Se la politica a Frosinone fosse la serie TV di Netflix House of Cards, gli sceneggiatori avrebbero già richiesto i danni per manifesta imprevedibilità della trama. Solo l’Aula consiliare di Palazzo Munari riesce a regalare situazioni tanto incredibili quanto inaspettate. Le ultime, solo in ordine di tempo, sono state le dimissioni da consigliere segretario dell’Ufficio di Presidenza di Pasquale Cirillo: circostanza che sta trasformando gli uffici comunali nella sezione unite della Corte di Cassazione, per il lavoro interpretativo che si sta facendo su regolamenti comunali, Statuto e TUEL per capire il da farsi. (Leggi qui: La mossa del cavallo di Pasquale Cirillo che si dimette da consigliere segretario).
In mezzo a tutta questa attività di pareri e interpretazioni giuridiche, c’è però una certezza: nessuno, anche questa volta, vuole staccare la spina. Ed è probabilmente questa l’unica vera maggioranza, granitica e trasversale, che oggi esiste in Consiglio Comunale.
Cercasi 17 voti, con o senza Marzi
Nelle prossime 48 ore, e sicuramente il 3 luglio in seconda convocazione, l’Aula consiliare sarà chiamata all’ennesima prova di equilibrismo politico: trovare i 17 voti necessari per eleggere il nuovo presidente dell’assemblea dopo le dimissioni di Massimiliano Tagliaferri.
Una soglia che, ad oggi, appare complicata da raggiungere per il sindaco Riccardo Mastrangeli. Per questo proverà a far slittare tutto dopo l’estate. Ma quei 17 voti, alla fine della fiera — se non in questo Consiglio, comunque nei prossimi — verranno trovati. Magari anche con il soccorso dell’ex sindaco Domenico Marzi, l’unico che riesce a incidere sulle dinamiche consiliari sia quando c’è che quando è assente.
Come ricordava Otto von Bismarck: «La politica è l’arte del possibile». E quando l’alternativa è tornare tutti a casa, il possibile diventa improvvisamente molto più a portata di mano.
Il nodo Ufficio di Presidenza e la via di Venturi
Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto il nome del nuovo presidente. Le dimissioni di Cirillo dalla carica di consigliere segretario hanno aperto un fronte interpretativo tutt’altro che banale. Regolamento d’aula, Statuto comunale e TUEL vengono letti con sfumature differenti, a seconda degli interessi politici del momento. Come diceva l’agente diplomatico Carlo Dossi: «La burocrazia è l’arte di rendere possibile l’impossibile e impossibile il possibile».
Ma esiste una via che cancellerebbe in un colpo solo qualsiasi dubbio interpretativo. Se anche Norberto Venturi (consigliere segretario espresso dalla minoranza, dal Partito Democratico) dovesse rassegnare le dimissioni dall’Ufficio di Presidenza, verrebbe meno l’intera rappresentanza delle opposizioni all’interno dell’organismo.
A quel punto cesserebbe la materia del contendere: niente più interpretazioni, niente più commi, niente più precedenti o analogie. Semplicemente, si procederebbe alla ricostituzione integrale dell’Ufficio di Presidenza. Fine delle trasmissioni. Dipenderà dalla politica molto più che dai giuristi.
Mare aperto, senza bussola
La maggioranza del sindaco Mastrangeli continua a navigare in mare aperto, dove ogni votazione somiglia a una traversata dell’Atlantico senza bussola. Ogni seduta diventa una conta. Ogni conta una trattativa. Ogni trattativa un esercizio di sopravvivenza. Ma proprio l’istinto di sopravvivenza risulta, ancora una volta, il miglior alleato del sindaco. Quello più fidato. Quello che non tradisce mai.
Perché se c’è una cosa che unisce maggioranza e opposizione a Frosinone, è che nessuno ha interesse a interrompere anticipatamente la consiliatura: specialmente quando mancano appena 12 mesi alla fine. Troppi candidati a sindaco ancora da scegliere. Troppi equilibri ancora da definire. E, soprattutto, troppo alto il rischio dell’imprevedibilità delle urne. Per tutti.
Il conto che Mastrangeli deve fare
Oltre a trovare i voti per eleggere un nuovo presidente e per ristabilire l’operatività formale dell’Ufficio di Presidenza, c’è un’altra ricerca che Mastrangeli dovrebbe cominciare a fare: come sostituire i voti dei consiglieri eletti con lui e poi passati all’opposizione. La matematica, a differenza della politica, è molto meno incline ai compromessi. Dal 2022 ad oggi la coalizione che ha portato Mastrangeli alla vittoria ha perso per strada un numero importante di consiglieri, che insieme avevano raccolto un patrimonio elettorale rilevantissimo: quasi 2.000 voti.
Giovanni Bortone (209 preferenze), Pasquale Cirillo (192), Maurizio Scaccia (126), Maria Antonietta Mirabella(225), Anselmo Pizzutelli (255), Giovambattista Martino (189), Teresa Petricca (191) e Massimiliano Tagliaferri(504). Sono per l’esattezza 1.891 voti personali. E non sono bruscolini. Se poi dovessero venire meno anche le preferenze riconducibili a Paolo Fanelli (143) e Sergio Crescenzi (227) (che stanno già con un piede in mezzo al guado) il saldo negativo per Mastrangeli salirebbe a 2.261 voti in meno rispetto al quadro elettorale del 2022.
Naturalmente nessuno può sostenere che quei voti si trasferiscano automaticamente da una coalizione all’altra. Ma il radicamento personale degli amministratori costituisce un peso importante nelle elezioni comunali. In un capoluogo dove spesso il primo turno si decide sul filo di poche migliaia di voti, una differenza di oltre duemila preferenze può rappresentare il confine tra una vittoria immediata e un ballottaggio pieno di incognite.
È un patrimonio che va ricostruito. O sostituito, magari attingendo dal civismo. Perché la politica conosce un principio tanto semplice quanto implacabile: i voti che perdi devi recuperarli altrove. Altrimenti li recupereranno gli avversari. Per tutto il resto, c’è Mastercard.
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