Centri estivi, diritto negato: «Se vuoi l’inclusione, pagatela»


Nonostante le tutele di legge, molti Comuni negano i fondi per carenze croniche di risorse. Ci sono centri che rifiutano le iscrizioni o riducono gli orari di frequenza e altri che accettano i bambini con disabilità solo se la famiglia paga un educatore di tasca propria.

Dal giorno in cui suona l’ultima campanella scolastica, per i genitori dei bambini e dei ragazzi con disabilità, troppo spesso inizia un incubo: quello di un blackout che dura tre mesi e che, ogni anno, trasforma il tempo delle vacanze in un momento di regressione per i minori e di stress per i loro familiari e caregiver.

Nonostante il diritto alla frequenza dei centri estivi sia pieno, soggettivo e sancito dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, la realtà quotidiana racconta una storia di diritti negati o, nel migliore dei casi, privatizzati. Quando le aule chiudono, lo Stato arretra e il costo economico dell’inclusione viene interamente scaricato sulle spalle delle famiglie.

I telefoni bollenti delle associazioni

Basta fermarsi a guardare quello che accade negli sportelli di orientamento e consulenza legale del Terzo settore per capire l’entità del fenomeno. A ridosso del mese di giugno, le linee telefoniche bollono. Daniela Piglia, responsabile del servizio legale dell’associazione InCerchio e consigliera di amministrazione del Pio Istituto dei Sordi di Milano, fotografa una realtà spietata, spiegando come proprio in questi giorni, nel giro di una sola mattina, ben due famiglie su due le abbiano segnalato il problema dell’accesso ai centri estivi. La risposta dei Comuni è sempre la stessa: non ci sono i fondi e non si tratta di un’emergenza dell’ultimo minuto, ma di una situazione cronica che si ripresenta ogni anno con puntualità drammatica non appena terminano le attività scolastiche.


Le famiglie che cercano di iscrivere i propri figli ai centri estivi si scontrano con barriere insormontabili, come denuncia con forza anche Moira Paggi, coordinatrice della Consulta sull’Inclusione Scolastica di Anffas nazionale e coordinatrice regionale Anffas Umbria. Da un lato ci sono i motivi di rifiuto espliciti o velati da parte delle strutture, che si dichiarano non attrezzate o prive di personale qualificato per accogliere la complessità. Dall’altro, si registra la concessione di orari ridotti o frequenze parziali, spesso limitate a poche ore o alla sola mattina, che creano una discriminazione di fatto rispetto ai coetanei, impedendo ai genitori di conciliare la vita lavorativa.

Una tassa sull’inclusione

Ma la prassi più diffusa e contestata è il ricatto economico, poiché il centro estivo accetta il bambino solo se la famiglia provvede a coprire privatamente i costi di un educatore o di un assistente all’autonomia e alla comunicazione, scaricando interamente l’onere sul budget familiare. Un punto su cui Piglia incalza, spiegando che «se la famiglia si presenta con l’educatore privato pagato di tasca propria allora la frequenza è ammessa, ma questo è inaccettabile dato che l’assistenza educativa spetterebbe per legge al Comune di residenza». Si tratta di una vera e propria tassa sull’inclusione che per i mesi di giugno e luglio costringe i genitori a scegliere tra la rovina economica e l’abbandono del lavoro.

Per tamponare questa assenza di servizi pubblici, le famiglie consumano i permessi lavorativi e i due anni di congedo straordinario legato alla 104, esaurendo tutele preziose. E anche quando i Comuni intervengono, spesso offrono coperture minime, per esempio pacchetti da dieci ore settimanali, che sono del tutto insufficienti a permettere la frequenza a tempo pieno del centro estivo.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

Disabilità intellettiva e sensoriale: il nodo della continuità

L’inclusione, tuttavia, non si esaurisce in un posto assegnato o in un conteggio orario, ma è prima di tutto una questione di adeguatezza e continuità relazionale. Per i bambini con disabilità intellettiva, l’impatto con contesti non preparati può essere devastante. Laura Borghetto, direttrice generale di L’abilità, spiega come la qualità dell’esperienza dipenda dalla continuità educativa e relazionale che il contesto è in grado di garantire. Nel caso della disabilità intellettiva, la possibilità di ritrovare ambienti familiari, figure di riferimento già conosciute e routine consolidate è determinante per il benessere e la partecipazione serena del bambino. Al contrario, cambiamenti improvvisi di contesti e relazioni generano forte disorientamento e stress, spingendo molte famiglie a rinunciare in partenza all’offerta comunale.


Se la famiglia si presenta con l’educatore pagato di tasca propria allora la frequenza è ammessa. Ma questo è inaccettabile dato che l’assistenza educativa spetterebbe per legge al Comune di residenza

A complicare la vita dei genitori si mette poi la rigidità dei compartimenti stagni della pubblica amministrazione. Borghetto cita il caso emblematico del piccolo J., un bambino con gravissima disabilità che vive alla casa di L’abilità, una comunità residenziale in convenzione con il Comune di Milano. Pur frequentando regolarmente la scuola primaria del quartiere, l’iscrizione al centro estivo comunale gli è stata negata dal Settore Educazione perché, formalmente, il piccolo risulta residente in un altro Comune. Si tratta di una miopia burocratica che rende un minore invisibile per un ufficio e in carico per un altro, costringendo la struttura a ripiegare su soluzioni private per non lasciarlo isolato.

