Social network, intelligenza artificiale, educazione, ruolo della scuola e delle famiglie. Ospite della trasmissione I Protagonisti di Orizzonte Scuola, lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, autore del libro Riprendersi l’anima, ha affrontato alcune delle principali sfide educative del nostro tempo. Nel corso dell’intervista ha invitato a contrastare l’omologazione del pensiero, ha riflettuto sul rapporto tra adolescenti e tecnologia e ha sottolineato la necessità di restituire ai ragazzi occasioni per sviluppare autonomia, spirito critico e capacità di affrontare la fatica.
Il coraggio di dire “no” all’omologazione del pensiero
L’intervista si apre con una riflessione sul valore del “no”, parola che Crepet considera fondamentale nel percorso educativo. Ma, secondo lo psichiatra, il problema non consiste semplicemente nel capire chi abbia più difficoltà a pronunciarla tra genitori, insegnanti e ragazzi. “Io credo che dovremmo pronunciare il no all’omologazione, una sorta di programmazione del pensiero come sta avvenendo. Molti analisti delle tecnologie digitali e perfino gli stessi inventori di queste tecnologie ci stanno lanciando un allarme. Molti Stati si stanno orientando verso il divieto dell’uso dei social sotto i sedici anni, soprattutto nelle scuole. Undici o dodici anni fa scrissi un libro, Baciami senza rete, nel quale analizzavo i motivi di un allarme che avrebbe dovuto riguardare genitori, scuola e società. Oggi ci siamo dentro. All’epoca non si parlava ancora di intelligenza artificiale, mentre oggi è presente in ogni telefono e tra un anno sarà ancora più diffusa. Io continuo a indicare la luna: se poi guardiamo il dito, non è colpa mia.” Il riferimento è al rischio che strumenti sempre più sofisticati finiscano per orientare il modo di pensare delle persone, riducendo lo spazio dedicato alla riflessione autonoma. Per Crepet il tema non riguarda la tecnologia in sé, ma l’uso che la società sceglie di farne.
Le nuove generazioni tra opportunità e fragilità
Alla domanda sulla presunta fragilità delle nuove generazioni, Crepet invita a evitare generalizzazioni. “Le generazioni sono una semplificazione. Dentro una generazione esistono ragazzi completamente diversi per cultura, ambiente familiare, aspirazioni e aspettative. Ci sono giovani che sono già nel futuro, credono nelle proprie capacità e utilizzano con grande abilità le tecnologie. Ma anche nei casi migliori esiste il rischio di essere così immersi negli strumenti digitali da non accorgersi dei loro effetti collaterali. È come chi si abitua a bere vino e poi passa al whisky senza rendersi conto che il tasso alcolico è aumentato enormemente.” Lo psichiatra chiarisce di non avere una posizione ideologica contro l’innovazione.
Al contrario, riconosce il valore dell’intelligenza artificiale in ambito scientifico e medico, dove può accelerare ricerche e analisi che richiederebbero anni di lavoro. Tuttavia distingue nettamente tra progresso tecnologico e formazione della persona. “Il problema non è la tecnologia. Il problema è antropologico. Cambia il nostro modo di vivere, il nostro modo di pensare, il modo di formulare domande. Se eliminiamo la fatica, il rischio di sbagliare e l’esperienza dell’errore, inevitabilmente cambiano anche le nostre relazioni e il nostro modo di stare al mondo.”
L’intelligenza artificiale non deve sostituire il pensiero
Uno dei passaggi centrali dell’intervista riguarda l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella scuola e nella quotidianità degli studenti. Crepet racconta di scegliere consapevolmente di non utilizzare gli strumenti di IA quando questi vengono proposti dal proprio smartphone, ma riconosce che per un adolescente la situazione sia molto diversa. “Ogni giorno il telefono mi propone di usare l’intelligenza artificiale. Io dico semplicemente: no, grazie. Ma capisco che per un ragazzo di sedici anni sia molto più difficile rifiutare uno strumento che gli promette di riassumere in pochi minuti ciò che dovrebbe studiare per un’interrogazione. È come avere un grillo parlante sempre presente. Bisogna trovare il coraggio di spegnerlo, non per ideologia, ma perché imparare richiede uno sforzo personale.”
Secondo Crepet, la questione educativa non consiste nello stabilire se usare o meno l’intelligenza artificiale, ma nel preservare la capacità di costruire un pensiero autonomo. “Il mio ultimo libro, Riprendersi l’anima, è dedicato proprio a questo sforzo. Lo sforzo di continuare a pensare con la propria testa.”
Limitare i social non basta: serve un’alternativa educativa
Sul tema dei social network Crepet invita a non fermarsi ai divieti. “Dire di no è facile, ma è anche banale. Il problema è capire cosa mettiamo al posto di quelle dieci ore che oggi molti ragazzi trascorrono sui social. Se togliamo quello spazio dobbiamo riempirlo con altro, altrimenti non abbiamo risolto nulla.” Lo psichiatra utilizza un paragone con il proprio lavoro nel campo delle tossicodipendenze. “Quando lavoravo con i tossicodipendenti non bastava togliere l’eroina. Bisognava ricostruire l’intera giornata della persona, perché tutta la sua vita ruotava intorno alla sostanza. Oggi succede qualcosa di simile con i social. Non uso questa espressione per provocare: è la stessa Commissione tecnica dell’Unione europea ad aver parlato di dipendenza. Se un’attività occupa dieci ore al giorno, tutti i giorni, è evidente che produce una forma di dipendenza.” Per Crepet il nodo centrale resta la qualità del tempo che viene restituito ai ragazzi una volta ridotto quello trascorso davanti agli schermi.
La scuola deve costruire persone prima ancora che studenti
Secondo Crepet, il lavoro educativo deve iniziare molto prima dell’adolescenza. “La vera formazione comincia nella scuola primaria e prosegue nella scuola media. Se aiutiamo un bambino ad avere opinioni proprie, capacità espressive, dialogo e un proprio mondo interiore, arriverà all’adolescenza molto più forte. Sarà lui stesso a decidere di usare i social due ore invece di dieci, perché avrà trovato altri interessi, farà sport, leggerà, camminerà senza avere sempre le cuffie nelle orecchie, ascoltando anche il rumore del mondo.” L’autonomia, nella visione dello psichiatra, nasce da un percorso educativo lungo, fondato sulla crescita personale e non soltanto sull’acquisizione di competenze.
L’urgenza educativa: alimentare il dibattito e il pensiero critico
In chiusura Crepet individua quella che considera la priorità educativa del Paese. “Dobbiamo dare più spazio al dibattito. Dobbiamo essere meno conformisti rispetto a ciò che viene considerato inevitabile solo perché appartiene ai tempi moderni. I tempi cambiano, ma ciascuno deve conservarsi il diritto di interpretarli con la propria testa.” È un invito rivolto non soltanto alla scuola, ma all’intera società: recuperare il confronto, accettare posizioni differenti e mantenere vivo il pensiero critico in un’epoca caratterizzata da trasformazioni tecnologiche sempre più rapide. Per Crepet, educare significa creare le condizioni affinché bambini e ragazzi possano costruire una propria identità, senza delegare alle piattaforme digitali o agli algoritmi il compito di decidere come osservare e interpretare la realtà.
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Francesco Bunetto
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