Abbiamo un sogno, anche oggi. Trasformare le Case della Comunità in… Case della Comunità


Gentile Direttore, mezzo secolo fa, l’obiettivo della nostra organizzazione era trasformare gli ospedali in ospedali, cioè in luoghi di cura sicuri, umani ed efficaci. Oggi quel sogno si è spostato, ma non è cambiato nella sua sostanza: vogliamo che le Case della Comunità smettano di essere dei numeri, o dei muri, e diventino presidi reali, accoglienti, che riconoscano il ruolo delle comunità e siano davvero a sostegno della salute delle persone.

La realtà è ancora lontana dalla visione. C’è un dato che manca nell’ultimo Rapporto PIT di Cittadinanzattiva, ed è il numero – prossimo allo zero – delle segnalazioni dei cittadini sulle Case della Comunità. Questa assenza non è un vuoto di informazione, è un grido: significa che queste strutture sono ancora invisibili alla gran parte della popolazione. Come potrebbe essere altrimenti? Il monitoraggio Agenas al 31 dicembre 2025 ci restituisce un quadro impietoso: su 1.715 Case della Comunità previste, solo 66 sono pienamente operative. Parliamo del 3,9%. Oltre il 62% delle strutture non ha ancora attivato alcun servizio. E delle 781 con almeno un servizio attivo, 150 sono in Lombardia, 143 in Emilia Romagna, seguite da 96 nel Lazio, 79 in Toscana e 64 in Veneto. Zero in Basilicata, numeri minimi in Abruzzo, Calabria e Molise.

Mentre il dibattito tra le istituzioni si logora in questioni tecniche — come l’annosa disputa sulla natura contrattuale dei medici di medicina generale, se convenzionati o dipendenti — la riforma, una delle più finanziate e ambiziose degli ultimi decenni, rischia di indebolirsi. E non è in gioco solo lo spreco dei fondi già impiegati, ma il modello su cui poggia il futuro del nostro Servizio Sanitario Nazionale: l’integrazione socio-sanitaria, la presa in cura, la prevenzione e la promozione della salute – anche come  pratica di empowerment individuale e comunitario – sono l’unico antidoto a bisogni di salute sempre più complessi e alla cronicizzazione delle malattie.

È tempo allora di mettere in fila le “tensioni”, come abbiamo scelto di chiamarle, che frenano questo processo e di esigere responsabilità condivise.


La prima tensione è sulla responsabilità politica: il DM 77/2022 è una riforma orfana. Nata in stanze tecniche, seppure come risposta alla pandemia, divenuta riforma di punta del PNRR, palleggiata tra i governi che si sono succeduti, non ha avuto un reale ingaggio politico. Nessuno se l’è intestata davvero, nessuno l’ha osteggiata apertamente. Chiediamo al Governo di guidare, non solo di monitorare, l’implementazione della riforma: serve una catena di responsabilità chiara, con obiettivi misurabili, sostegni concreti per le Regioni in difficoltà ma anche conseguenze reali per le Regioni che restano inerti.

La seconda tensione è geografica: la riforma sta certificando, anziché colmare, le diseguaglianze, in particolare a causa della linea netta che separa il Nord e il Sud del Paese. I dati parlano chiaro: oltre la metà delle poche strutture operative funzionanti si trova in Lombardia ed Emilia-Romagna. Chi partiva da modelli organizzativi avanzati è andato avanti, chi era indietro è rimasto al palo. La Corte dei Conti lo ha ribadito: le maggiori difficoltà si concentrano nei Comuni più fragili. Per questo chiediamo meccanismi di perequazione reali per supportare i territori che sono indietro e “Piani di recupero” vincolanti concordati tra Stato e Regioni, e resi pubblici.

Terza tensione: il modello. La paura che le Case della Comunità si riducano a un progetto edilizio o a un poliambulatorio si avvererà se non si recupererà l’unitarietà del disegno contenuto nel DM 77. Una Casa della Comunità è un punto-rete, non una cattedrale nel deserto. Deve dialogare attraverso le Centrali Operative Territoriali, con gli ospedali, l’assistenza domiciliare, gli strumenti della telemedicina, le farmacie, i servizi socio-sanitari e i medici di medicina generale del territorio. Come è ovvio dovrà avere al suo interno i medici che servono e che sono previsti, ma senza che vi siano anche infermieri, psicologi, assistenti sociali non vi sarà innovazione nella presa in cura. Senza relazioni con la comunità di riferimento, a partire dalle scuole, non sarà una vera casa della comunità.