Le barriere cambiano ma restano altissime anche quando si parla di disabilità sensoriale. Per i bambini sordi che utilizzano la lingua dei segni italiana o che presentano disabilità associate, la barriera diventa comunicativa. Il Pio Istituto dei Sordi evidenzia come le strutture ordinarie siano spesso impreparate e spiega che un bambino con deficit uditivo che utilizza protesi o impianti cocleari e ha un buon recupero potrebbe non incontrare grandi difficoltà in un centro ordinario, se non per la corretta cura tecnica dell’apparecchio in piscina o al mare. Diverso è il caso di bambini sordi che comunicano in Lis o hanno altre disabilità associate, perché in quelle situazioni servono assistenti alla comunicazione ed educatori specializzati. Le cooperative territoriali non hanno le risorse economiche per attivarli e spesso si rivolgono al Pio Istituto dei Sordi, come ente filantropico, per coprire queste spese specifiche ed evitare che i bambini vengano esclusi dai campi estivi alla fine della scuola.

Il modello Dynamo

In questo scenario di arretramento pubblico, il Terzo settore si trova storicamente a fare da supplente, mostrando però l’abisso qualitativo che passa tra i servizi progettati sulla persona e la giungla dell’improvvisazione. Fuori dai circuiti specializzati. Le strutture pubbliche sono così destrutturate e difficilmente scelgono di assumersi la responsabilità di gestire bisogni complessi spingendo le famiglie all’auto-esclusione.

L’alternativa è rappresentata da modelli virtuosi capaci di ribaltare completamente la prospettiva, come l’esperienza dei City Camp di Dynamo Camp. Qui, il rapporto uno a uno non è uno strumento di isolamento, ma un ponte relazionale progettato per permettere al minore di partecipare pienamente alle attività del gruppo. Tutto il personale senior segue percorsi di formazione continua, proprio perché le esigenze cambiano ogni anno ed è fondamentale accogliere ogni ospite con attenzione. La struttura non è un centro dove i bambini passano semplicemente il tempo, ma un luogo dove si offrono attività di qualità, dal teatro alla fotografia, guidate da professionisti delle singole discipline. I responsabili lavorano sui gruppi con un mese di anticipo, interfacciandosi con genitori, insegnanti di sostegno ed educatori per raccogliere passioni, interessi e strategie comportamentali su misura per ogni ragazzo.

L’attenzione della struttura si estende fino alla cura e al coinvolgimento dell’intero nucleo familiare, poiché attraverso l’uso della Comunicazione Aumentativa Alternativa e di quaderni di storytelling quotidiani, anche i bambini non verbali possono condividere la propria giornata una volta tornati a casa, permettendo a tutta la famiglia di sedersi sul divano e rivivere insieme quei momenti.


Un diritto, non un parcheggio

Per uscire da una logica che delega la gestione del tempo estivo alla buona volontà dei singoli o alle disponibilità economiche delle famiglie, Moira Paggi traccia per Anffas la strada per modifiche strutturali e un cambio di paradigma politico necessario. Il supporto per i contesti ludico-ricreativi e i centri estivi non deve essere una concessione straordinaria di giugno, ma deve essere inserito e programmato per tempo all’interno del Progetto di Vita individualizzato e personalizzato introdotto dalla legge 328/00 e ridefinito dal Decreto Legislativo 62/2024, integrando i fondi sociali e sanitari dei Piani di Zona.

Allo stesso tempo, diventa vitale incentivare la continuità d’impiego degli assistenti all’autonomia e alla comunicazione che operano durante l’anno scolastico, permettendo loro di seguire i medesimi bambini anche nei centri estivi per garantire stabilità relazionale e competenze adeguate. Infine, le amministrazioni comunali devono assumersi la responsabilità politica di concedere spazi pubblici, patrocini e finanziamenti solo a quegli enti del Terzo settore o privati che garantiscano una reale accessibilità, includendo la quota per il personale di supporto nei costi complessivi del servizio pubblico, senza alcun sovrapprezzo per i bilanci familiari.

Esempi virtuosi in questa direzione esistono, come il recente bando strutturale della Regione Umbria numero 2026-002-5506, finalizzato a finanziare direttamente l’inclusione nei contesti ricreativi sollevando le famiglie dagli oneri economici. La sfida resta quella di rendere questi interventi strutturali e uniformi su tutto il territorio nazionale, superando la frammentazione locale. Finché l’estate rimarrà un diritto accessibile solo a chi ha il potere economico per pagarselo, continueremo a tollerare una ferita profonda nel nostro sistema di protezione sociale, privando i bambini del diritto al gioco e condannando i loro genitori a una totale solitudine.

In apertura, foto da ufficio stampa L’abilità Ets


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 Davyd Andriyesh

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