Il 37,6% va collocato nel suo perimetro statistico: riguarda il rapporto tra imposte, contributi sociali e Pil nel trimestre gennaio-marzo. Il numero parla dell’intera economia nazionale e non coincide con l’aliquota versata da un lavoratore, con il prelievo su una pensione o con la fiscalità di una singola impresa.
Perimetro del pezzo: le amministrazioni pubbliche sono lette sulla serie grezza e il confronto avviene con il primo trimestre 2025. Famiglie e società non finanziarie sono lette sulla serie destagionalizzata e il confronto principale corre sul quarto trimestre 2025.
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Il 37,6% e il rapporto con il Pil
La pressione fiscale Istat è il rapporto percentuale tra la somma di imposte dirette, imposte indirette, imposte in conto capitale e contributi sociali da una parte e il Prodotto interno lordo dall’altra. Nel primo trimestre 2026 questo rapporto raggiunge il 37,6%, in rialzo di 0,3 punti percentuali sullo stesso periodo del 2025.
La variazione nasce dal passo delle entrate rispetto al denominatore e dalla stagionalità del conto pubblico. Per questo il valore trimestrale resta separato dalla stima annua del 2026: gennaio-marzo contiene scadenze, incassi e spese con distribuzione propria. L’intero anno incorpora invece quattro trimestri e la traiettoria nominale del Pil.
AP: entrate più rapide della spesa
Le amministrazioni pubbliche registrano 231 miliardi e 947 milioni di entrate totali nel trimestre, contro 223 miliardi e 73 milioni del primo trimestre 2025. La crescita tendenziale è del 4,0%. Le uscite totali arrivano a 274 miliardi e 987 milioni, erano 267 miliardi e 925 milioni un anno prima: il rialzo è del 2,6%.
Il saldo fra questi due blocchi produce un indebitamento netto pari a -43 miliardi e 40 milioni, meno ampio rispetto ai -44 miliardi e 852 milioni del primo trimestre 2025. In rapporto al Pil il disavanzo trimestrale passa da -8,4% a -7,8%. Il miglioramento del saldo convive quindi con una pressione fiscale più alta, perché la quota di imposte e contributi sul prodotto cresce dentro un gettito in accelerazione.
Nel gettito pesano i contributi sociali
Il blocco delle entrate correnti vale 229 miliardi e 52 milioni, con un aumento del 3,4% sul primo trimestre 2025. Le imposte dirette ammontano a 60 miliardi e 802 milioni e crescono del 2,4%; le imposte indirette arrivano a 70 miliardi e 479 milioni, con un rialzo del 2,8%.
La voce che corre di più fra le principali entrate correnti è quella dei contributi sociali: 74 miliardi e 905 milioni, pari a +5,8% su base tendenziale. Le altre entrate correnti salgono a 22 miliardi e 866 milioni. Nel conto capitale, la massa è molto più piccola: 2 miliardi e 894 milioni complessivi, spinti da altre entrate in conto capitale a 2 miliardi e 512 milioni.
La spesa pubblica: interessi in calo nel trimestre
Le uscite correnti totalizzano 245 miliardi e crescono del 2,6%. I redditi da lavoro dipendente delle amministrazioni pubbliche salgono a 48 miliardi e 177 milioni, i consumi intermedi a 32 miliardi e 183 milioni e le prestazioni sociali in denaro a 111 miliardi e 840 milioni.
La componente che attenua il conto corrente è rappresentata dagli interessi passivi, scesi a 19 miliardi e 17 milioni contro 19 miliardi e 948 milioni di un anno prima, con variazione -4,7%. Le uscite in conto capitale valgono 29 miliardi e 986 milioni: dentro questa cifra gli investimenti fissi lordi crescono a 21 miliardi e 881 milioni, mentre le altre uscite in conto capitale scendono a 8 miliardi e 105 milioni.
Saldo primario e saldo corrente restano negativi
Il saldo primario, calcolato al netto degli interessi passivi, è pari a -24 miliardi e 23 milioni. Un anno prima era -24 miliardi e 904 milioni. In rapporto al Pil passa da -4,7% a -4,4%, uno scarto di tre decimi.
Il saldo corrente si ferma a -15 miliardi e 948 milioni, dopo i -17 miliardi e 407 milioni del primo trimestre 2025. In rapporto al Pil il movimento è da -3,3% a -2,9%. La distanza fra entrate e uscite resta ampia, però il trimestre riduce il fabbisogno relativo delle AP rispetto alla stessa finestra dell’anno precedente.