C’è poi la tensione legata al paradosso della prossimità: non si può applicare un modello uniforme a contesti radicalmente diversi. Una struttura in una città metropolitana non ha le stesse esigenze di una in un’area interna o montana. Eppure, troppo spesso, la progettazione segue standard applicabili solo alle aree dense, ignorando le zone di margine. La personalizzazione delle cure non è l’antitesi dell’universalismo: ne è la condizione necessaria. Per questo chiediamo che l’organizzazione dei servizi sia pensata a partire dalle aree marginali: citiamo ad esempio il diritto di nascere – certamente in sicurezza – anche nelle aree interne e di organizzare servizi in grado di rendere esigibile questo diritto.

La quinta tensione è sull’integrazione socio-sanitaria. La riforma dell’assistenza territoriale punta sul principio della “casa come primo luogo di cura”, un obiettivo da perseguire per molti cittadini ma nella consapevolezza che ne esclude altri, sempre di più. Esistono infatti realtà drammatiche come il “barbonismo domestico”, ovvero persone che vivono in casa propria ma in condizioni di totale degrado, invisibili ai servizi sociali e sanitari; a esse si sommano gli hard to reach per cui per definizione la casa non può essere luogo di cura, ma il diritto alla cura rimane tutto. Nonostante il DM 77 preveda l’integrazione socio-sanitaria, ancora si continua a operare in silos paralleli, con banche dati separate e scarsa comunicazione. Anche il Punto Unico di Accesso al momento è solo un auspicio. Per superare questo isolamento, l’integrazione socio-sanitaria deve essere oltre che agita anche misurata con un set di indicatori dedicati per l’assistenza territoriale.


La sesta tensione è sulla Comunità di cittadine e cittadini. Il DM 77 la cita come parte attiva, ma nei fatti i cittadini sono stati esclusi dalla progettazione. Non vi sono stati spazi per il loro coinvolgimento, neppure in forma di consultazione. Mentre le organizzazioni di terzo settore rischiano di essere annoverate fra i fornitori di servizi, piuttosto che fra i partner della co-programmazione e della co-progettazione del nuovo modello di assistenza territoriale. Chiediamo che le Case della Comunità siano spazi aperti, partecipati, dove cittadine e cittadini portino il proprio punto di vista e il Terzo settore la propria capacità di advocacy e di valutazione civica.

La settima tensione fa riferimento agli spazi. Una Casa della Comunità priva di accessibilità, comfort, privacy e collegamenti pubblici non accoglie né protegge. Il co-design degli spazi insieme a cittadini, anziani, persone con disabilità o malattie croniche non è un dettaglio secondario, ma la condizione essenziale affinché la struttura risponda ai bisogni reali del territorio. Per questo motivo, crediamo che nessuna Casa della Comunità possa funzionare adeguatamente senza aver prima coinvolto la cittadinanza in un percorso di co-progettazione anche degli spazi e della funzionalità della struttura.

Ultima tensione: contare le scatole, non i risultati. La sfida è quella di passare da un monitoraggio procedurale — che finora ha contato le scatole, i collaudi e i contratti — a un monitoraggio di esito, che misuri la qualità della vita delle persone. Cittadinanzattiva è pronta a mettere a disposizione la propria esperienza di organizzazione che ha messo a punto con l’audit civico. Ma servono istituzioni disposte a mettersi in gioco perché la valutazione diventi un processo partecipato.

Se questa riforma fallisce, non sarà per mancanza di fondi, ma per mancanza di coraggio democratico, di scommessa su un progetto comune. Le Case della Comunità devono diventare luoghi dove la salute diventa esercizio di cittadinanza attiva e tutela della dignità della persona malata. Continueremo a vigilare e a proporre. Perché la salute, nelle nostre comunità, non può attendere oltre.

Anna Lisa Mandorino,


Segretaria generale di Cittadinanzattiva


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