Sostenere, promuovere e valorizzare le testate giornalistiche nelle carceri e favorire la nascita di nuove esperienze. È questo l’obiettivo del Protocollo d’intesa siglato nell’aprile scorso tra Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap e Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti-Cnog che è stato presentato nella conferenza stampa presso la sede nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Nell’ambito dell’intesa, il Consiglio nazionale donerà 100 personal computer al Dap da distribuire per uso giornalistico nelle case di reclusione.
Un faticoso lavoro di volontari
Sono quasi 40 le testate giornalistiche che si avvalgono di redazioni all’interno degli istituti penitenziari. Si tratta di esperienze importanti alle quali collaborano giornalisti professionisti, «sono vere e proprie palestre di educazione civica, di legalità, di confronto e di educazione a un’analisi critica della realtà», ha detto Daniela De Robert, consigliera nazionale dell’Ordine dei giornalisti. «Alcune esistono da oltre 20 anni, altre stanno muovendo i primi passi. Tutte hanno bisogno di essere rafforzate. Per portarle avanti, c’è dietro un lavoro faticoso fatto con molto volontariato. A volte c’è la tentazione di parlare usando dei diminutivi e di chiamare “giornalini” quelli prodotti nelle carceri. Non sono giornalini, sono prodotti editoriali di livello e vogliamo lavorare per innalzarlo».
37 giornali negli istituti penitenziari
Su 37 giornali, «29 sono testate giornalistiche registrate, con un direttore responsabile; 26 coinvolgono solo la popolazione detenuta maschile, una la popolazione femminile, nella casa di reclusione Giudecca di Venezia. Sono 10 le testate realizzate sia da uomini detenuti che da donne ristrette, 31 sono prodotte da detenuti ristretti in circuiti di media sicurezza, due di alta sicurezza e quattro in reparti “protetti”», ha proseguito De Robert.

Nelle carceri di sei regioni non ci sono testate giornalistiche
La distribuzione dei giornali è: per nove solo interna, per quattro solo esterna. Tra le testate, 19 sono distribuite sia internamente sia esternamente (di queste sette in formato cartaceo), due sono inserti di pubblicazione esterna, tre di pubblicazione interna con un inserto di pubblicazione esterna. Sono distribuiti in 14 regioni italiane: cinque regioni del Nord, sei del Centro e tre del Sud. Non risultano in Campania, Friuli Venezia-Giulia, Molise, Sardegna, Umbria, Valle d’Aosta. Le regioni con il maggior numero di giornali all’interno degli istituti penitenziari sono la Lombardia, con 10 e il Lazio con cinque. Seguono l’Emilia-Romagna e la Toscana (quattro), le Marche e il Veneto (tre).
Il ministro Nordio: «Uno step di grande valore»
Durante la conferenza stampa, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha sottolineato che «la possibilità di portare negli istituti penitenziari questa forma di espressione è uno step di grande valore. Chi si trova in carcere sta scontando una pena ma non per questo perde la sua identità». Nordio ha detto che «una forma di rispetto sarà anche pubblicare sul sito del ministero della Giustizia questi articoli per non dimenticare che queste persone stanno espiando una pena».
Il presidente Bartoli: «È il capitolo iniziale di un percorso»
«Questo non è il capitolo finale di un percorso ma il capitolo iniziale», ha precisato il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli. L’intesa, della durata triennale, prevede la distribuzione di 100 pc da parte del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti a redazioni che già esistono e ad altre che si costituiranno. «Noi mettiamo in campo lo spirito di collaborazione di tanti colleghi che si metteranno a disposizione delle 29 testate con il direttore responsabile».
De Michele: «Il Dap non vuole mettere paletti»
«Come Dipartimento ci impegniamo a favorire la diffusione di queste importanti esperienze e ogni casa di reclusione potrà portarle avanti in autonomia», ha tenuto a precisare Stefano Carmine De Michele, capo di Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, firmatario del protocollo. A volte il Dipartimento è stato accusato di centralizzazione, il Dap ha un dovere di centralizzazione sulla sicurezza. Le redazioni facessero ciò che meglio ritengono sulla realtà locale, dobbiamo prenderle come buone prassi per altre realtà, il Dap non vuole in alcun modo mettere paletti», ha sottolineato De Michele.


La testimonianza di Salvatore Fani, redattore in carcere
«Sono nato nei Quartieri spagnoli di Napoli», ha detto Salvatore Fani, persona detenuta e redattore del giornale Ristretti Orizzonti. Collegato dalla casa di reclusione di Padova, insieme ai suoi compagni di redazione, alla direttrice del giornale Ornella Favero e alla direttrice del penitenziario Maria Gabriella Lusie, Fani racconta che è nell’istituto di pena dopo reati legati a contrabbando, droga, rapine. «A chi dice “buttiamo le chiavi” dico che ogni volta, in carcere, entrava un rapinatore e usciva un rapinatore. L’uso delle parole, nella redazione di Ristretti orizzonti, mi ha dato l’istruzione e la libertà di pensare. Il lavoro di redazione mi ha responsabilizzato con il progetto scuola-carcere e mi ha aiutato a confrontarmi con mio figlio. Facciamo formazione e veniamo formati», ha continuato Fani. «Oggi subisco il fascino del riconoscimento costruttivo, ho imparato a fare i conti con quello che ho perso. Ho perso l’infanzia di mio figlio e ho guadagnato tanta galera».
Annunciata la trasmissione alla presidenza del Consiglio dell’emendamento dell’equo compenso per i giornalisti
Durante la conferenza, il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha annunciato: «Abbiamo trasmesso alla presidenza del Consiglio l’emendamento sull’equo compenso per i giornalisti. C’è l’intenzione di presentarlo all’interno del decreto 100, che andrà in votazione a breve». «Viene sbrogliata una matassa, un intreccio giuridico che impediva di trovare una soluzione. La votazione a breve ci rallegra fortemente», ha commentato il presidente Bartoli.
Nella foto di apertura, una riunione di redazione del giornale “Ristretti orizzonti”, inviata dalla direttrice Ornella Favero, nell’articolo dell’autrice
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Ilaria Dioguardi
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