Famiglie: reddito avanti sui consumi
Le famiglie consumatrici mostrano un reddito disponibile lordo pari a 355 miliardi e 982 milioni. La crescita è +1,6% sul quarto trimestre 2025 e +3,2% sul primo trimestre 2025. La spesa per consumi finali arriva a 328 miliardi e 986 milioni, con +1,4% sul trimestre precedente e +2,9% sull’anno.
Lo scarto fra il passo del reddito e quello dei consumi alza la propensione al risparmio all’8,0%, due decimi sopra il trimestre precedente e due decimi sopra il primo trimestre 2025. Il deflatore implicito dei consumi cresce dello 0,8%; il potere d’acquisto sale anch’esso dello 0,8% sul quarto trimestre 2025 e raggiunge 299 miliardi e 21 milioni.
Abitazioni e manutenzioni straordinarie arretrano sul trimestre
Il tasso di investimento delle famiglie consumatrici scende al 6,2%, con una flessione di 0,3 punti percentuali sul trimestre precedente. Gli investimenti fissi lordi valgono 22 miliardi e 269 milioni e diminuiscono del 2,3% nel confronto con il quarto trimestre 2025.
La voce è riferita all’acquisto di abitazioni e alla manutenzione straordinaria. Su base annua resta un incremento ampio, pari a +17,9%. La doppia misura dice che il trimestre arretra rispetto alla fine del 2025 ma resta sopra la finestra gennaio-marzo dell’anno precedente.
Imprese: quota di profitto giù e investimenti su
Le società non finanziarie chiudono il trimestre con quota di profitto al 42,8%. Il valore cala di 0,5 punti percentuali sul quarto trimestre 2025 e di 0,3 punti sul primo trimestre 2025. Dietro la flessione compare un risultato lordo di gestione pari a 118 miliardi e 820 milioni, in calo dell’1,0% sul trimestre precedente.
Il valore aggiunto ai prezzi base sale a 277 miliardi e 498 milioni, con +0,1% sul quarto trimestre 2025 e +2,7% sull’anno. Gli investimenti fissi lordi delle società arrivano a 69 miliardi e 157 milioni, segnando +1,4% sul trimestre precedente. Per questo il tasso di investimento delle imprese sale al 24,9%, pur restando tre decimi sotto il livello del primo trimestre 2025.
Dal 42,9% annuo al 37,6% trimestrale
Il pezzo pubblicato da Sbircia la Notizia Magazine il 20 giugno sulla pressione fiscale 2026 al 42,9% riguarda la previsione annua contenuta nel Documento di finanza pubblica. Il 37,6% diffuso da Istat riguarda invece il solo primo trimestre e nasce da una serie grezza delle amministrazioni pubbliche.
Il confronto fra le due percentuali ha senso soltanto se vengono separate base temporale e natura della stima. Il 42,9% è un valore annuale atteso. Il 37,6% è un valore trimestrale già contabilizzato nella finestra gennaio-marzo. La distanza non segnala una contraddizione: segnala che le scadenze fiscali e l’andamento del Pil non hanno la stessa distribuzione in ogni periodo dell’anno.
Revisione dal 2022 e quarto trimestre 2025
Il rilascio Istat rivede le serie grezze e destagionalizzate dal primo trimestre 2022. Per il quarto trimestre 2025 l’indebitamento delle AP sul Pil resta all’1,4%, senza scarto rispetto alla stima diffusa il 3 aprile 2026.
La revisione tocca invece il potere d’acquisto delle famiglie nel quarto trimestre 2025, ora indicato a -0,9% contro il precedente -0,8%. Propensione al risparmio al 7,8% e tasso di investimento delle famiglie al 6,5% restano invariati. Per le società non finanziarie la quota di profitto del quarto trimestre 2025 passa a 43,3%, un decimo sopra la stima precedente, mentre il tasso di investimento resta al 24,6%.
Origine dei numeri e riscontri editoriali
La base documentale è il rilascio Istat del 1 luglio 2026 sul conto trimestrale delle amministrazioni pubbliche, sul reddito e risparmio delle famiglie e sui profitti delle società. Il perimetro numerico coincide con le schede di ANSA, Radiocor/Borsa Italiana, RaiNews, Agenzia Nova, Il Fatto Quotidiano, Teleborsa e Confcommercio, richiamate soltanto come riscontro secondario della sequenza Istat.
La cornice metodologica resta quella dei conti trimestrali dei settori istituzionali. Per le amministrazioni pubbliche il confronto corre sullo stesso trimestre dell’anno precedente; per famiglie e società il confronto congiunturale usa serie destagionalizzate. Senza questa separazione, il 37,6% verrebbe accostato a grandezze che appartengono a basi temporali diverse.
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Junior Cristarella
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