filosofico, la novità di questa edizione che continua a confermarsi una delle più apprezzate dal pubblico almeno a giudicare dallo straordinario numero di presenti. Un formato che trasforma il centro storico di Veroli in uno spazio diffuso di riflessione, dove la filosofia si mescola alla vita quotidiana invece di separarsi da essa.
C’è una coerenza tra il contenuto delle serate e il formato dell’aperitivo che non è casuale. Friedman ha parlato di democrazia come pratica quotidiana, minacciata quando i cittadini smettono di partecipare attivamente alla costruzione del senso comune. L‘Aperitivo Filosofico è, nella sua piccola scala, esattamente il contrario di quella minaccia: un luogo in cui persone comuni si siedono insieme per pensare, discutere, cambiare idea. La democrazia come abitudine, prima ancora che come istituzione.
Questa sera: Ferraris e il comunismo digitale
Il programma prosegue questa sera al Chiostro di Sant’Agostino, alle 21.15, con Maurizio Ferraris e la presentazione del suo Comunismo digitale. È un titolo che suona provocatorio e lo è, deliberatamente. Ferraris è uno dei filosofi italiani più originali e più inclini a usare il paradosso come strumento di pensiero. La tesi del libro sostiene che nell’era digitale le grandi piattaforme abbiano realizzato una forma di collettivizzazione dei dati che ha qualcosa in comune, nella struttura se non nell’ideologia, con le utopie comuniste del Novecento. È un’idea che richiede di essere discussa, non soltanto accettata o respinta.
Dopo Pievani che ha ragionato su cosa l’AI non può fare, e Friedman che ha ragionato su cosa l’AI sta facendo alla politica, Ferraris ragionerà su cosa l’AI ha già fatto alla proprietà, all’individuo, al rapporto tra pubblico e privato. È il nuovo pannello di un trittico che Veroli sta costruendo con una coerenza che pochi festival riescono a mantenere: non una somma di ospiti illustri ma un ragionamento che si sviluppa sera dopo sera, con la pazienza e la profondità che le grandi domande meritano.
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